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“La chiesa non è un sanatorio”. Oltre la misericordia c’è di più. F.to Müller

"L’immagine dell’ospedale da campo è molto bella”, dice il cardinale tedesco, ma “non possiamo manipolare il Papa riducendo a questa immagine tutta la realtà della chiesa. La chiesa è anche la casa del Padre”.

25 Luglio 2014 alle 06:08

“La chiesa non è un sanatorio”. Oltre la misericordia c’è di più. F.to Müller

Gerhard Ludwig Muller (foto Ap)

“San Tommaso d’Aquino ha affermato che la misericordia è precisamente il compimento della giustizia, perché con essa Dio giustifica e rinnova la creazione dell’uomo. Pertanto, non dovrà mai essere una scusa per sospendere o rendere invalidi i comandamenti e i sacramenti. In caso contrario, saremmo in presenza della pesante manipolazione dell’autentica misericordia e perciò, anche di fronte al vano tentativo di giustificare la nostra indifferenza verso Dio e gli uomini”. E’ così che deve essere intesa la misericordia secondo il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della congregazione per la Dottrina della fede. In vista dei prossimi sinodi sulla famiglia, il porporato tedesco ha consegnato le sue riflessioni a una lunga conversazione con Carlos Granados, direttore delle edizioni spagnole Bac, da oggi in libreria in un piccolo volume, “La speranza della famiglia” (Edizioni Ares). Di misericordia s’è abbondantemente parlato dopo la relazione concistoriale del cardinale Walter Kasper, che per i divorziati risposati desiderosi di riaccostarsi all’eucaristia ha invocato misericordia, dal momento che “tramite la penitenza chiunque può ricevere clemenza e ogni peccato può essere assolto”, ogni ferita può essere curata nell’ospedale da campo le cui tende furono piantate nell’intervista di Francesco alla Civiltà Cattolica – “L’immagine dell’ospedale da campo è molto bella”, dice Müller, ma “non possiamo manipolare il Papa riducendo a questa immagine tutta la realtà della chiesa. La chiesa in sé non è un sanatorio: la chiesa è anche la casa del Padre”.

 

E’ vero, assicura il custode dell’ortodossia cattolica, che “Dio perdona anche un peccato tanto grave come l’adulterio; tuttavia non permette un altro matrimonio che metterebbe in dubbio un matrimonio sacramentale già in essere, matrimonio che esprime la fedeltà di Dio. Fare un simile appello a una presunta misericordia assoluta di Dio, equivale a un gioco di parole che non aiuta a chiarire i termini del problema. In realtà – aggiunge il capo dell’ex Sant’Uffizio in una delle frasi sfuggite alla lunga anticipazione pubblicata da Avvenire – mi sembra che sia un modo per non percepire la profondità dell’autentica misericordia divina”. Visioni diametralmente opposte, dunque, che portano Müller a dirsi sorpreso dell’impiego “da parte di alcuni teologi, dello stesso ragionamento sulla misericordia come pretesto per favorire l’ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati civilmente”. Il principio della misericordia, osserva ancora, “è molto debole quando si trasforma in un unico argomento teologico-sacramentale valido. Tutto l’ordine sacramentale è precisamente opera della misericordia divina, ma non lo si può annullare revocando lo stesso principio che lo regge. Al contrario, un errato riferimento alla misericordia comporta il grave rischio di banalizzare l’immagine di Dio, secondo cui Dio non sarebbe libero, bensì  sarebbe obbligato a perdonare”. E’ vero, sottolinea il prefetto, che Dio non si stanca mai di perdonare e di offrirci la sua misericordia, ma “il problema è che noi ci stanchiamo di chiederla”. E poi, “oltre la misericordia, anche la santità e la giustizia appartengono al mistero di Dio. Se occultassimo questi attributi divini e si banalizzasse la realtà del peccato, non avrebbe alcun senso implorare per le persone la misericordia di Dio”.

 

Il cardinale Müller tocca poi un altro punto delicato, la grande sfida della relazione tra dottrina e vita, anche in seguito alle richieste di adattamenti dell’insegnamento cattolico in fatto di morale sessuale alla realtà pastorale. “Si tratta di un malinteso, come se la dottrina fosse un sistema teorico riservato ad alcuni specialisti di teologia. No, la dottrina, oltre alla Parola di Dio, ci dà la vita e la più autentica verità della vita. Non possiamo confessare dottrinalmente che ‘Cristo è il Signore’ e poi non compiere la sua volontà”. Si cerca, insomma, di “rendere la dottrina cattolica come una specie di museo delle teorie cristiane: una specie di riserva che interesserebbe solamente qualche specialista” e “il severo cristianesimo si starebbe convertendo in una nuova religione civile, politicamente corretta, ridotta ad alcuni valori tollerati dal resto della società. In tal modo, si otterrebbe l’obiettivo inconfessabile di alcuni: accantonare la Parola di Dio per poter dirigere ideologicamente l’intera società”. Gesù, spiega il porporato, “non si è incarnato per esporre alcune semplici teorie che tranquillizzino la coscienza e in fondo lascino le cose come stanno senza alterare l’ordine costituito”. Non si può, insomma “andare la mattina in chiesa e il pomeriggio in un bordello, come una specie di sintesi schizofrenica tra Dio e il mondo, come se si potesse vivere nella casa di Dio il mattino e nella casa del diavolo la sera”.

Matteo Matzuzzi

Matteo Matzuzzi

E' nato a Udine nel 1986. Si è laureato per convinzione in diplomazia e per combinazione si è trovato a fare il giornalista. Ha sperimentato la follia di fare l'arbitro di calcio, prendendosi pioggia e insulti a ogni weekend. Milanista critico e ormai poco sentimentale, ama leggere Roth (Joseph, non Philip) e McCarthy (Cormac). Ha la comune passione per le serie tv americane che valuta con riconosciuto spirito polemico. Al Foglio si occupa di libri, chiesa, religioni.

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