I due Gagarin

Giulia Pompili

Ritratto di Luca Parmitano, il primo italiano ad aver effettuato un'attività extraveicolare, con 6 ore e 7 minuti di passeggiata spaziale

"Cosa posso dirvi in questi ultimi minuti prima dello start? Tutta la mia vita mi sembra adesso solo un bellissimo istante. Tutto ciò che ho vissuto, che è stato fatto prima è stato fatto e vissuto proprio per questo minuto. Lo sapete anche voi, è difficile adesso capire tutto quello che sento, quando è ormai vicinissima l’ora della prova, alla quale ci siamo tutti preparati a lungo e con passione. Vale la pena parlare di tutto ciò che ho provato quando mi fu chiesto di compiere questo volo, il primo della storia? Gioia? No. Non era solo semplice gioia. Orgoglio? No. Non era solo orgoglio. Provai un’enorme felicità. Essere il primo Uomo nello Spazio, andare da solo a uno storico duello con la Natura è magnifico. Si può forse sognare qualcosa di diverso?". Il celebre discorso prima del volo di Yuri Gagarin, il cosmonauta numero 1, non fu pronunciato quel 12 aprile del 1961. Fu registrato a Mosca, qualche settimana prima del lancio. Ne esistevano altre due versioni, recitate dai cosmonauti di riserva German Titov e Grigorij Nelubov. A volare, però, quel giorno, fu il pilota dell’aviazione militare sovietica Yuri Gagarin Alekseevic, e quel passaggio intorno alla Terra del 12 aprile del 1961 sulla navicella russa Vostok 1 lo consegnò per sempre alla storia dell’umanità, trasformandolo in un’icona immortale del popolo sovietico.

   

La spacewalk, la passeggiata spaziale, è chiamata in gergo tecnico Eva, extra vehicular activity (attività extra veicolare). Gli astronauti che vivono nella stazione spaziale internazionale escono periodicamente dal veicolo per la manutenzione della stazione e per effettuare esperimenti scientifici. Ma la spacewalk è soprattutto l’unico momento in cui l’uomo ha un contatto diretto con il vacuum, il vuoto fisico intergalattico. Luca Parmitano, un metro e ottantatré centimetri di sangue siciliano, è stato il primo italiano della storia a uscire dalla stazione spaziale, il 9 luglio scorso. Nel suo resoconto sul suo blog, racconta di quel giorno: “L’airlock (la camera di equilibrio tra ambienti a diversa pressione, ndr) è silenzioso e buio, come un tempio, forse dedicato alla tecnologia, ed entrare dentro ha per me l’effetto calmante di una preghiera”. E poi: “Con la calma che lo contraddistingue in ogni momento, Chris (Cassidy, americano, collega di Parmitano sulla stazione spaziale) apre il portello, e ho la prima visione della Terra, che scorre sotto i miei occhi, il mio visore l’unico ostacolo e al contempo l’unia protezione dalla luce folgorante. Il blu cristallino è ipnotico, ma non c’è tempo di fermarsi. Chris è pronto per uscire, ed è fuori in pochi secondi. Tocca a me. Con calma metodica e studiata, compio ogni gesto come un ballerino esegue la sua coreografia, ma io non sono in cerca dell’applauso finale – voglio solo essere sicuro di non commettere errori. E quando Chris mi dice: ‘Ok, you’re out!’, indovino un sorriso sulle sue labbra, anche se non posso vederlo perché abbiamo il visore dorato abbassato. E’ giorno, e la luce è di una purezza tale da far male”. Il 16 luglio scorso Luca è uscito di nuovo con il collega Chris. La seconda Eva però è finita dopo appena un’ora e 32 minuti per ordine del direttore di volo a terra, David Korth, che seguiva le manovre da Houston. Parmitano si era accorto di un litro di acqua non potabile che galleggiava all’interno del suo scafandro. Un problema su cui sta indagando la Nasa e l’Agenzia spaziale europea. “Sono sano… come un pesce!”, ha twittato pochi minuti dopo Parmitano.
Gagarin era da solo nello spazio. Tutta l’iconografia successiva al suo rientro sulla Terra, costruita dalla propaganda sovietica, lo ritrae come un eroe solitario e bellissimo proprio perché unico, come se fosse stato perfettamente costruito insieme con la Vostok 1 che lo portò in orbita. Anche la sua morte, il 27 marzo 1968 a bordo di un piccolo caccia MiG-15UTI, schiantatosi vicino Kirzac, è ancora avvolta nel mistero e fa parte della divinizzazione dell’uomo. “L’ingegnere Kibal’ic elaborò il progetto di una macchina volante a motore a reazione, Ciolkovskij pensò a costruire dei razzi a diversi stadi e spiegò il senso di queste carissime scelte”, scrive Lev Danilkin nell’ultima biografia pubblicata sul cosmonauta numero 1, “Gagarin” (Castelvecchi, 520 pp., 19,50 euro), “Korolev li costruì e poté assumersi la responsabilità per i rischi che si correvano, in un’epoca in cui tutti avevano paura di farlo. Sì, al posto di Gagarin avrebbe potuto esserci chiunque, ma egli è il loro prodotto. Che vuol dire tutto questo? Che, evidentemente, il kosmos dell’uomo russo/sovietico è un cosmo, uno spazio in senso lato, ampio, come universo a sé stante di idee e di fenomeni che in qualche modo corrispondono a quello grande, lassù”.

