Piegata l'Europa, Berlino salverà se stessa? Se lo chiede il Fmi

Alberto Brambilla

Sono stati elaborati molti piani per salvare l’Europa. Ma la regia è sempre stata una sola, quella tedesca. E adesso che la crisi economica nell’Eurozona sta assumendo i caratteri di una stagnazione, la cancelliera Angela Merkel si trova a un “doppio bivio”, internazionale e nazionale. Dopo avere condizionato gli aiuti europei per Grecia, Irlanda, Portogallo e per la Spagna a misure d’austerità, il prossimo piano di Merkel dovrà essere tutto tedesco. Dovrà salvare Berlino.

    Roma. Sono stati elaborati molti piani per salvare l’Europa. Ma la regia è sempre stata una sola, quella tedesca. E adesso che la crisi economica nell’Eurozona sta assumendo i caratteri di una stagnazione, la cancelliera Angela Merkel si trova a un “doppio bivio”, internazionale e nazionale.
    Dopo avere condizionato gli aiuti europei per Grecia, Irlanda, Portogallo e per la Spagna a misure d’austerità, i cui effetti sono stati depressivi per tutti i paesi membri, il prossimo piano di Merkel dovrà essere tutto tedesco. Dovrà salvare Berlino.
    Il clima economico in Germania, lo attesta l’indice Ifo in calo per cinque mesi consecutivi, è sotto il livello che segnala una ripresa dell’attività imprenditoriale. E’ solo uno degli indicatori che disegna un futuro in cui la Germania dovrà reinventare una strategia, come fece dopo l’unificazione.

    Secondo un paper dell’Ocse, la prima economia europea entrerà in recessione entro il prossimo gennaio: il pil avrà segno negativo nel terzo e nel quarto trimestre 2012. Ma è solo l’inizio di un effetto combinato delle misure di austerità che avrebbero dovuto riaccendere la crescita europea – della quale non c’è traccia – e i problemi interni. Questi sono evidenziati in un working paper del Fondo monetario internazionale pubblicato lunedì. Il rischio, fanno notare gli studiosi di Washington, è che l’Europa perda del tutto la sua locomotiva, qual è considerata la Germania. “Le sfide tedesche emergono anche dal ruolo di attore unico giocato in Europa: il contributo tedesco nella ripresa europea e nella risoluzione della crisi dell’euro rimane controverso […] La sua capacità di agire come motore della crescita globale è limitato”. Gli economisti Fabian Bornhorst e Ashoka Mody spiegano che i fattori che hanno portato Berlino a migliori performance economiche durante la crisi stanno perdendo forza: “Ha recuperato ma sarebbe un errore definirla un’economia in espansione”. In primis, la dipendenza dalle economie asiatiche per le esportazioni risulta essere un fattore di rischio perché anche in oriente la crescita si è ridimensionata rispetto a due anni fa. Per questo “la sfida centrale per la Germania – avvertono dal Fmi – è come generare nuove risorse domestiche per spingere la crescita”.

    Un’inversione, di fatto, dall’export ai consumi interni, che dovrebbe permettere a Berlino di “diffondere” e “trasmettere” impulsi positivi anche alle altre economie. “Sarebbe positivo, per la Germania e per il resto del mondo, se Berlino reindirizzasse la produzione e la distribuzione di beni e servizi nel mercato domestico, vista la crescente competizione internazionale nei settori manifatturieri, tradizionalmente appannaggio tedesco”. Senza questo, “la crescita tedesca rimarrà limitata, e la Germania, giocherà solo un ruolo marginale nel diffondere crescita altrove”. A questo si aggiunge il fattore demografico. L’aumento dell’età della popolazione, simile a quello giapponese, il paese più “anziano” del mondo, è una sfida anche per il mercato del lavoro. Concludono dal Fmi: “Maggiore enfasi sull’innovazione, oltre alla tradizionale inclinazione della manifattura, un nuovo modello di protezione sociale per incrementare la partecipazione alla forza lavoro per contrastare l’invecchiamento della popolazione” sono le sfide che necessitano “un nuovo pragmatismo nelle decisioni politiche”. Se Merkel e gli sfidanti del Partito socialdemocratico (Spd) alle elezioni del 2013 abbiano un piano B se lo chiede anche il New York Times. La risposta? “Per il momento no”, scrive il quotidiano americano. Ma la sentenza è arrivata già dal quotidiano economico tedesco Handelslbatt: “Non c’è un piano circa il futuro tedesco, il ripostiglio di Merkel è vuoto” e “a oggi i socialdemocratici non sono migliori”.

    • Alberto Brambilla
    • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.