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Il rebus Arafat

Con Yasser Arafat i conti non tornano mai. Non tornavano da vivo, figuriamoci da morto. La sua prima menzogna riguardava proprio il luogo di nascita. Per anni il leader palestinese ha fatto credere di essere nato a Gerusalemme, nelle case di fronte al Muro del Pianto, poi nel 1997 si scopre che Mohammed Abdel Rahman Abdel Raouf Arafat al-Qudwa al-Husseini, il suo nome completo, è nato al Cairo, Egitto.

23 Dicembre 2012 alle 06:59

Il rebus Arafat

Con Yasser Arafat i conti non tornano mai. Non tornavano da vivo, figuriamoci da morto. La sua prima menzogna riguardava proprio il luogo di nascita. Per anni il leader palestinese ha fatto credere di essere nato a Gerusalemme, nelle case di fronte al Muro del Pianto, poi nel 1997 si scopre che Mohammed Abdel Rahman Abdel Raouf Arafat al-Qudwa al-Husseini, il suo nome completo, è nato al Cairo, Egitto. Secondo Ion Pacepa, un ex ufficiale dei servizi rumeni ai tempi di Nicolae Ceausescu poi riparato negli Stati Uniti, l’abile montatura venne ordita dal Kgb. Soltanto quando muore la madre, Arafat, che ha cinque anni, viene mandato a Gerusalemme a vivere per qualche tempo con la zia. Della sua infanzia con sei fratelli e sorelle si sa poco o nulla, a parte il fatto che non ha mai amato il padre, un mercante di stoffe. Nel 1952, quando il genitore muore, non va neppure ai funerali e abbandona il cognome di famiglia. Da allora si perde il conto delle bugie. L’ultima immagine di Arafat vivo lo mostra con un pigiama celeste, sorretto dal segretario personale e da un team di medici, mentre sorride vivacemente alla telecamera. Dopo pochi giorni muore nell’ospedale militare di Percy, periferia di Parigi. Ufficialmente la causa è una malattia del sangue che ha attaccato il suo sistema immunitario.
“Le sette vite di Arafat” è il titolo di un libro dedicato al leader palestinese. L’ultima sua vita si dipana attraverso l’esumazione, appena realizzata su richiesta dalla vedova, Suha. Nei giorni scorsi un’équipe elvetica ha prelevato sessanta campioni biologici dalla salma di Arafat. Tre gruppi di esperti sono adesso chiamati a stabilire se il leader palestinese, deceduto otto anni fa, sia stato avvelenato con il polonio, ipotesi rilanciata a luglio da un documentario che rivelava la presenza di tracce di questa sostanza radioattiva su degli effetti personali: sono una squadra francese, a seguito della denuncia depositata in Francia della vedova, una russa e una svizzera, sollecitate dall’Autorità palestinese.
Decisiva per l’accusa sul polonio è stata la ricerca condotta dai medici dell’Institut de Radiophysique di Losanna, nei cui laboratori lo scorso giugno sono state analizzate tracce biologiche (sangue, saliva, sudore) di Arafat rimaste sui tessuti o tra le setole. “La conclusione è che abbiamo trovato un livello significativo di polonio-210”, fu l’annuncio-choc al mondo del direttore François Bochud, indicando come causa della morte l’arma radioattiva prodotta nella centrale russa di Chelyabinsk. Lo stesso isotopo rilevato nel corpo di Alexander Litvinenko, l’ex colonnello dei servizi segreti di Mosca morto avvelenato a Londra nel 2006.

