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La solitudine dei preti assassini

Ci sono dei crimini imperdonabili. E per punirli è lecito ucciderne i responsabili. Ed è lecito ucciderli in nome di Dio. Questo fanno i “Santi pericolosi”. I santi si mettono insieme pericolosamente e così costituiscono una sorta di setta segreta composta da uomini che si sono spretati perché la chiesa che avevano giurato di servire si è rivelata troppo indulgente verso le pecorelle smarrite. Stefano Brusadelli, coi santi e col pericolo, ha fatto un romanzo edito da Mondadori che è anche un ghiotto thriller ma, soprattutto, un viaggio esistenziale dentro il labirinto della solitudine. Tutto quello  star da soli, in queste pagine dalla prosa asciutta e lesta, è raccontato nella forma di una piaga orrenda.

30 Maggio 2013 alle 10:57

La solitudine dei preti assassini

Ci sono dei crimini imperdonabili. E per punirli è lecito ucciderne i responsabili. Ed è lecito ucciderli in nome di Dio. Questo fanno i “Santi pericolosi”. I santi si mettono insieme pericolosamente e così costituiscono una sorta di setta segreta composta da uomini che si sono spretati perché la chiesa che avevano giurato di servire si è rivelata troppo indulgente verso le pecorelle smarrite. Stefano Brusadelli, coi santi e col pericolo, ha fatto un romanzo edito da Mondadori che è anche un ghiotto thriller ma, soprattutto, un viaggio esistenziale dentro il labirinto della solitudine. Tutto quello  star da soli, in queste pagine dalla prosa asciutta e lesta, è raccontato nella forma di una piaga orrenda. Quasi un bubbone che colpisce a caso per separare inesorabilmente gli infetti dai sani. La giustizia è questione troppo più grande delle capacità di comprensione umana. La religione è amministrata da ex sacerdoti che non praticano l’indulgenza né, tanto meno, il perdono. In una Roma cupa bagnata costantemente da una pioggia inesorabile – contraltare atmosferico del giudizio inappellabile di chi ha scelto di farsi carnefice – non c’è spazio per la misericordia divina. Qui non è venuto Cristo a salvare gli uomini, a caricarsi sulle sue spalle il fardello dell’umana fragilità. Qui c’è il Dio dell’Antico testamento. E’ il Dio lento all’ira ma implacabile. Qui i conti si pagano tutti e fino in fondo. Lo spretato Orazio Toccacieli viene rinvenuto a Fiumara grande dove il Tevere sfocia in un mare color verde bottiglia. Vedovo da cinque anni, viene dal figliastro definito “un uomo con un forte senso della giustizia che se sbagliava voleva sempre pagare di persona”.

Da questa testimonianza l’ispettore di polizia Buonamore comincerà la sua indagine. Molti altri cadaveri s’intrecceranno nella storia, morti che in vita nulla avevano avuto da spartire, tutti ugualmente colpevoli agli occhi degli spretati che considerano “l’unico vero peccato mortale voltarsi dall’altra parte quando un essere umano chiede aiuto”. Nessuno di questi uomini – piccole vite anonime, di ferocia spietata consumata in ambienti grigi, animati da egoismi meschini – ha risposto alle richieste d’aiuto e questo rifiuto gli è costato caro: la punizione decretata è stata la morte. Omicidi o, suicidi, il prezzo da pagare è sempre lo stesso. Il poliziotto dispone solo di una serie di labili indizi di nessun valore giudiziario. Capisce che i morti della sua inchiesta sono stati condannati non dalla legge degli uomini, ma agli occhi di Dio perché non hanno adempiuto l’unico compito necessario per salvarsi, aiutare le persone “che si trovano ad avere bisogno di noi per le cose più importanti della loro vita”. La chiesa è agli occhi di costoro altrettanto colpevole, “troppo severa per le colpe veniali e troppo indulgente per quelle mortali”. L’indagine non porterà alla soluzione dei delitti, Buonamore sperimenterà la solitudine degli spretati sulla sua pelle, nel fallimento del suo matrimonio. Si confermerà la sua tesi: nulla è come appare, le persone sono sempre diverse da come sembrano, fare il poliziotto è solo cercare il lato nascosto delle vite degli altri. E la giustizia, in questa inchiesta non è quella delle aule dei tribunali, trova il reato nelle confessioni rese al prete e affida al boia l’esecuzione immediata  della condanna, senza aspettare il giorno del giudizio. Buonamore divenuto nel frattempo ex marito ed ex ispettore non consegnerà mai il suo rapporto, “non era possibile usare il linguaggio burocratico per una storia del genere” e del resto non aveva nemmeno capito chi, in quella storia, fosse vittima e chi carnefice. L’orrendo bubbone della solitudine esplode nell’angoscia di un destino orbo a metà, tutto di condanna e senza più redenzione. Senza mai più perdono.

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