   

Il primato russo nella conquista dello spazio è difficilmente discutibile. Tra il 1986 e il 2001 la Mir fu la prima stazione spaziale abitata permanentemente da equipaggio umano. A partire dalla fine della Guerra fredda, Mosca e Washington cominciarono a collaborare nei progetti spaziali, fino alla definitiva messa in dismissione della Mir e all’inizio di uno dei più grandiosi progetti scientifici e di cooperazione della storia, la stazione spaziale internazionale (Iss), al quale si unirono poi anche Europa, Giappone e Canada. Da allora, almeno ufficialmente, i progetti di conquista dello spazio persero lo spirito nazionalistico e diventarono successi dell’umanità. Ma ancora oggi persiste una differenza culturale di fondo che è esplicativa. Gli abitanti dello spazio di nazionalità russa, per convenzione, continuano a essere chiamati cosmonauti, marinai del cosmo, mentre tutti gli altri sono astronauti.

  
Nel suo libro su Gagarin, Danilkin distingue, confrontando gli innumerevoli testi esistenti sulla vita di Yuri, la propaganda dalla realtà. Descrive l’infanzia di Yuri nelle campagne rurali di Klusino, a 180 chilometri dal Cremlino. La sua città d’origine è uno dei motivi per cui fu poi preferito a Titov nel primo viaggio spaziale: la regione di Smolensk, nella Russia occidentale, era ben più russa della regione di provenienza di Titov, che veniva dall’Altaj, “ovvero le terre colonizzate, non russe”. Inoltre a Titov era stato dato il nome di un protagonista del racconto di Puskin “La dama di picche”, German, un nome che però caratterizzava ben poco la sovieticità necessaria per presentare al mondo il cosmonauta numero 1. Dopo il difficile e violento periodo dell’occupazione tedesca, Gagarin si trasferisce a Saratov per studiare all’istituto tecnico da metalmeccanico. Nel 1954 riesce a iscriversi all’aeroclub di Saratov e comincia la sua carriera in aviazione.

  

Ci sono oltre tremila chilometri di distanza tra Klusino, in Russia, e la Sicilia. Quel 27 settembre di 36 anni fa, Luca Parmitano nasce per caso a Paternò, dove la mamma Concetta era andata a trovare la sorella Carmen. La famiglia di Luca vive in realtà a Catenanuova, nell’ennese, dove Concetta Di Benedetto è stata insegnante di francese all’Istituto Enrico Fermi e i fratelli Di Benedetto sono una famiglia numerosa e conosciuta, un consigliere comunale, un architetto, un’artista. Luca nasce durante le celebrazioni di san Prospero, la festa che dura per tutta la settimana a Catenanuova, e il giorno del lancio di Luca è stata un’altra festa, con i concittadini che hanno installato un maxischermo in piazza Marconi per seguire l’evento. I fratelli Parmitano li ricordano tutti, a Catenanuova. Ricordano il liceo scientifico a Catania, al Galileo Galilei, e poi, nel ’94, il volo verso la California. Come Gagarin, Parmitano scopre la passione per il volo durante gli studi. Il padre della famiglia che lo ospita in America lavora nell’aeronautica statunitense, e Luca si appassiona al volo. Quando torna in Italia, si trasferisce a Napoli per studiare Scienze politiche all’Università Federico II e l’Accademia aeronautica di Pozzuoli. Nove anni dopo partecipa al concorso dell’European Space Agency e viene selezionato per far parte della nuova generazione di astronauti impegnati nelle missioni spaziali. Seguono tre anni di addestramento tra Houston, in Texas, e Star City, vicino Mosca, lì dove si erge uno dei più famosi monumenti a Gagarin.

  

