Civis senensis svm

David Allegranti

Ventotto dicembre duemilatredici, Siena. L’auditorium del Monte dei Paschi è apparecchiato per l’assemblea dei soci, ci sono un po’ tutti; c’è il socio Fiorenzani, c’è il socio Falaschi, c’è il socio Corradi, c’è il socio Semplici. E naturalmente c’è lei, la presidente della Fondazione Mps, la socia Antonella Mansi. E’ il gran ritorno della senesità con annesso sberleffo, è l’apoteosi della Fondazione, pardon, dell’Affondazione. Affonda Alessandro Profumo, sotto i colpi dei piccoli soci – i Fiorenzani, i Falaschi, i Corradi, i Semplici, tutti accorsi al Bar Sport(ello) – che nella vita reale, fuori dal palco dell’auditorium, sono consiglieri comunali, avvocati, animatori di associazioni, rappresentanti di organizzazioni a tutela dei consumatori e si battono perché la banca non finisca nelle mani sbagliate (di solito quelle dei forestieri).

    Ventotto dicembre duemilatredici, Siena. L’auditorium del Monte dei Paschi è apparecchiato per l’assemblea dei soci, ci sono un po’ tutti; c’è il socio Fiorenzani, c’è il socio Falaschi, c’è il socio Corradi, c’è il socio Semplici. E naturalmente c’è lei, la presidente della Fondazione Mps, la socia Antonella Mansi. E’ il gran ritorno della senesità con annesso sberleffo, è l’apoteosi della Fondazione, pardon, dell’Affondazione. Affonda Alessandro Profumo, sotto i colpi dei piccoli soci – i Fiorenzani, i Falaschi, i Corradi, i Semplici, tutti accorsi al Bar Sport(ello) – che nella vita reale, fuori dal palco dell’auditorium, sono consiglieri comunali, avvocati, animatori di associazioni, rappresentanti di organizzazioni a tutela dei consumatori e si battono perché la banca non finisca nelle mani sbagliate (di solito quelle dei forestieri). Sono schierati con la socia Mansi, che vuole bocciare l’immediato aumento di capitale chiesto da Profumo, il presidente della banca. “Se la sua delibera sarà bocciata – dice Gabriele Corradi, ex consigliere comunale – il presidente dovrà prenderne atto e andarsene, presidente Profumo ci liberi della sua presenza, a Siena sarà sempre benvenuto, ma lasci Rocca Salimbeni. Lei non è stato capace di capire la nostra storia”. Lei, caro Profumo, non è stato capace di capire la “senesità”, gli stanno dicendo i piccoli soci, come quello che s’arrabbia perché Profumo non l’ha chiamato “avvocato” e lui è avvocato, “qui lo sanno tutti chi sono!”.

    Sulla senesità, Siena ha costruito il suo mito autarchico, è l’unguento per l’equilibrio perfetto di una città appartata, quell’equilibrio che sta fra lo strapaese e lo strapotere, è l’ossessione di una comunità che è riuscita a mantenere integre le sue tradizioni, a tenere in piedi il Palio, l’unica cosa che Siena non può cancellare, l’unica cosa che compatta destra e sinistra, come bene sa l’ex ministra Michela Vittoria Brambilla che lo paragonò alla corrida e si beccò l’anatema di tutti, centrodestra compreso (“Non sa di che parla!”). Quando c’era ancora la Fondazione in salute – detta anche la “mucchina da mungere – e i soldi non mancavano, quando sul territorio piovevano 233 milioni di erogazioni (2008, l’anno record), quando ancora non erano arrivati i suicidi a spezzare l’incantesimo di una città che pareva coperta da una campana di cristallo, isolata dal mondo, appartata appunto, quando la senesità del Monte ancora non scricchiolava sotto i toc toc del mercato che bussa al portone di Rocca Salimbeni, quando insomma Siena non aveva ancora incontrato il suo cuore di tenebra era tutto più facile; anche la senesità era più facile da difendere.

