Si sgonfia la bolla mediatica degli universitari americani iperindebitati

Luciano Capone

Quando si parla del sistema universitario americano, quasi nessuno ne mette in dubbio la qualità, le critiche sono rivolte ai costi elevati delle rette e al pesante indebitamento degli studenti per studiare. Non è così.

Milano. Quando si parla del sistema universitario americano, quasi nessuno ne mette in dubbio la capacità di formare persone preparate e in grado di trovare lavori ben remunerati. Le critiche invece sono rivolte ai costi elevati delle rette e al pesante indebitamento che gli studenti si trovano a contrarre per poterle frequentare. Perfino i media italiani raccontano spesso, a mo’ di spauracchio contro l’ingresso dei privati nel sistema universitario, le storie di giovani studenti americani pieni di debiti. In una puntata di “Servizio Pubblico” di qualche mese fa, ospite di Michele Santoro, fu Serena Dandini a denunciare con enfasi retorica le storture del sistema. I prestiti agli studenti – è il leitmotiv – sono simili ai mutui subprime: una bolla pronta a scoppiare. In Italia lo stereotipo dello studente statunitense indebitato fino al collo è secondo solo al malato senza assicurazione che viene lasciato morire sul marciapiede davanti al pronto soccorso. Ovviamente non si tratta di un fenomeno completamente inventato, il problema esiste ed è molto sentito anche negli Stati Uniti, ma, come sostenuto ieri da David Leonhardt sul New York Times, “la realtà del debito degli studenti è diversa dai cliché”.

 

Secondo il giornale della sinistra liberal, se si va oltre i casi eccezionali di indebitamento oltre i 75 mila e 100 mila dollari, le cifre complessive non mostrano quel costante aumento dell’indebitamento che si percepisce dai media. Il Nyt cita i dati di uno studio della Brookings Institution, uno dei più importanti think tank di ispirazione democratica, secondo cui la quota di reddito che gli studenti americani spendono per ripagare i debiti è rimasta costante nel tempo: solo il 7 per cento delle famiglie che hanno contratto un prestito universitario ha un debito superiore ai 50 mila dollari. Mentre il 58 per cento delle famiglie ha meno di 10 mila dollari di debito e il 18 per cento tra 10 mila e 20 mila. “Non stiamo certo sostenendo che lo stato dell’economia americana e del sistema universitario sia fantastico – ha dichiarato Matthew Chingos, l’autore dello studio – ma crediamo che i dati minino alla base la vulgata catastrofista predominante”.

 

[**Video_box_2**]Nei mesi scorsi aveva creato un certo allarmismo un report della Federal Reserve di New York che evidenziava come i prestiti agli studenti, che hanno superato complessivamente i 1.000 miliardi di dollari, siano l’unica forma di indebitamento in crescita. Ma anche questo incremento non dovrebbe essere motivo di preoccupazione, perché parte dell’aumento è dovuto al fatto che sempre più giovani si iscrivono all’università. Più sono i giovani che vogliono studiare e che riescono a farlo, dunque, più cresce il debito complessivo accumulato. E’ anche vero, certo, che il debito mediano dal 1989 al 2010 è più che raddoppiato, passando da 3.500 a 8.500 dollari, ma c’è da sottolineare che sono anche aumentati gli stipendi dei laureati e il tempo necessario a ripagare il debito. Lo studio della Brookings mostra che dalla combinazione di questi altri due fattori emerge un altro dato che sembrerebbe sorprendente: “La quota di reddito che un tipico studente-debitore deve dedicare al pagamento di prestito è solo marginalmente più alta di quella dei primi anni 90 e un po’ più bassa di quanto non fosse a fine anni 90 – scrive il Nyt – Era il 3,5 per cento nel 1992, il 4,3 per cento nel 1998 e il 4 per cento nel 2010”. E in maniera ancora più sorprendente il decile di studenti con un debito più alto nel 1992 spendeva il 20 per cento del proprio reddito per ripagare il prestito, quota che è scesa al 15 per cento nel 2010. Un problema c’è e riguarda quegli studenti che non riescono a laurearsi e che abbandonano l’università: per le loro famiglie l’incidenza del debito è salita dall’11 al 41 per cento. Nonostante alcune criticità, i prestiti universitari negli Stati Uniti non sono un’emergenza e forse non vanno considerati come un debito ma come un investimento: uno studio della Georgetown University ha stimato che un laureato americano nell’arco della sua vita guadagna in media 1 milione in più rispetto a un diplomato.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali