Romanzo Viminale

Salvatore Merlo

“Al Viminale può succedere di tutto, è una macchina complessa, persino pericolosa, che può stritolare”, dice Claudio Scajola, l’ex ministro dell’Interno, lui che quelle stanze le conosce bene per averle governate nel 2001, lui che ritiene di essere stato a un certo punto accoltellato alle spalle dalla macchina ministeriale. Come Angelino Alfano? “Non lo so, ma c’è un vecchio detto – sospira Scajola – ‘i ministri passano e l’apparato resta’".

Buttafuoco intervista l'ambasciatore kazaco

    “Al Viminale può succedere di tutto, è una macchina complessa, persino pericolosa, che può stritolare”, dice Claudio Scajola, l’ex ministro dell’Interno, lui che quelle stanze le conosce bene per averle governate nel 2001, lui che ritiene di essere stato a un certo punto accoltellato alle spalle dalla macchina ministeriale. Come Angelino Alfano? “Non lo so, ma c’è un vecchio detto – sospira Scajola – ‘i ministri passano e l’apparato resta’. E se il ministro non sta attento, se non controlla tutto, se non lavora come un matto, se non capisce i meccanismi profondi e il modo di ragionare dei funzionari, se non vive ventiquattr’ore al giorno dentro quel Palazzo, allora gli può anche capitare di essere tradito dall’apparato. E’ già successo in passato, può succedere ancora”. Il Viminale dunque, costruito sul colle dedicato al dio Viminus, o meglio Verminus, il ministero al centro dell’affaire Ablyazov, la storiaccia che tormenta le giornate di Alfano, il ministro rimasto impigliato in una vicenda che lui giura, criticatissimo, di non aver visto nemmeno arrivare, “nessuno mi ha detto niente. Si è interrotta la catena delle informazioni interne. Faremo chiarezza”. Per anni, prima i giornali e poi gli storici, hanno raccontato il Viminale come un immenso verminaio pieno di microspie, casseforti, con una misteriosa armeria nei sotterranei e addirittura un tunnel segreto nel sottosuolo di Roma sino agli scantinati del Quirinale. E nella Prima Repubblica questa struttura enorme, era governata da una precisa antropologia democristiana; per capirlo ancora oggi basta guardare le foto dei ministri che al Viminale pendono su una parete marrone. Sembrano le diverse foto di una stessa persona, Tambroni e Fanfani, Scalfaro e Cossiga, Taviani, Restivo, Rumor, Rognoni, Gui, Gava… Era un tipo antropologico preciso, il ministro che si identificava con uno stato profondamente innervato nella società, anche nella società misteriosa, quella criminale, perché il Viminale controllava davvero tutti attraverso carte, faldoni, dossier, confidenti, complicità e patti scellerati. Ed era Scelba che spiegava la modernità ai poliziotti: “Per le cariche, le jeep sono meglio dei cavalli”.

    Ma oggi? Come funziona oggi il Viminale? “L’apparato, la carriera, è la cosa più solida, il potere più forte che c’è là dentro”, dice Alfredo Mantovano, che per due volte è stato sottosegretario all’Interno, con Scajola e poi con Roberto Maroni, nel secondo e nel terzo governo Berlusconi. E l’apparato è composto di questori e prefetti, di cordate, di grandi gruppi di potere interni ai reparti di sicurezza, di antiche e sedimentate solidarietà, di guerre intestine, di vincoli incoercibili, di odi profondi con i quali ciascun ministro della Seconda Repubblica, così antropologicamente diverso dai vecchi gran democristiani, ha dovuto fare i conti; da Giorgio Napolitano a Roberto Maroni, da Rosa Russo Iervolino a Beppe Pisanu, da Enzo Bianco a Giuliano Amato. “Chi meglio, chi peggio”, dice Scajola, “ciascun ministro deve riequilibrare il potere dell’apparato. E deve anche mettere in collegamento una struttura elefantiaca che tende a fare da sé”. Funziona così ai tempi di Ablyazov e dell’ambasciatore kazaco che dorme dietro la porta del capo di gabinetto del Viminale, ai tempi di Alfano, il giovane ministro che nei suoi colloqui più intimi e privati, confessandosi con alcuni dirigenti del Pdl, ancora ruota gli occhi, circospetto, e sussurra, con l’aria di chi non si fida più di nessuno: “Questo è un gioco assai strano”. E così infatti, malgrado il pasticciaccio della signora Shalabayeva abbia portato alle dimissioni del capo di gabinetto, il prefetto Giuseppe Procaccini (sopravvissuto a tre governi), di cui è lecito credere che Alfano non avesse troppa fiducia, malgrado ciò, il nuovo capo di gabinetto all’Interno, Luciana Lamorgese, è un funzionario che nei corridoi del Viminale tutti, ma proprio tutti, descrivono come “il braccio destro e sinistro di Procaccini”. Via Procaccini, dentro Procaccini, dunque. Perché al Viminale, spiegano nelle stanze più riservate del ministero, esiste un gruppo di potere, una cordata di prefetti, più forte di ogni ministro, un gruppo che adesso, nei delicati equilibri interni, in molti sperano possa essere messo in discussione dal nuovo capo della polizia, l’appena nominato Alessandro Pansa, lui che però è già indebolito, sotto attacco, per la famosa relazione sull’affaire Ablyazov letta da Alfano in Parlamento.