    Già, ma che cos’è questa decantata senesità? Il compianto semiologo Omar Calabrese, nell’ultima intervista, disse che in un “eccesso di globalizzazione, di perdita del senso di appartenenza il genius loci ha un valore, un valore sia chiaro culturale, non etnico”. Spiegò, al Corriere Fiorentino, che la senesità era composta di tre elementi: “L’attaccamento fortissimo al territorio; la compattezza sociale, il sentirsi comunità e l’aiuto reciproco, che è simboleggiato perfettamente dalle contrade; l’amore per l’estetica, il paesaggio come è stato realizzato nei secoli. Un amore che fa sì, ad esempio, che nessuno si sogni di scrivere sui muri”. Calabrese era nato a Firenze e a Siena viveva da tempo, era stato anche assessore comunale alla Cultura; per questo nell’intervista disse di sentirsi un “bastardo”. Come tutti i non senesi scontava il peccato di essere nato altrove e cercava di recuperare la grave mancanza – grave per uno che vuole vivere a Siena – con un riflesso pavloviano. Se fosse vivo ancora oggi chissà cosa direbbe delle zampe anteriori del cavallo dentro il Cortile del Podestà rotte da qualche vandalo pochi giorni fa; probabilmente direbbe, come ha spiegato l’artista senese che lo ha realizzato, Alessandro Grazi, che “questo gesto non può essere di un senese. In questa città i cavalli si amano, non si rompono”. La senesità è che è sempre tutta colpa dei maledetti forestieri.

    Il paradosso di questo spirito d’autoconservazione è che i sindaci di Siena che non vengono da Siena ci tengono a dirsi, in qualche modo, senesi; quello attuale, Bruno Valentini, che ha fatto il sindaco a Monteriggioni, nella prima riga della sua biografia sul sito internet per la campagna elettorale scriveva di essere sì nato a Colle Val d’Elsa, in provincia dunque, “anche se la mia famiglia viveva già a Siena”. Come a dire: io i tre quarti di senesità ce li ho. Il suo predecessore, Franco Ceccuzzi, viene invece da Montepulciano, nella sua bio elettorale spiegava di vivere a Siena da oltre un quarto di secolo e precisava: “Pur non essendoci nato, ho imparato a conoscere questa città giorno dopo giorno, cercando di scoprirne, con rispetto e attenzione, ogni sfaccettatura”. Come a dire, pure lui: io non sono dei vostri e so cosa vuole dire non essere dei vostri, ma sarò più senese di voi, più realista del re. E ancora: Carlo Ciampolini, prima commissario prefettizio e poi sindaco nel 1944-1946, era di Colle; Fazio Fabbrini (1965-1966) era di Abbadia San Salvatore. Il recente Pierluigi Piccini (1990-2001) è nato a Roma. Roberto Barzanti (sindaco dal 1969 al 1974 e poi vicesindaco e assessore all’Urbanistica dal 1979 al 1984), già vicepresidente del Parlamento europeo, è nato a Monterotondo Marittimo, un castello, ama ripetere anche lui, “della Repubblica di Siena”. Come atto di ravvedimento rispetto alle diverse umili generalità geopolitiche e anagrafiche che non li renderebbe sufficientemente degni, gli aspiranti sindaci o candidati al Consiglio comunale vanno a battezzarsi (si dice così) in una contrada per aumentare il tasso di senesità; per dire, Piccini nell’Aquila, Ceccuzzi nella Torre. Barzanti nella bio elettorale – a quei tempi non c’era internet, tantomeno Twitter – vantava di essere un Cancelliere della Tartuca, contrada della quale è stato successivamente Priore.

    Ma la conversione può non essere sufficiente. Perché, come dice uno dei più strenui difensori della senesità, vale a dire il presidente del Consiglio regionale toscano Alberto Monaci, chi ha gestito finora il Monte dei Paschi, banca e Fondazione, non è di Siena. Monaci, che pure lui è nato ad Asciano, lo ripete sempre, quando spiega l’origine dei mali della città, che Gabriello Mancini è di San Gimignano e Giuseppe Mussari è calabrese (sì, ma con la mamma senese!). Vale a dire l’ex presidente della Fondazione Mps e l’ex presidente della Banca che hanno condotto, con ruoli e responsabilità diverse, le operazioni di ricapitalizzazione e di acquisizione di Antonveneta. I senesi no, dice Monaci, si sarebbero appellati, nelle loro azioni, nei loro aumenti di capitale, nelle loro acquisizioni, nelle loro Antonvenete, all’“amore di patria”. Dice il presidente del Consiglio regionale che “la senesità viene usata in modo spregiativo, ‘so’ senesi’, ma noi siamo cittadini della Repubblica autonoma di Siena”. Monaci, che in un’altra vita era parlamentare della Dc e che in quella attuale è riuscito, nell’ordine, a tirare giù un sindaco (Ceccuzzi, facendogli mancare i voti in Consiglio comunale e portando Siena al voto anticipato) e a impallinare Matteo Renzi impedendogli di partecipare come Grande elettore alle votazioni del presidente della Repubblica, se potesse forse tornerebbe davvero alla battaglia di Montaperti, quando il 4 settembre 1260 s’affrontarono le truppe ghibelline capeggiate da Siena (ma piene di fuoriusciti fiorentini) e quelle guelfe capeggiate da Firenze. Con “amore di patria” naturalmente.
     
