Donna sull'orlo di una crisi / 2

Ruby-Pinocchio nel Quadrilatero dei Balocchi, ovvero il romanzo che non ha niente a che fare col diritto

Marianna Rizzini

Gentile dottoressa Boccassini, con rispetto: ma che c’entra? Perché questo uno arriva a domandarsi dopo aver ascoltato ampi stralci della Sua requisitoria. Che c’entra il Suo ritratto della Ruby-Pinocchio che in un Bildungsroman all’incontrario prende la via del moderno paese dei Balocchi (il “sogno negativo” del “guadagno facile” per “giovani generazioni” attratte da cine e tivù)? Che c’entra con la certezza del diritto e il tribunale e il ragionevole dubbio (che non deve esserci) e soprattutto con il fatto che la Ruby-Pinocchio, nel processo, non è neppure l’accusata?

    Gentile dottoressa Boccassini, con rispetto: ma che c’entra? Perché questo uno arriva a domandarsi dopo aver ascoltato ampi stralci della Sua requisitoria. Che c’entra il Suo ritratto della Ruby-Pinocchio che in un Bildungsroman all’incontrario prende la via del moderno paese dei Balocchi (il “sogno negativo” del “guadagno facile” per “giovani generazioni” attratte da cine e tivù)? Che c’entra con la certezza del diritto e il tribunale e il ragionevole dubbio (che non deve esserci) e soprattutto con il fatto che la Ruby-Pinocchio, nel processo, non è neppure l’accusata? “Vittima del sogno negativo”, dice lei, e però con tutto quel ritratto – e la “furbizia orientale” e la vita “di espedienti” e l’andare “di casa in casa” e “gli abiti firmati” e lo “sfruttare” il fatto di essere “avvenente” e “musulmana” mentre attorno, “gravità inaudita”, l’integrazione “purtroppo non riesce a inglobare due culture” – con tutto quel ritratto, dunque, di tutto sembra trattarsi tranne che di una “vittima”, e di tutto sembra trattarsi tranne che di un solenne processo nella solenne aula di Milano. Il diritto resta un passo indietro, di fronte a quel mondo da fiaba nera tratteggiato come dalla finestra, come con il naso schiacciato contro il vetro, con immensa repulsione e forse anche (qui romanziamo pure noi) con un battito di involontaria attrazione per il luccichio, subito rinnegato a suon di anatemi contro le vetrine milionarie dove si posa l’occhio bramoso di chi non può comprare di suo – ma potrebbe, se un signore facoltoso intervenisse – e a suon di rimandi continui alla “prostituzione”, corollario dell’invaghimento della giovane per l’inferno dorato da cui transitano le “ragazze immagine”.

    “Chi sta parlando, e dove?,” si sarebbe a quel punto chiesto un marziano che avesse ascoltato solo l’audio della requisitoria, senza vedere l’inconfondibile semicerchio tribunalizio, e dunque pensando di trovarsi, magari, nell’ufficio presidenza di un liceo prima dell’esame di maturità (ramanzina alla studentessa che bigia l’ultimo mese? resoconto al genitore dell’indisciplinata che invece di pensare a che cosa fare da grande bivacca nella primavera di feste e pomeriggi in motorino?). Oppure avrebbe creduto, il marziano, di trovarsi a spiare un gruppo di cugini adolescenti in un salotto di famiglia la domenica pomeriggio, quando arriva in visita la zia venerata, quella con tanta esperienza e altrettanta severità da dispensare. E allora riecco i giovani che “non hanno come obiettivo il lavoro, la fatica, lo studio” ma soltanto l’idea di “accedere a meccanismi che consentano di andare nel mondo dello spettacolo”, colpevole acquisito al pari di quel “Quadrilatero” (della moda, ndr) descritto come eden in cui la mela del peccato è la borsa da “millecinquecento euro” (minimo, come dice Lei). E il bello è che a quel punto non il marziano, ma l’ascoltatore di un qualsiasi resoconto su Repubblica tv, non soltanto, “per assurdo”, come dice Lei a proposito delle origini di Ruby, si appassionava al romanzo – e adesso che fa, Ruby-Pinocchio nel Quadrilatero? – ma si ritrovava a tifare per la non-accusata Ruby-Pinocchio, comunque colpevole, nelle Sue parole, di vita dissoluta.

    E si ritrovava, l’ascoltatore di requisitorie su Repubblica tv, con un’improvvisa voglia di correre nel Quadrilatero della dissoluzione o al primo casting del primo reality dissoluto, a solidarizzare (altro che “Se non ora quando”) con tutte le possibili colpevoli di desideri dissoluti: fama, soldi, trucco e parrucco. E ci si chiedeva anche, a quel punto, dove mai fossero finite le ragazze buone di “Se non ora quando?” durante la requisitoria in cui la non accusata nel processo finiva nella polvere, rea di vita socialmente scorretta (“questa era Ruby”, è la sentenza), cattiva ragazza e dunque non innalzabile come bandiera della dignità e libertà della donna (minorenne o non minorenne non importa).

    • Marianna Rizzini
    • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.