    Ed è sorprendente scoprire, nelle stanze ovattate e sospettose di questo Palazzo sterminato, gli abitanti del Viminale che bisbigliano e al profano, allo straniero, indicano un corridoio, come fosse l’altare d’un culto misterico: “Ecco, guarda, là dentro c’è il vero ministero. Il ministero nel ministero. E lì nemmeno il grande capo, nemmeno il ministro in persona, entra a cuor leggero”. Cordata contro cordata. Un tempo dominava il prefetto Ferrante, poi De Gennaro si scornava col prefetto Mosca, negli ultimi anni Manganelli manteneva una fragile diarchia, in perenne equilibrio con Procaccini. Ma poi Manganelli, che è stato il capo della polizia, si è ammalato, è morto, e al Viminale è rimasto il solo Procaccini, quello che adesso ha dovuto lasciare la carriera.

    Ciascun ministro, negli ultimi anni, ha affrontato l’apparato a modo suo, secondo schemi che si sono nel tempo consolidati nella Seconda fragile Repubblica, una volta chiusa l’epoca dei ministri dc: Scajola strafaceva (“e mi è costato”), mentre Pisanu e Maroni lasciavano correre, ma in un rapporto complesso, consapevole ed equilibrato con le lotte  interne agli apparati di pubblica sicurezza e del ministero. Gli scontri sono violentissimi, la contesa è sempre intorno a un potere vero, ambito, al Viminale si gestiscono migliaia di persone, un apparato gigantesco, persino degli appalti milionari: è stato nel vuoto di potere, nella confusione dovuta anche alla malattia di Manganelli, che a novembre del 2012 si dimise Nicola Izzo, il vicecapo della polizia, coinvolto in un’inchiesta sugli appalti assegnati dal dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale. 

    “Se non stai con gli occhi aperti lì ti bruci”, dice l’ex sottosegretario Alfredo Mantovano, e lunga, lunghissima è la teoria di ex ministri che negli ultimi anni, ben prima di Alfano, hanno alimentato la maledizione del Viminale, sacrifici umani al dio Viminus (Verminus), signore e cuore dello stato. Ne sa qualcosa Annamaria Cancellieri, che prima d’essere ministro era prefetto. Consapevole dei rischi, lei che al ministero ci viveva (“entrava alle otto del mattino e usciva alle ventidue”) provò a costruire attorno a sé una nuova cordata, un contrafforte personale del ministro, un contropotere interno con il quale voleva tentare di supplire al vuoto di potere che la tragica malattia di Manganelli stava creando al Viminale. In pochi mesi Cancellieri, oltre a un altro paio di innesti tra uomini di sua fiducia, promosse Matteo Piantedosi da viceprefetto a prefetto, e poi a vicecapo della polizia. Sopravvivere alla maledizione del Viminale è dura. Ma l’operazione non ha funzionato, “per costruire una cordata prefettizzia occorrono anni”, dice chi se ne intende. Bisogna almeno passare da un ufficio fondamentale, quello che ha lanciato Procaccini e Lamorgese, gli ultimi due capi di gabinetto, cioè è fondamentale passare dall’ufficio del personale, dove si stringono relazioni decisive, in un comparto oggi attraversato da violentissimi malumori: il personale di polizia è scontento, il blocco per due anni della progessione in carriera ha inchiodato i salari, gli straordinari non vengono pagati e i mezzi in dotazione – come riportano i sindacati di polizia – sono inadeguati.

    “La cosa incredibile, se non impossibile nel caso Ablyazov, è che all’interno della catena di potere del ministero nessuno sapeva quello che stavano facendo gli altri”, dice Scajola. “E poi, c’è anche da chiedersi chi ha sponsorizzato con il Viminale l’ambasciatore del Kazakistan”. Ma chi coordina, chi comanda al ministero? “Il capo di gabinetto, chè è una figura tutta diversa dal capo di gabinetto degli altri ministeri. E’ più di un segretario generale, è l’uomo che fa da filtro per il ministro, è la figura che conosce alla perfezione tutta la macchina e i suoi ingranaggi”, dice Scajola. Che aggiunge: “Ma Procaccini è al di sopra di ogni sospetto. Il guaio del Viminale è che quel Palazzo è un labirinto di specchi”, e il grande dipartimento della Pubblica sicurezza tende un po’ ad andare per conto suo, “se il ministro non sta attento”.

    Buttafuoco intervista l'ambasciatore kazaco

    • Salvatore Merlo
    • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.