Ma gli analisti israeliani gettano molti dubbi sul possibile uso del polonio, proprio paragonando il caso Arafat a quello di Litvinenko. Perché la moglie di Arafat, i suoi collaboratori o le sue guardie del corpo non sono stati contaminati visto che hanno trascorso al fianco del rais i giorni dell’agonia in ospedale? Nel caso di Litvinenko, tre suoi collaboratori furono ricoverati per intossicamento da polonio, e tracce del veleno furono trovate in una serie di abitazioni e automobili usate dall’ex spia russa. Non crede all’avvelenamento da polonio neppure Ronald Masse, massimo esperto francese di radiologia che insegna nello stesso ospedale in cui è morto il rais: “Quando si viene a contatto con alte dosi di polonio, il corpo soffre di una acuta forma di radiazione che si traduce in uno stato di anemia e una decrescita di globuli bianchi. Arafat non presentava questi sintomi”.
La teoria della cospirazione su Arafat cominciò a diffondersi due giorni dopo la morte di quello che era il leader di Fatah, il capo dell’Autonomia palestinese, il capo della polizia e dell’esercito, l’uomo che auspicava “un milione di shahid” per conquistare Gerusalemme e che poi sedeva all’Onu a trattare con tutti i leader mondiali. Il primo a parlare di avvelenamento è stato il quotidiano arabo al Hayat, puntando il dito sulle persone che nella Muqata, il quartier generale di Arafat a Ramallah, erano coinvolte nella confezione del cibo del presidente. Il premier israeliano Ariel Sharon rispose con una secca smentita. “Queste notizie non hanno un briciolo di fondamento”.
Sul quotidiano al Hayat al Jadida, il giornalista Hafez Barghouti smentì il possibile uso del cibo per ucciderlo. “Il presidente è sempre stato molto attento ai controlli sul cibo e aveva l’abitudine di spartirlo con i suoi commensali”. Avvelenare Arafat significava necessariamente avvelenare anche i suoi collaboratori. Cosa che non è avvenuta.
Il giornale saudita al Watan ha indicato nelle medicine un’altra possibile causa di avvelenamento del rais. Uno strano episodio era avvenuto nell’estate del 2003. Arafat aveva ricevuto in dono una penna e improvvisamente si era sentito male. La persona che gliela aveva data fu rintracciata e fra i palestinesi corre ancora voce che sia stata giustiziata. Ma niente è mai stato reso noto formalmente.
La cospirazione che vede coinvolto il Mossad si basa sul piano che nel 1997 il servizio segreto israeliano ordì per eliminare con sistemi non convenzionali ad Amman Khaled Meshaal, il capo di Hamas. Il piano prevedeva che in un orecchio gli fossero instillate le gocce di una sostanza ignota che di lì a poco avrebbe fermato il suo cuore senza lasciare tracce. L’intervento inaspettato di una guardia del corpo fece fallire la trama e Israele fu costretto a inviare un antidoto ad Amman.
Poi c’è il precedente di Wadi Haddad, il leader del Fronte popolare di liberazione della Palestina, morto nel marzo 1978 con i sintomi della leucemia, gli stessi di Arafat. Per mesi i servizi segreti israeliani – racconta Aaron Klein nel libro “Striking Back” – avrebbero fatto arrivare ad Haddad un famoso cioccolato belga, introvabile nell’Iraq di quel tempo. Dentro però c’era anche un veleno così sofisticato e così lento nell’azione da non poter essere individuato. Nel sangue di Arafat, come in quello di Haddad, cessò all’improvviso la produzione di cellule rosse.

Il giornalista israeliano Uri Dan, scomparso nel 2007 e intimo amico di Sharon, ha poi scritto che il premier israeliano avvertì il presidente George W. Bush che il proprio precedente impegno di non colpire Arafat non era più in vigore. Bush replicò che era preferibile lasciare la sorte di Arafat “nelle mani del Signore Onnipotente”. Ma Sharon – secondo Dan – avrebbe replicato che a volte è necessario “dargli una mano”. Raanan Gissin, collaboratore storico di Sharon, nei giorni scorsi ha negato che ci fosse alcun piano per uccidere Arafat. “L’idea non era di assassinarlo, ma di cambiare la leadership palestinese. Israele non gli ha mai toccato un capello in testa”. Un anno fa un detenuto palestinese nella prigione di Ketziot ha confessato che sarebbe stato arruolato dai servizi israeliani per infiltrarsi nel compound di Arafat e avvelenarlo. Ma Yossi Melman, reporter di Haaretz sempre ben informato sulle operazioni segrete, sostiene che Sharon fosse contrario all’uccisione di Arafat in quanto questa avrebbe potenziato politicamente la causa dei palestinesi. L’accusa mossa a Israele è un buon carburante nella più potente arma che il mondo arabo islamico abbia avuto contro lo stato ebraico: la cospirazione.
Intanto le accuse si fondono in una strana ordalia. Lo storico braccio destro di Arafat, Bassam Abu Sharif, l’ex feddayn dal volto deturpato dall’esplosione di una lettera bomba inviatagli dagli israeliani il 25 luglio 1972 a Beirut, tre anni fa annunciò che il rais era stato avvelenato con il thallium, un veleno senza odore né colore, ricavato da un metallo, potentissimo. Poi entrò in gioco il dissidente di Fatah, Farouk Qaddoumi, che su al Jazeera accusò di avvelenamento lo stesso Abu Mazen, successore di Arafat alla guida dell’Autorità palestinese.
Se la teoria dell’avvelenamento venisse sconfessata dai fatti, la morte ingloriosa del rais aprirebbe la porta a un segreto ben più drammatico, il grande tabù della fine di Arafat: la morte per Aids causata dall’omosessualità. Un’ipotesi rigettata dai palestinesi come l’orribile maldicenza messa in giro dagli israeliani per gettare discredito sul loro storico leader. Da sempre, il mondo arabo islamico considera l’Aids come una “malattia occidentale”. Anzi, l’Aids non è neppure una malattia, è piuttosto “la punizione per i viziosi”.
Secondo il giornalista investigativo israeliano Ronen Bergman, Israele potrebbe aver pianificato l’uccisione del capo palestinese: “Se Ariel Sharon davvero ha ordinato l’omicidio di Arafat questo deve essere stato fatto in gran segreto, in riunioni molto più ristrette che in altri casi di targeted killing”. Eppure Bergman dice che “ci sono molte ragioni per credere che Arafat sia morto di cause naturali” e che la causa principale sia stata proprio l’Hiv. Il noto giornalista riferisce di un video del rais che i servizi segreti della Romania comunista hanno girato durante il regime di Ceausescu. Arafat era spesso ospite del feroce dittatore. “In queste immagini, Arafat farebbe sesso con le sue guardie del corpo”, sostiene Bergman. “Ariel Sharon avrebbe detto ai propri collaboratori che Israele aveva messo al sicuro il video e valutava la possibilità di metterlo su Internet per screditare Arafat”. Ma anche qui siamo nel campo del riferito e del sussurrato.

