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Il centravanti e la contessa

Qualche settimana fa a Busto Arsizio, in occasione dell’incontro amichevole di calcio fra il Milan e la Pro Patria, un gruppo di tifosi della squadra di casa, comincia a inveire e a fare buu  ogni volta che il ghanese Prince Boateng tocca palla. Picchia e mena, il “Boa” perde la pazienza, tira una pallonata verso gli spalti, si toglie la maglia  e rientra negli spogliatoi, seguito da tutti i compagni. Ora il Milan non è solo la prima squadra di rango che abbandona il campo contro il razzismo: è anche la prima squadra che portò in Italia e fece giocare in serie A un calciatore di colore.

di Raffaele Selvatico

27 Gennaio 2013 alle 15:30

Il centravanti e la contessa

Qualche settimana fa a Busto Arsizio, in occasione dell’incontro amichevole di calcio fra il Milan e la Pro Patria, un gruppo di tifosi della squadra di casa, comincia a inveire e a fare buu  ogni volta che il ghanese Prince Boateng tocca palla. Picchia e mena, il “Boa” perde la pazienza, tira una pallonata verso gli spalti, si toglie la maglia  e rientra negli spogliatoi, seguito da tutti i compagni.

Ora il Milan non è solo la prima squadra di rango che abbandona il campo contro il razzismo: è anche la prima squadra che portò in Italia e fece giocare in serie A un calciatore di colore.

Era il 1962. Il Milan aveva appena vinto lo scudetto. Il demiurgo dell’epoca era Gipo Viani: grande come un armadio, una voce che metteva paura a tutti, comandante in capo, allenatore, padre spirituale che distribuiva pedate nel culo a lavativi, indisciplinati, di José Altafini che ogni tanto tirava indietro la gambetta disse pubblicamente che era un coniglio. Fu Viani a far costruire il centro sportivo di Milanello, di cui Berlusconi ha appena festeggiato il cinquantesimo compleanno.

Nell’estate  del 1962 dunque, Viani ha un infarto e non può andare, come è sua abitudine, in Brasile a caccia di talenti. Manda il suo braccio destro, Nereo Rocco. Che nei ranghi di una squadra che sarebbe poi scomparsa dagli annali, il Bangù, scopre tal José Germano Sales: visto e preso, 150 000 dollari e biglietto d’andata per l’Italia, incontro alla storia.
Il ragazzo è volenteroso e pure veloce. Il suo esordio è con il botto, due gol in un  rocambolesco 3 a 3 con il Venezia. Ma tatticamente è un disastro: il guaio è che un po’ se ne frega. In allenamento, Viani cerca di insegnargli i fondamentali, a colpi di bestemmie  e urla, “negro di merda!” “banana!”.

Germano è già malato di saudade: in più ha sempre fame, ma non di gol, quella vera. Siccome vive da solo nella foresteria di Milanello, si trova a ciondolare tutto il giorno in tuta e ogni due per tre svuota il frigorifero. In breve tempo è sovrappeso. Un giorno scavalca la staccionata che separa il centro sportivo dalla tenuta del conte Agusta e si imbatte nella di lui figlia Giovanna, ereditiera con i cugini Cristina  e Rocky del patrimonio di famiglia. Amore a prima vista, paparazzi impazziti, scandalo inaudito.

Ormai Germano, nel fisico e forse nella mente, si sente un ex calciatore: viene messo da parte, venduto al Genoa, poi allo Standard di Liegi, dove Giovanna lo raggiunge: Paris Match immortala la coppia, mano nella mano. Per un po’ convivono, nasce una bambina, poi la separazione. Oggi Giovanna Agusta è una signora che si divide tra Los Angeles e Bel Air. Lui, José Germano de Sales, torna in Brasile nel 1970, dove si risposa e ha altri due figli. Muore nel 1997. D’infarto. A 55 anni. 

di Raffaele Selvatico

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