Il Genio tedesco ovvero Fichte a Belo Horizonte (ma senza scarponi)

Alessandro Giuli

Non importa come si chiamino né chi abbia fatto gol o no. Conta che l’altroieri undici valchirie barbute hanno passeggiato sui corpi esanimi e dannati del Brasile.

Non importa come si chiamino né chi abbia fatto gol o no. Conta che l’altroieri undici valchirie barbute hanno passeggiato sui corpi esanimi e dannati del Brasile. I tedeschi sono fatti così: dopo la quinta rete continuavano a giocare con la stessa, impersonale inesorabilità con la quale di tanto in tanto invadono la Polonia. Se in ogni brasiliano c’è una singolarità professionale ed estetica irriducibile alle altre, un lacrimoso mondo in miniatura che si coordina alla meno peggio in uno schema coriandolesco, per i Germani non è così. Perché fra loro vive ancora l’antico spirito dell’orda aggiornato ai tempi moderni in cui non occorre alcun invasamento per sbaragliare il nemico. Spossessati della loro individualità, come un io collettivo senza volto, i giocatori di Joachim Löw hanno cercato una volta ancora d’inverare l’essenza del Genio tedesco nella sua versione romantica, aggressiva e un po’ allucinatoria come da prammatica otto-novecentesca. Insomma Fichte a Belo Horizonte, con il solito corredo di suprematismo sottaciuto – quel “germe dell’umana perfezione” che declinato calcisticamente fa meno sorridere e anche meno paura.

 

C’è una metodica inconfondibile che accomuna quel rassegnato bipede che è l’esserci heideggeriano (Da-sein) al metallurgico di Baviera in vacanza da Comacchio giù giù fino a Cattolica e Gabicce, così come lo irrideva rispettosamente a suo tempo Pier Vittorio Tondelli nel suo “Weekend postmoderno”, ed è la filosofia pratica dell’Ordnung muss sein, un tragico senso del dovere che si dispiega spesso nella più totale assenza di umorismo. Va bene, ammettiamo che questo è un sordido cliché, e tuttavia è pure il segno d’una elevatezza d’animo: sul sette a zero, coi brasiliani stupefatti e dolenti come alla fine di un carnevale alcolico, a nessun tedesco sarebbe venuto in mente d’infliggere all’avversario il dileggio di un tunnel o di un sombrero fuori luogo. Ma per la stessa ragione a nessun tedesco è venuto in mente di fermarsi, interrompere il duro lavoro del correre sul campo e così rispettare una consegna ricevuta senza alcun limite di tempo se non quello del fischio finale. E’ la banalità del bene comune al quale s’immola, silente e gioioso, il calciatore di Germania. Svaccare poi svacca anche lui, a cose fatte, quando si rilassa, il valchirio, ma in ogni sua Oktoberfest risuona il bronzo di un Götterdämmerung. E’ il Genio tedesco, appunto, una poetica del senso pratico che rifugge la distrazione accidiosa su cui galleggia il nostro pensiero meridiano, quella ondosa anestesia dell’anima di cui ha scritto qui, ieri, il medio-basso-tirrenico Guido Vitiello, e che in Sudamerica trova la sua versione festante nelle maracas (anche per questo non si dovrebbe mai parlare di latino-americani: i latini delle origini erano i prussiani del mondo antico). Dice: ma alla fine non era soltanto una partita di pallone incidentalmente finita come uno scherzo amaro? E poi: tedeschi quanto vi pare, ma hanno giocato contro undici fantasmi bolliti, avulsi perfino dai pascoli dell’aldilà (però decisamente simpatici, questi brasiliani, con il loro intenso scivolare nell’autosadomasochismo di massa).

 

Tutto vero, tutto è innocentemente più semplice di quanto si possa fantasticare. Ma spiegatelo voi al Genio tedesco che si può vincere una semifinale senza annientare una nazione in via di sviluppo o perdere una guerra senza bruciare un impero. Chiedeteglielo e non vi risponderà, non ha tempo, sta lavorando anche per voi.
Alessandro Giuli