Matteo Renzi (Foto La Presse)

Renzi, il garantismo, l'illusionismo

Claudio Cerasa

Caso Errani e dintorni. La giustizia secondo il premier. Luci e ombre. Ieri il presidente del Consiglio, rispondendo a un tweet di chi scrive ha detto che “finché non c’è sentenza passata in giudicato un cittadino è innocente. Si chiama garantismo”. Verrebbe da dire: bravo, ben arrivato presidente.

Roma. A voler utilizzare una buona immagine potremmo dire che le conseguenze del caso Vasco Errani hanno dimostrato che l’effetto generato dall’accostamento tra la parola “Renzi” e la parola “garantismo” è simile a un certo effetto generato dalla contemplazione di un bravo prestigiatore alle prese con il famoso cucchiaino da piegare. A prima vista, osservando il cucchiaino, lo spettatore rimane sempre incantato dalla bravura del prestigiatore e pensa davvero che il cucchiaino abbia cambiato forma sotto la pressione dell’illusionista. Ma una volta finita la magia, lo spettatore capisce subito che il cucchiaino che sembrava aver cambiato forma dopo il sim sala bin è invece ancora lì, più o meno identico a come era prima della magia. Da un certo punto di vista il rapporto tra Renzi e il garantismo è simile alla scena del cucchiaino. Ieri il presidente del Consiglio, rispondendo a un tweet di chi scrive – tweet che contestava il doppiopesismo del Pd nel valutare i casi dei condannati da difendere dalle azioni della magistratura e i casi degli indagati da prendere a calci nel sedere; tweet che faceva notare a Renzi che il Pd, con il caso Errani, stava facendo quello che ha sempre contestato al centrodestra, ovvero contestare una sentenza della magistratura – ha detto che “finché non c’è sentenza passata in giudicato un cittadino è innocente. Si chiama garantismo”.

 

Perfetto. Verrebbe da dire: bravo, ben arrivato presidente, questo sì che è riformismo, questo sì che è rottamare il giustizialismo, questo sì che è prendere a calci nel sedere i professionisti delle manette. Eppure, ahinoi, il cucchiaino è piegato solo a metà. E dietro il tweet stilisticamente perfetto del rottamatore si nasconde una verità più complicata e contraddittoria. Contraddittoria perché il Pd garantista che oggi contesta una sentenza della magistratura affermando che Errani, condannato in appello, è una persona “onesta” (lunedì lo hanno detto in coro i massimi dirigenti del Pd) e merita di rimanere al suo posto fino a sentenza definitiva è lo stesso Pd che negli ultimi mesi ha avuto un atteggiamento diverso rispetto ad alcuni casi politici clamorosi. Proviamo a rinfrescare la memoria. Chi è quel leader del Pd che senza neppure che vi fosse un’indagine o un avviso di garanzia, sulla semplice base di alcune impressioni ricavate da articoli di giornale (e sulla base di alcune intercettazioni penalmente irrilevanti che tra l’altro non avremmo dovuto conoscere), ha chiesto le dimissioni di due ministri del precedente governo senza utilizzare la stessa prudenza e lo stesso spirito garantista utilizzato per il caso Errani? Dice nulla il nome Cancellieri? Dice nulla il nome De Girolamo? E ancora. Chi è quel leader del Pd che senza neppure che vi fosse una sentenza di primo grado, ma solo un arresto preventivo, ha sfiduciato l’ex sindaco di Venezia, Orsoni, facendogli arrivare chiaro e tondo il messaggio che il Pd non lo avrebbe difeso (l’unico che lo fece fu il sindaco di Torino Piero Fassino) e che anzi sarebbe stato pronto a prenderlo a calcioni nel sedere? Nulla di male. Solo un vecchio registro. Due pesi e due misure. Un indagato (Orsoni era solo indagato quando è stato arrestato, il patteggiamento è arrivato in un secondo momento) può essere non difeso e un condannato (come Errani, condannato due giorni fa in appello a un anno di reclusione per falso ideologico) può essere difeso e dichiarato “onesto” nonostante una sentenza di secondo grado. Giusto. Perfetto. Strepitoso. Urrà. Ma il cucchiaino, come si vede, a volte cambia verso quando fa comodo al prestigiatore. Questa lunga premessa ci aiuta ad affrontare due problemi che riguardano poi il cuore e forse il vero senso della sfida di Renzi sul terreno del garantismo. E’ vero che negli ultimi anni Renzi è stato uno dei pochi esponenti del Pd a non aver surfato sulle inchieste delle procure (e gli italiani infatti lo hanno premiato). Ma è anche vero che per dimostrare che il garantismo non è un gargarismo (come prevede l’ottima dottrina Travaglio) occorre non solo inviare urgentemente una nota interna ai vertici del Pd per informarli della nuova linea (da ora in poi un condannato, chiunque esso sia, non va mai preso a calci fino a sentenza definitiva) ma anche muoversi su due fronti precisi. Su un fronte prettamente culturale e su un fronte invece più strettamente politico.

 


Sul fronte culturale i limiti del renzismo appaiono evidenti. Renzi non ha mai ammesso fino in fondo che in Italia esisterà sempre un clamoroso deficit di garantismo fino a quando verrà alimentato (anche dalla politica) un grande circo mediatico-giudiziario che da solo certifica l’esistenza di uno stato in cui vige più il regime della presunzione di colpevolezza che della presunzione di innocenza. Renzi vuole davvero aggredire questo problema? Vuole davvero che i casi Tortora e i casi Scaglia vengano scongiurati in futuro? Vuole davvero impegnarsi a riconoscere e a tutelare i diritti e le libertà fondamentali degli individui da qualsiasi abuso o arbitrio da parte di chi esercita il potere giudiziario? E allora cosa aspetta a riconoscere che in Italia esiste uno squilibrio tra i poteri concessi a chi accusa e i diritti concessi a chi si difende? Cosa aspetta a riconoscere che capita sempre più spesso di osservare dei procuratori muoversi come se fossero non una delle parti in causa ma come se fossero dei giudici imparziali portatori di una verità assoluta? E cosa aspetta a riconoscere che di fronte alla magistratura la politica non può svolgere in nessun modo una funzione notarile perché le molte storture del processo penale danno ai magistrati gli strumenti giusti per utilizzare il proprio ruolo in modo anche discrezionale, mettendo i politici nella condizione di non poter escludere che un’azione avventata di un ufficio giudiziario possa inquinare le scelte espresse dal corpo elettorale? Su questo terreno, il garantismo di Renzi si vede e non si vede, si intuisce ma non si definisce. Si capisce che il presidente del Consiglio è intimamente e sinceramente garantista (“Vogliamo sconfiggere Berlusconi alle urne non con le procure) ma si capisce anche che di fronte a un’opinione pubblica cresciuta a pane e manette non è facile essere garantisti fino in fondo e per questo il gioco del cucchiaino è spesso l’unico modo per farla franca e lisciare insieme il pelo dei manettari e dei garantisti. Ma, ahinoi, illusionismo resta.

 

Questo per quanto riguarda il fronte culturale mentre per tornare al fronte politico il problema si può circoscrivere in modo ancora più semplice. E’ vero che Renzi è il primo premier di centrosinistra ad avere ammesso esplicitamente che (a) è giusto che un giudice che commette errori gravi nell’esercizio delle sue funzioni vada punito; che (b) fare carriera nella magistratura sulla base di un’appartenenza è una vergogna; e che (c) è arrivato il momento di fare una nuova legge che possa tutelare la privacy delle persone nel campo delle intercettazioni. Tutto questo è giusto e Renzi va incoraggiato a seguire il percorso. Ma a voler osservare la scena senza avere affettati sugli occhi bisogna anche dire altro. E’ vero che Renzi con una mano ha promesso di togliere qualcosa ai magistrati ma è anche vero che con l’altra mano ha promesso di introdurre nuovi strumenti attraverso i quali dare alla magistratura maggiore potere discrezionale (dal falso in bilancio al voto di scambio). Così come è vero che quando Renzi ha parlato di revisione del sistema che regola la pubblicazione delle intercettazioni non ha affondato il colpo e ha detto che su questo tema aspetta con ansia i consigli dei direttori dei giornali (ovvero, lo diciamo con un sorriso, le persone forse meno indicate a dare consigli sul tema delle intercettazioni). Così come è vero, infine, che Renzi non ha avuto la forza di inserire nelle linee guida della riforma sulla giustizia delle norme che avrebbero naturalmente riequilibrato le sproporzioni che esistono all’interno del processo penale. Nulla, per esempio, sulla separazione delle carriere. Nulla, per esempio, sulla revisione dei criteri relativi all’obbligatorietà dell’azione penale. Nulla, per esempio, sulla custodia cautelare. Renzi e il garantismo sono come due rette parallele che si incrociano in alcune occasioni. Ieri il premier ha detto una cosa sacrosanta, “finché non c’è sentenza passata in giudicato un cittadino è innocente”, e per questo merita un applauso. Ma finché il principio sarà applicato solo a parole il garantismo di Renzi verrà sempre visto (anche dai suoi elettori) con lo stesso spirito con cui uno spettatore osserva il suo mago preferito armeggiare con il famoso cucchiaino.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.