La Colombia mondiale fa salire la "febbre gialla"

Maurizio Stefanini

Più la Nazionale procede spedita in Brasile più cresce l'entusiasmo. Che viene reinvestito nei successi politici di Palazzo di Nariño.

All’esordio del Mondiale la Colombia è riuscita a sconfiggere la Grecia 3-0. E in quell’occasione il presidente Juan Manuel Santos, è stata l’impressione generale, è riuscito a sfruttare l’entusiasmo generale per vincere di misura il ballottaggio dopo essere arrivato secondo al primo turno delle presidenziali, riconfermandosi così al Palazzo di Nariño. Poi, alla seconda partita, la Nazionale ha sconfitto la Costa d’Avorio 2-1. E Santos è andato da Dilma Rousseff, a proporsi come mediatore di statura continentale per integrare le due aree economiche al momento contrapposte del Mercosur e dell’Alleanza del Pacifico. Non finisce qui. Nella partita successiva la Colombia ha vinto 4-1 anche al Giappone, terminando il suo girone in testa a punteggio pieno. E Santos è andato al vertice dell’Alleanza del Pacifico a Punta Mita, Messico, dichiarando addirittura a nome dei partner Michelle Bachelet, Enrique Peña Nieto e Ollanta Humala che quell’intesa intende essere un modello “non solo per la regione, ma per il mondo”. Quarta tappa, la Colombia ha vendicato l’Italia rifilando un secco 2-0 all’Uruguay in quello stesso Maracanã che nei Mondiali brasiliani di 64 anni fa aveva visto invece l’Uruguay ammutolire i padroni di casa. “¡Nuestro Maracanazo! Colombia vence a Uruguay”, ha titolato “Semana”, il più diffuso settimanale del paese. “Per la prima volta nella sua storia la Colombia si classifica per i quarti di finale”. E Santos ha convocato a Cartagena nientemeno che Clinton, Blair, Felipe González, l’ex-presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso e l’ex-presidente cileno Ricardo Lagos, per rilanciare tutti assieme la Terza Via di Anthony Giddens.

 

Insomma, più va avanti nel Mondiale la “febbre gialla” (detta anche la “Tricolore”, i “Cafeteros”, la “Tenacidad Muisca”, dato che si tratta di un paese plurale per panorami ed etnie, la Colombia non fa economie neanche nei soprannomi della sua Nazionale di calcio) più il suo presidente si fa pretenzioso. “Il governo del presidente Santos sta negoziando all’Avana la fine di una guerra che dura da cinquant’anni e un successo nel Mondiale (e perché no, il trionfo assoluto?) impressionerebbe tanto la cittadinanza come gli insorti delle Farc”, ha scritto lo storico Miguel Ángel Bastenier. Per la serie: vincere il Mondiale potrebbe risultare più semplice che raggiungere la pace. Il rischio è che si ripeta quanto avvenuto nel 1994 quando Gabriel García Márquez nel 1994 previde una vittoria della Colombia ai Mondiali negli Stati Uniti che invece finirono in un disastro. Se a quell’esperienza aggiungiamo le note simpatie del recentemente scomparso Gabo per Fidel Castro, verrebbe da pensare che l’illustre scrittore capisse di calcio quanto di politica. Ma effettivamente la Colombia di Freddy Rincón, Valderrama, Asprilla,  Adolfo Valencia e Leonel Álvarez era una squadra di livello planetario. Ebbe però un crollo nervoso perché non resse alle troppe aspettative e dopo un umiliante 3-1 contro la Romania il terrificante autogol del terzino Andrés Escobar portò alla sconfitta per 2-1 anche contro i padroni di casa degli Stati Uniti. Il 2-0 dell’ultima partita con la Svizzera non servì a niente e l’avventura ai Mondiali si trasformò in una tragedia da “Cronaca di una morte annunciata” alla García Márquez. Appena 10 giorni dopo il suo autogol Andrés Escobar, tra l’altro soprannominato proprio “El Inmortal #2”, oltre che “El Caballero del Fútbol”, fu ucciso con dodici colpi a bruciapelo nel parcheggio di una discoteca da un tifoso inferocito.

 

In Colombia, insomma, il calcio può essere questione di vita o di morte. Mentre otto tifosi in questi giorni sono morti in incidenti durante i festeggiamenti per i risultati della Nazionale, oltre mille neonati sono invece stati battezzati con i nomi di calciatori della “Febbre Gialla”. Ora i colombiani sperano che i gol servano anche a far passare l’immagine di una Colombia di successo capace di sorpassare l’Argentina come terza economia latino-americana, al posto di quella ritratta dalle pesanti ironie rivolte alla Tricolore anche durante questi Mondiali. Dal caricaturista della Radio Televisione belga-francofona che ha ironizzato disegnando tre giocatori colmbiani che aspiravano cocaina (“La Colombia respira fiducia”, recitava la didascalia),  all’ex ambasciatrice dell’Unicef in Olanda Nicolette Van Dam che ha condiviso su Twitter una vignetta simile, passando per i due radiocronisti australiani che hanno proposto di chiamare i calciatori colombiani “cocaleros” piuttosto che “cafeteros”.