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    La senesità è l’articolo 15 comma 1 dello Statuto della Fondazione, quello che impone al presidente di essere “scelto fra persone residenti nel comune o nella provincia di Siena”. E se uno la residenza a Siena o in provincia non ce l’ha, deve darsela, come il coraggio. Franco Pizzetti, ex garante della Privacy e candidato sostenuto dai renziani nell’estate scorsa alla guida della Fondazione, la prese a Sovicille dove ha un cugino. E non si contano i presidenti del Monte che all’ultimo momento riuscivano a esibire un certificato di residenza carpito in un comune dei dintorni; così fece Piero Barucci.
    La senesità ha a che fare con il sangue e con la terra; bisognava essere ai funerali di David Rossi, il capo della comunicazione di Mps morto suicida nel marzo scorso, per capire di che cosa si tratta. Bisognava essere in quei giorni nella contrada della Lupa, davanti alla chiesa di San Rocco, sotto la pioggia. Bisognava essere lì a parlare con il correttore della contrada, don Sergio Volpi, che spiegava perché l’ateismo di Rossi non era un problema e che il legame di contrada, della comunità di contrada, è più forte della religione.

    Senesità sono le contrade che serbano una funzione rilevante nell’organizzazione della società. “Le contrade – dice l’ex sindaco Barzanti – avevano una loro organizzazione basata sulla partizione del territorio urbano, ci tenevano a distinguersi dalle compagnie religiose che fiorirono in epoca controriformistica, o di riforma cattolica, ma è indubbio che nel loro calendario rituale, nella loro liturgia, nell’esercizio della pietà, nella partecipazione alle festività, incorporano fortemente elementi di matrice religiosa, cattolica”. La componente religiosa poi si è molto attenuata, le diciassette contrade si sono progressivamente laicizzate, soprattutto a partire dall’Ottocento, quando sono diventate associazioni di mutuo soccorso, ma il riferimento territoriale di una contrada resta sempre la chiesa, l’oratorio, accanto alla sede ufficiale. “Lo stesso Palio – dice Barzanti – nel suo insieme è una macchina celebrativa dedicata alla Madonna; il Palio del 2 luglio fu aggiunto come rito di riparazione nel Seicento a quello che già c’era, cioè a quello corso in onore dell’Assunta a metà agosto, perché un soldato spagnolo colpì con l’archibugio una statuetta della Madonna che fu da subito oggetto di devozione di massa. E lui morì all’istante”.

    Insomma ce n’è più d’una di senesità. Ce n’è anche una deteriore, che è, spiega lo storico Mario Ascheri, “la difesa anche immotivata, cieca, mitica, di una città assediata da invidiosi, la città che ha sempre ragione nei confronti delle critiche esterne solo perché sono critiche, prima di chiedersi se sono fondate. Il tutto forse è aggravato dal fatto che la metà dei residenti non sono nati a Siena, per cui il bisogno di integrazione in una realtà così compatta viene vissuto aderendo più facilmente ai miti interessati alla conservazione degli equilibri consolidati”. Il paradosso è che anche Ascheri, uno dei più accaniti ideologi della senesità, è nato a Ventimiglia ed è riuscito a passare da una contrada all’altra: dalla Selva all’Onda.

    La senesità è una soglia psicologica. La senesità è una percentuale, un confine entro cui stare, che di volta in volta viene aggiornata e stabilisce la linea di demarcazione fra il “noi” e il “loro”; noi che difendiamo Mps dalle incursioni esterne, loro che vorrebbero metterci le mani.
    La senesità è questione di numeri. Un tempo c’era la soglia del 51 per cento di azioni detenute dalla Fondazione Mps da dover preservare, pareva fosse il vincolo imprescindibile di origine protetta, pareva che sotto quel 51 per cento non si potesse scendere, pena la perdita di controllo sulla banca, che da sempre deve stare sul mitologico “territorio”. Ceccuzzi, ex Pci-Pds-Ds, candidandosi alle elezioni amministrative del 2011, aveva come “obiettivo irrinunciabile” quello di “rafforzare la senesità della Fondazione e della Banca Mps”. La difesa del 51 per cento la mise anche nel programma elettorale e in quei mesi – prima di cambiare idea e rivedere il suo giudizio – diceva: “E’ fondamentale che la Fondazione mantenga sempre il 51 per cento dei diritti di voto nell’assemblea del Monte. Un impegno cui mi atterrò se sarò eletto sindaco”. Nel frattempo la quota detenuta dalla Fondazione è scesa al 33,5 per cento e nei prossimi mesi, dopo l’aumento di capitale rinviato a maggio, è destinata a scendere ancora.

