Bengtsson, il climatologo diventato scettico costretto a dimettersi

Piero Vietti

Tre settimane. La mannaia scientificamente corretta dei warmist non ha concesso un giorno di più a Lennart Bengtsson, famoso meteorologo svedese, scienziato stimato a livello internazionale e già direttore del Max Planck Institute per la meteorologia di Amburgo, uno dei migliori centri di ricerca sul clima al mondo. A fine aprile Bengtsson era entrato a far parte del board di consulenti accademici della Global warming policy foundation, organizzazione no profit e think tank di stampo conservatore nato nel 2009 per cercare di contrastare l’esagerata preoccupazione per il riscaldamento globale. Ieri è stato costretto a dimettersi per le “troppe pressioni ricevute”.

    Tre settimane. La mannaia scientificamente corretta dei warmist non ha concesso un giorno di più a Lennart Bengtsson, famoso meteorologo svedese, scienziato stimato a livello internazionale e già direttore del Max Planck Institute per la meteorologia di Amburgo, uno dei migliori centri di ricerca sul clima al mondo. A fine aprile Bengtsson era entrato a far parte del board di consulenti accademici della Global warming policy foundation, organizzazione no profit e think tank di stampo conservatore nato nel 2009 per cercare di contrastare l’esagerata preoccupazione per il riscaldamento globale. Ieri è stato costretto a dimettersi per le “troppe pressioni ricevute”.

    Appena il giorno prima, intervistato dallo Spiegel Online, l’ottantenne scienziato spiegava i motivi della sua svolta “scettica” con queste parole: “E’ importante per consentire un ampio dibattito in materia di energia e clima. La maggior parte dei membri del Gwpf sono economisti e questa è un’opportunità per me di imparare da loro”. Bengtsson voleva “allargare il dibattito”, spiegava all’intervistatore che gli chiedeva come mai abbia abbandonato le tesi allarmistiche: “Ho dedicato gran parte della mia carriera a studiare modelli di sviluppo per prevedere il tempo, e così facendo ho imparato l’importanza della convalida delle previsioni sulla base delle condizioni meteo osservate”. Il fatto è che – spiegava lo scienziato – “la climatologia non è in grado di convalidare correttamente le proprie simulazioni: dalla fine del Ventesimo secolo il riscaldamento della Terra è stato molto più debole di quanto i modelli climatici mostrassero”.

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    Che è poi il difetto dell’ultimo report del panel di scienziati delle Nazioni Unite, l’Ipcc, il quale parla di riscaldamento globale in atto a causa delle attività umane: “Non vedo una netta differenza tra i risultati osservati e le simulazioni. Rispetto il lavoro scientifico dietro i rapporti dell’Ipcc, ma non capisco la ricerca di consenso. E’ essenziale che la società sia composta da settori in cui il consenso non esiste. Se l’obiettivo è cercare azioni semplicistiche in un campo che è complesso e non conosciuto come il clima, allora il mio parere è inutile”. Bengtsson è sempre stato affascinato dalla possibilità di prevedere gli eventi, ma anche frustrato dall’incapacità di poterlo fare. L’idea di sapere oggi come risolvere problemi che si porranno tra 100 anni è assurda, diceva ancora allo Spiegel: “Pensate di essere nel 1914 e di elaborare un piano d’azione per il 2014: non avrebbe senso”. Parole ragionevoli di un esperto della materia da sempre rispettato nella comunità scientifica per le sue posizioni.

    Comunità scientifica che evidentemente non può accettare che qualcuno non segua il mainstream. E così ieri pomeriggio sul sito della Global warming policy foundation è apparsa la lettera di dimissioni di Bengtsson: “In questi giorni sono stato messo sotto una tale pressione da tutto il mondo che è diventato quasi insopportabile per me. Se dovesse continuare, non sarò più in grado di svolgere il mio lavoro normale e dovrei cominciare a preoccuparmi per la mia salute e la mia sicurezza. Non avrei mai immaginato un comportamento del genere nei miei confronti da una comunità che mi è sempre stata vicina durante tutta la mia attività lavorativa. Ecco perché non ho altra scelta che dimettermi dal board”. Anche questa volta il consenso scientifico è salvo.

    • Piero Vietti
    • Torinese, è al Foglio dal 2007. Prima di inventarsi e curare l’inserto settimanale sportivo ha scritto (e ancora scrive) un po’ di tutto e ha seguito lo sviluppo digitale del giornale. Parafrasando José Mourinho, pensa che chi sa solo di sport non sa niente di sport. Sposato, ha tre figli. Non ha scritto nemmeno un libro.