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I moralisti delle tasse che difendono il fisco oppressivo

Stefano Fassina si è per­messo di dire che non ogni artigiano in lite con il fisco è un avido e un ladro, e lo ha detto da ministro di sini­stra e da capocorrente «comu­nista » nel suo partito, facendo nascere un «caso Fassina». Si conferma così una variazione nella famosa regola stabilita tanti anni fa da Ignazio Silone, scrittore cristiano e capo co­munista dissidente nell’era di Stalin e di To­gliatti (anni Trenta del Nove­cento).

29 Luglio 2013 alle 08:34

I moralisti delle tasse che difendono il fisco oppressivo

Pubblichiamo l'editoriale di Giuliano Ferrara apparso sul Giornale di sabato 27 luglio.

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Stefano Fassina si è per­messo di dire che non ogni artigiano in lite con il fisco è un avido e un ladro, e lo ha detto da ministro di sini­stra e da capocorrente «comu­nista » nel suo partito, facendo nascere un «caso Fassina». Si conferma così una variazione nella famosa regola stabilita tanti anni fa da Ignazio Silone, scrittore cristiano e capo co­munista dissidente nell’era di Stalin e di To­gliatti (anni Trenta del Nove­cento).

Diceva Silone: «La bat­taglia finale sarà tra comuni­sti ed ex comunisti». Non è da tempo più così. Oggi bisogna riformulare e modificare: «La battaglia finale sarà tra reali­sti e moralisti». Lo dimostra anche la chiamata alla respon­sabilità di Giorgio Napolita­no, per formazione personale un comunista italiano doc; lo ricorderete,è l’appello al prin­cipio di realtà che ha reso pos­sibile la fine degli equivoci nel Partito democratico e la nasci­ta di un governo di larga coali­zione tra il centrosinistra e i berlusconiani dopo le politi­che, quel governo che è la be­stia nera di Carlo De Benedet­ti e della sua grossa lobby poli­tico­ editoriale. Quel governo che, per quanto debole e defi­citario, è potuto nascere solo perché Napolitano appena rieletto, per puro spirito di rea­lismo politico, ha avuto il co­raggio di presentarsi alle Ca­mere, sculacciare i lobbisti an­tiberlusconiani travestiti da utopisti e da moralisti, e dare infine ragione platealmente all’Arcinemico dei moralisti pazzi contro bersanismi e pro­dismi o rodotarismi o grilli­smi di ogni tipo.

Renato Brunetta, il cui attivi­smo anche un pochino scon­clusionato è sempre più sim­patico, premiato com’è dal­l’agenzia delle comunicazio­ni che ha finalmente scoperto come le trasmissioni Raitre si­ano faziosette (atto di reali­smo minimalista ma apprez­zabile), ha detto a Fassina: benvenuto nel club. Il che è giusto. E anche sbagliato. Giu­sto perché la critica del fisco oppressivo, invadente e inca­pacitante è un tratto distinti­vo di tutte le sfumature del pensiero liberale e conserva­tore. Fassina con quella di­chiarazione fatale si è in effet­ti iscritto a un club che consi­dera comunisti e laburisti de­gli eccentrici.
Ma quel benvenuto è in cer­to senso sbagliato perché alla radice della rivolta del vicemi­nistro dell’Economia contro gli ortodossi del partito e del sindacato, in prima linea la tremenda Susanna Camusso della Cgil,non c’è una conver­sione al sapido realismo dei conservatori liberali (se lo Sta­to si prende quasi tutto, l’im­prenditore non farà quasi niente), bensì un riflesso, ap­punto «realista», della vec­chia cultura industriale del movimento operaio.

Ho sempre sostenuto, in buona compagnia, che per ri­scuotere le tasse occorrono tre condizioni: ridurle a una quota accettabile del reddito delle persone e delle imprese, rendere conveniente il pagar­le in una catena dell’opportu­nità che è virtuosa solo per il suo benefico effetto e non per bontà d’animo, promuovere un senso della comunità che ha inevitabilmente un cari­sma politico, civile e perfino religioso (repressione fiscale compresa). Da noi mancano tutte e tre le condizioni. Sia­mo scettici e individualisti, pa­gare le tasse non appare quasi mai un gesto fruttifero e incisi­vo che sia conveniente, le tas­se­sono bestialmente alte in re­lazione alla capacità di cresci­ta dell’economia reale. In compenso stiamo diventan­do anche il Pa­ese in cui la polemica mo­ralistica sulle tasse arriva a invocare lo stato di poli­zia, investe pericolosa­me­nte la men­talità e le abi­tudini libere delle perso­ne, induce chi ha un’au­to costosa o una barca co­stosa a girare e navigare sempre in presenza del­la sua dichia­razione dei redditi, stia­mo diventan­do un mondo alla rovescia, stupidamen­te moraleg­giante, fran­camente grot­tesco, in cui chi abbia suc­cesso e riesca a guadagna­re d­eve giusti­ficarsi, non con la fede, come preten­de compren­sibilmente il Papa, ma con l’adesione all’etica di Stato, ciò che è meno comprensibile e meno commendevole.

Anche un laburista di forma­zione comunista come Fassi­na lo ha capito, e vuole giusta­mente e scandalosamente di­stinguere tra l’evasore accani­to e fraudolento, lo sleale ver­so la comunità, e il lavoratore­imprenditore oppresso e in­gabbiato da tasse inaudite, che mettono in pericolo il suo profitto, e con esso il lavoro suo e di chi gli sta attorno. E questo in nome dei suoi stessi principi di efficacia del welfa­re state . Giustamente e scan­dalosamente: è lo stato dell’ar­te al quale si debbono rifare tutti i «realisti» nella battaglia contro i faciloni «moralisti», perché è sempre più facile e gratificante spiegare al pub­blico che cosa si «deve» fare, piuttosto che cercare di capi­re che cosa si «può» onesta­mente fare per realizzare il principio senza tradire la real­tà.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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