Sarà Tour d'Inghilterra?

Giovanni Battistuzzi

La Grande Boucle parte oggi da Leeds con Froome, vincitore l'anno scorso, favorito. Sarà corsa dura, con molte salite e piena di insidie. Attenzione al pavè, a Contador e a Nibali (speriamo), pronto a diventare Squalo anche in Francia

E' il Tour, basta il nome. E' colore. Giallo ovviamente, come la maglia del leader, come i campi che i ciclisti troveranno sulla loro strada, come il sole estivo che picchierà sulla loro testa. E' musica. Non la Marsigliese però, quella non suona più da tempo, ma Beatles, "Yellow submarine", più azzeccata, più in linea coi tempi. Il riferimento cromatico è quello giusto, quello geografico pure, si parte da Leeds, Inghilterra e qui si resta per tre giorni. E poi le ultime due edizioni hanno parlato chiaro: prima sir Bradley Wiggins, 2012, poi Chris Froome, 2013, e gran orgoglio della regina. Doppietta del Team Sky, anch'esso inglese, e poi le volate di Mark Cavendish, Cannonball, il più forte velocista al mondo, Kittel permettendo.

 

L'Inghilterra ha preso possesso della Francia, almeno nel ciclismo. Il Tour che partirà domani potrebbe essere il terzo atto di un tentativo di dominio della bianca Albione. Potrebbe. Perché Froome, il favorito numero uno, ha dimostrato di avere dei limiti di tenuta fisica e psicologica, non è più insomma il robotico ammazzacorse dell'anno scorso, o almeno così sembra. Perché c'è Alberto  Contador che ha ripreso a pedalare come lui sa fare, è uscito dal tunnel nel quale si era infilato, ha cambiato preparazione e pare essere ritornato ai suoi antichi splendori. Perché c'è Vincenzo Nibali che è in uno stato di forma spettacolare, che ha vinto facile il campionato italiano e che in maglia tricolore ha deciso di fare lo Squalo anche in terra francese.

 

 

 

Il verdetto di questo 101esimo Tour lo darà la salita, tanta e difficile. Da tempo non si vedeva un Tour così bello e complicato. La Grande Boucle si è italianizzata, ha inserito finali mossi anche nelle tappe più semplici, salitelle buone da imboscate, trappole e insidie. Tre giorni di calma piatta in Inghilterra, poi uno in terra atlantica, in quel nord transalpino che profuma di mare, vento e ventagli (quando il vento spira a tre quarti sul gruppo, la fila dei corridori in testa al gruppo si allarga per sfruttare la scia di chi è davanti), infine il pavé, la foresta di Aremberg, suono di tromba che apre le ostilità alla Parigi Roubaix, finale incandescente di una prima settimana francese che può essere finalmente teatro di battaglie a pedali.

 

Prima le Alpi, poi i Pirenei, ma prima di tutto i Vogsi, catena dimenticata, verde di boschi e irta di pietre. Terra d'imboscate. Rymond Poulidor e tutta la Francia su questi colli scoprirono Eddy Merckx, che sul Balon d'Alsace conquistò la maglia gialla che poi portò sino a Parigi. Nel 1937 il tedesco Eric Bautz se ne andò da solo sotto una pioggia torrenziale, guadagnò oltre mezz'ora sul gruppo ottenendo vittoria e maglia gialla, mettendo in pericolo la vittoria finale dei grandi favoriti. Ci vollero sei cadute e 19 punti di sutura sulle Alpi a farlo crollare; arrivò lo stesso a Parigi, nono a oltre un'ora da Lepébie.

 

Chmrousse, primo arrivo in salito alpino. Salita giovane, scoperta nel 2001 con Armstrong, lasciata a stagionare sino a quest'edizione. Dura, abbastanza, lunga, il giusto, calda nonostante i 1730 metri d'altezza. Il giorno seguente Risoul, nuova entrata, piaciuta e testata al Delfinato e al Tour de l'Avvenir negli anni scorsi, non lunga, non durissima, ma salita da ritmo e frequenza, da forza, se ne sarà rimasta dopo Lautaret e Izoard, ovvero storia alpina, manifesto ciclistico francese. L'Izoard era il finale di una filastrocca che prevedeva prima Allos e Vars, le altre salite mitiche di tutte quelle tappe montanare che da luoghi diversi finivano come una processione di fede a pedali a Briançon. Su quest'erta hanno scritto parte della loro storia  Bottecchia e Bobet, Bartali e Coppi. Poi la poesiola fu cambiata e da certa (i colli furono scalati ininterrottamente dal 1922 al 27 e dal 1936 al 1951), divenne saltuaria. Ma quando c'era, stupiva. Parola di Chiappucci, di Bahamontes, di Merckx e Fuente.

 

Le Alpi si innovano, i Pirenei sono classicità e tradizione. Primi ad essere scalati, era il 1910, dunque poco si può scoprire ora. I Pirenei sono così vecchie zie arcigne e crudeli, ma che amano e si fanno amare, piene di un sentimento di aspra e cruda dolcezza. Col caldo l'asfalto si scioglie, diventa colla, si attacca alle ruote, frena il passo. Se piove è bufera. "Comunque va, va male" disse laconico Felice Gimondi. E così saranno Portet d'Aspet, Port de Balès, saranno Portillone, Peyresourde, Val Louron e Pla d'Ade, saranno Tourmalet e Hautacam. Praticamente un'enciclopedia di storia a pedali. Summa di ere, di imprese, di voli solitari. Mancano solo l'Aubisque e l'Aspin, poi sarebbe stata festa grande, il non plus ultra di cent'anni di Tour.

 

Il resto è poco, veloce avvicinamento a Parigi. Il resto è una solo cronometro, perché il Tour è cambiato, è diventato Giro, ha rottamato i passisti lungagnoni e riabbracciato gli smilzi scalatori. Bonjour Tour. Allez.