Uno dei poster affissi a Buenos Aires che inneggiano a Lionel Messi

"Toglietegli la maglietta!". Perché in Argentina adesso pensano solo al Mondiale

Angela Nocioni

Nonostante la crisi economica a Buenos Aires si spera in Lionel Messi, il nuovo Maradona. "Dios es Argentino", è scritto sui poster appesi per le strade.

Brutto brutto, non è. A giudicare dalla infallibile prova tv con spalle e torace in primo piano, nemmeno parrebbe però questo figo spaziale da sbattere la testa al muro ogni volta che lo vedi lì inquadrato sull'erba verde. Anche se, a guardar bene, un'arietta sexy tutta sua con quel pantaloncino sempre sul punto di cadere, ce l'ha. Ma centomila femmine impazzite che gridano al mondo "per favore, fatelo giocare senza maglietta!" pare esagerato, considerato il contesto estetico di bicipiti e addominali traversi da Copa do mundo.

 

Fatto sta che Ezequiel Lavezzi detto "Pocho", attaccante della Selecion argentina e stella del Paris-Saint Germain, già icona gay in Francia, sta facendo svalvolare Buenos Aires. Una pagina Facebook messa su per gioco, "Toglietegli la maglietta!", ha tirato su 100 mila fan in poche ore.

 

La verità è che l'Argentina sta definitivamente impazzendo all'idea di fare un figurone in Brasile. La sola possibilità che la Selección, guidata dal redivivo Lionel Mecí, possa andare meglio dell'odiata Selecao del vicino e, dios mio!, magari vincere i Mondiali e sollevare la Coppa al Maracanà in faccia a 190 milioni di brasiliani infuriati, eccita a tal punto gli animi a Buenos Aires da far dimenticare la crisi economica e il rischio di un nuovo default. E poi, fino al 15 luglio, chissenefrega se il dollaro al mercato nero vale il doppio del cambio ufficiale.

 

Per strada si sente intonare ovunque "Brasil, Brasil, dime que se siente", una molto poco scaramantica canzoncina uscita da chissà dove, che prende in giro i brasiliani immaginandoli con un palmo di naso davanti a “Messi goal”. E' il jingle da cellulare del momento, squilla dappertutto.

 

Nell'isteria generale, alla "pulce" Messi è successo l'opposto che a Balotelli. Alla vigilia del Mondiale, pur sempre nell'entusiasmo obbligato che si ha in Sud America verso le stelle del calcio nazionale, tutti sussurravano perplessità e maldicenze, nel timore che il Pallone d'oro giocasse bene ma segnasse poco. Dopo il primo gol di debutto e la doppietta alla Nigeria, Messi è di nuovo per tutti il Maradona del futuro senza se e senza ma.

 

Buenos Aires si è svegliata incartata di poster con grafica anni Cinquanta. "Dios es argentino. Y el pueblo es peronista" è scritto sopra un ritratto di Messi e Maradona; sullo sfondo la presidente Cristina Kirchner e il defunto marito, l’ex presidente Nestor. Il poster è opera dell'ultragovernativo Frente Trasversal, gruppo della più grande organizzazione "Unidos y organizados" che si occupa anche di portare i maxi schermi in ogni angolo remoto del Paese al grido calcistico-kircherista "Vamos Argentina!".

 

Nonostante il paese sia agli sgoccioli, avvitato com'è in una crisi economica drammatica con l’inflazione al 40 per cento, le frontiere col Brasile sono prese d'assalto da tifosi che vogliono arrivare sotto lo stadio per esserci, anche se non hanno i soldi per il biglietto. A Rio, per la partita di debutto dell'Argentina, gli scontri tra polizia e tifosi rimasti fuori del Maracanà sono stati i più duri dall'inizio dei Mondiali. A Porto Alegre, per la partita vinta contro la Nigeria, sono arrivati più di 100 mila argentini. Rimasti tutti fuori, dato che il Beira-Rio, lo stadio, ha 48 mila posti.