A unire ancora una volta le vite di Gagarin e Parmitano c’è la base da cui entrambi sono partiti alla volta dello spazio, il cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan. Il 28 maggio scorso il pilota siciliano è volato a bordo della Soyuz TMA-09M, insieme con il russo Fedor Yurchikhin e l’americana Karen Nyberg. Quel cosmodromo è un luogo sacro per ogni astronauta, un luogo mistico i cui simboli vanno celebrati prima di ogni viaggio verso il vacuum intergalattico. I russi in partenza, per esempio, qualche giorno prima del lancio fanno visita al muro del Cremlino, dove sono deposte le ceneri di Gagarin. Ma ci sono altre tradizioni che onorano tutti, sin da quel 1961. All’interno dell’hotel dei cosmonauti, a Baikonur, c’è un giardino. Lì ogni pilota impegnato in una missione alla vigilia della partenza pianta un albero. Il più grande monumento ai progetti spaziali dell’umanità è diventato quindi un viale alberato che comincia con l’albero piantato da Gagarin nel ’61. Le altre tradizioni sono meno poetiche e più scaramantiche. L’arrivo del razzo lanciatore, per esempio, non può essere osservato dagli astronauti. Qualche tempo fa, al suo passaggio sulla ferrovia kazaca, i cittadini lasciavano sulle rotaie delle monete in segno di buona fortuna. La mattina del lancio gli astronauti escono dalle loro stanze e scrivono il proprio nome sulla porta di quella che viene chiamata la “casetta dei cosmonauti”, oggi completamente coperta da firme e date. Si dice poi che nel tragitto dall’albergo fino alla piattaforma di lancio Gagarin, che era già nello scafandro spaziale, si fermò a fare pipì per strada. Da allora si dice che spesso gli astronauti facciano fermare il pullman per una sosta veloce. Nel frattempo, un prete ortodosso benedice la navicella. A questo punto il comandante porta a bordo della Soyuz un talismano, un oggetto che serva al riconoscimento del momento in cui si entra in orbita e inizia l’assenza di gravità – oggi il talismano è generalmente sostituito da oggetti personali degli astronauti. Nella Soyuz che ha portato Parmitano alla stazione spaziale internazionale, al momento dell’ingresso in orbita, era tutto un fluttuare di pupazzetti del figlio di Karen Nyberg, regalati alla mamma per il lungo viaggio. Che poi non è stato così lungo. Quello di Parmitano e dei colleghi è stato il trasferimento più veloce mai avvenuto: in sole sei ore la Soyuz ha raggiunto l’attracco con la stazione spaziale, un viaggio che fino allo scorso anno richiedeva almeno due giorni.

  

L’addestramento di un astronauta moderno è ovviamente molto diverso da quello subìto da Gagarin, ma a esso è costantemente ispirato. La celebre scritta sul casco del cosmonauta numero 1, CCCP, fu disegnata a mano poco prima della partenza di Yuri. Agli ingegneri venne in mente che non potendo sapere dove sarebbe atterrato al rientro, c’era la possibilità che non lo riconoscessero e lo assalissero. Con le norme di sicurezza praticamente inesistenti, gli scienziati russi ignoravano anche in che modo il corpo umano sarebbe potuto sopravvivere a più di un’ora in assenza di gravità. Parmitano, nei tre anni di allenamento, ha dovuto imparare non solo le tecniche di sopravvivenza in caso di atterraggio della Soyuz in luoghi diversi da quelli previsti, ma all’interno della stazione spaziale gli astronauti devono sostituirsi ai medici, allenarsi a condizioni di prolungato isolamento e stress psicologico. Scrive Danilkin: “Il modello di comportamento esteriore di molti cosmonauti non ci dice nulla della loro individualità, su come vivevano veramente. Cosa avevano in comune? Tutti loro erano cresciuti negli anni Cinquanta: era una vita pesante, spartana, il benessere veniva recepito come qualcosa di precario, temporaneo, ed era sempre accompagnato dalla precisa comprensione di un determinato algoritmo di comportamento che potremmo riassumere con le parole ‘non cinguettare’, non parlar troppo. La seconda cosa che avevano in comune i cosmonauti era la consapevolezza che nessuno si preoccupa di te, che la concorrenza è enorme e che la posta in gioco è altissima”. Di “non cinguettare” oggi non c’è più bisogno. Gli astronauti moderni hanno tutti un account su Twitter con indirizzo @astro_nome. Parmitano invia quotidianamente dei messaggi alla sua Sicilia, a Fiorello, ai colleghi, e ne riceve da chi segue la missione, dalle figlie (due bambine, proprio come quelle di Gagarin). Ieri ha parlato in video con il premier Enrico Letta (“Sono orgoglioso dell’Italia in un momento in cui lo sport nazionale è parlarne solo male. Io voglio dimostrare che c’è un’Italia giovane che ha voglia di fare”, ha detto Parmitano. E Letta: “Questo messaggio viene dallo spazio, spero che messaggi simili vengano anche dalla Terra”). Fotografa lo Stretto di Messina dallo spazio e scrive che “una volta mi bastava attraversare lo stretto per sentirmi a casa”. L’Asi, l’agenzia spaziale italiana di cui Parmitano fa parte, ha costruito un’applicazione per smartphone con il nome della missione, “Volare”, che manda aggiornamenti sulla vita a bordo della stazione e sulle attività di Parmitano. Il prossimo astronauta italiano a volare nello spazio e a vivere nella stazione spaziale internazionale sarà una donna, Samantha Cristoforetti, che partirà il 30 novembre 2014. E se Parmitano somiglia a un Gagarin italiano, Samantha fa venire in mente Mary, la protagonista del romanzo dell’inglese Naomi Mitchison “Memorie di un’astronauta donna” (sempre Castelvecchi, 240 pp., 17,50 euro). Mary non è l’uomo-macchina sovietico incarnato da Gagarin, è una traduttrice, un’esperta di relazioni intergalattiche che lavora alla cooperazione dei vari esseri viventi. Mitchison lo scrive guarda caso proprio nel 1962, quando la conquista dello spazio sembrava a un passo.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.