    La senesità, sempre per restare ai numeri e alle percentuali, ha difeso finché ha potuto il vincolo del 4 per cento che impediva ad altri soci che non fossero la Fondazione di detenere quote di azioni della Banca superiori a tale soglia. Anche in quel caso, naturalmente, c’era da tutelare l’origine protetta della banca; hai visto mai che si contaminasse troppo con l’esterno.

    La senesità produce ircocervi. Pochi giorni fa il sindaco Valentini e la locale Confindustria hanno espresso timori perché Mps possa finire in mano al “capitalismo finanziario internazionale”. E una volta è il capitalismo, una volta la globalizzazione, una volta ancora è il 51 per cento da conservare, una volta è Profumo da sconfiggere. Solo che a un certo punto la senesità ha iniziato a essere un peso, il suo valore è diventato un disvalore. Il professor Stefano Merlini, costituzionalista, inviato dal Tesoro a Siena alla fine degli anni Novanta perché contribuisse a scrivere il nuovo Statuto della Fondazione, in via di trasformazione da istituto di diritto pubblico a privato azionista della banca, dice oggi che quella fu un’occasione perduta. Delle sue osservazioni fu recepito ben poco, spiega; per esempio non fu abolito il vincolo della residenza e non fu specificato l’obbligo, per essere nominati presidenti della Fondazione, di essere in possesso di titoli e competenze adeguate nel settore finanziario e bancario. Fu così che un avvocato penalista come Giuseppe Mussari riuscì a prendere la guida dell’ente. E invece, dice oggi Merlini, “Siena avrebbe dovuto capire che una grande istituzione nazionale come era diventato il Mps non poteva più far coincidere i propri interessi, che erano interessi nazionali, con questo sentimento e con gli interessi della Fondazione, che erano interessi di Siena, anche se di una Siena proiettata nel suo vecchio immaginario stato storico”. Da quel momento la senesità deteriore, dice Merlini, “ha ammazzato la gallina dalle uova d’oro. Prenda la nomina di Mussari, è significativa perché fu scelta una persona che aveva avuto come esperienza di amministrazione solo quella della Fondazione. Ma sono due mestieri profondamente diversi. La distinzione, contenuta nella legge Amato-Ciampi, tra fondazione e banca, non è che non l’hanno mai capita a Siena; è che non l’hanno mai voluta prendere in considerazione. Chi ha fatto per quattro anni il presidente di una fondazione bancaria non ha i titoli per fare il presidente di una banca; Mps non è la cassa di risparmio di una piccola media città. Ed è stata questa osmosi fra ex sindaci, ex presidenti di provincia, ex dirigenti di partito, ex dirigenti della Fondazione e alta dirigenza del Monte dei Paschi a mettere nei guai Mps in generale, cioè sia banca sia fondazione”. Già, perché la senesità è anche autotrasfusione. Come quelle famiglie reali in cui ci si sposa fra consanguinei pur di non perdere la propria specificità. “Come se – dice Barzanti – tutto ciò che riesce a sopravvivere dovesse in realtà, secondo la formula di Cesare Brandi, ‘sopravviversi’, protrarsi oltre il limite, esistere nell’ombra che succede alla luce meridiana di una volta”. Scrisse Henry James alla fine dell’Ottocento: “A Siena ogni cosa ha superato il suo meridiano”.
     
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    Ventotto dicembre duemilatredici, Siena. Il socio Fiorenzani, il socio Falaschi, il socio Corradi e il socio Semplici – forti della socia Mansi – hanno vinto la loro battaglia con Profumo, il manager venuto da Unicredit, che due anni fa ha rotto la tradizione localista insieme all’ad Fabrizio Viola (vedremo se si dimetteranno davvero). L’aumento di capitale si potrà fare solo dal 12 maggio. Il canovaccio del Bar Sport(ello) è stato rispettato. Ora manca solo che qualcuno dei capitalisti finanziari internazionali mangi la Luisona (la decana delle paste di Stefano Benni).

    • David Allegranti
    • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.