Un anno fa, in una intervista ad al Jazeera, fu proprio il medico personale di Arafat, Ashraf al Kurdi, che per ragioni oscure venne allontanato rapidamente dal suo capezzale nelle ultime settimane di vita del rais, a confessare che la causa della morte di Arafat era stata proprio l’Aids. Non appena sentì nominare il virus dell’Hiv, l’emittente qatariota fece subito interrompere il collegamento con il medico palestinese. Un sospetto confermato alcuni mesi fa da alcuni medici dell’ospedale francese in cui Arafat venne ricoverato. E poi nel 2007 lo stesso Ahmed Jibril, il feroce leader del Fronte per la liberazione della Palestina, parlando alla televisione di Hezbollah disse che il presidente palestinese Abu Mazen gli aveva personalmente confessato che Arafat era morto di Aids.
Sul quotidiano israeliano Haaretz anche il giornalista Amos Harel, di solito equilibrato, sostiene che l’Aids potrebbe essere la causa principale della morte del rais. Inscenare un complotto per avvelenamento è però utile a santificare e ripulire l’immagine del leader. In un libro sull’Intifada di Harel e Avi Isacharoff, “The seventh war”, erano stati pubblicati per la prima volta i risultati della commissione dell’ospedale parigino che davano l’Aids come causa della morte.
Ma se invece Arafat fosse stato avvelenato, chi sarebbe il maggiore indiziato? Un anno fa il comitato centrale di Fatah lo ha trovato, forse per screditarlo politicamente: Mohammed Dahlan, l’ex uomo forte di Arafat. Celebre per i doppiopetti, gli anelli e le cravatte sgargianti, Dahlan non ha mai digerito il fatto di essere stato scalzato dal potere. Dahlan aveva apertamente criticato Arafat e “la vecchia guardia” arrivata a Ramallah da Tunisi e aveva chiesto che si mettesse mano a riforme e che si ponesse fine alla corruzione. Jibril Rajoub, il consigliere nazionale per la Sicurezza dell’Autorità palestinese e uomo forte di Arafat, ha dichiarato che Dahlan è “un collaborazionista”, una quinta colonna d’Israele.
Ma su cosa si basa questa “Dahlan connection”? Quando Hamas ha preso il potere nella Striscia di Gaza nel 2007, i suoi capi hanno trovato una lettera di Dahlan, datata 13 luglio 2003, indirizzata all’allora ministro della Difesa d’Israele, Shaul Mofaz. “Arafat ha i giorni contati”, avrebbe scritto il leader palestinese a Mofaz. Nel giugno 2011, Dahlan è stato cacciato da Fatah con l’accusa di aver ucciso Arafat.
Il fratricidio è una storia antica, risale a ben prima della stessa Fatah e inizia con la leadership del Gran Muftì di Gerusalemme, Haji Amin al Husseini, che già nella Berlino hitleriana ruppe con il suo popolarissimo comandante militare, Fawzi al Qawaqji, responsabile della radio nazista in arabo. Rientrati in Palestina, durante la guerra del 1948, i due continuarono a combattersi, contribuendo alla sconfitta militare. E anche tutta la vicenda di Arafat è segnata da pallottole di palestinesi contro palestinesi. Abu Nidal e Wadi Haddad hanno speso più tempo ad assassinare esponenti dell’Olp che innocenti civili o ebrei in Europa; durante il tentativo di Arafat di conquistare un ruolo centrale nella crisi libanese, al Saiqa, gruppo palestinese filosiriano, prese più volte le armi contro al Fatah; nel 1983, Arafat fu assediato e quasi ucciso a Tiro, in Libano, da un fronte avverso in cui primeggiavano altri palestinesi; non esiste statistica sulle esecuzioni senza processo di “collaborazionisti palestinesi” durante l’attività dell’Anp, ma molti di questi linciaggi sono stati motivati da dissensi politici interpalestinesi.

L’elemento chimico che avrebbe ucciso Arafat è stato chiamato così da Marie Curie, in onore del suo paese d’origine, la Polonia. Ma forse, nel caso del rais palestinese, è più indovinato il Polonio dell’Amleto shakesperiano e il tentativo degli epigoni di Arafat e della sua ricca vedova di trasformarlo in un glorioso martire. Almeno post mortem.
Forse la morte di Arafat resterà per sempre un mistero. O per dirla con Moshe Ya’alon, oggi vice primo ministro israeliano e che all’epoca della scomparsa del rais era il capo di stato maggiore, “la morte di Arafat sembra un capitolo delle ‘Mille e una notte’”.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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