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Ritratto di famiglia nordcoreana

Lacrime, urla, prostrazione. La reazione all’annuncio della morte di Kim Jong-il suona incredibile per le orecchie occidentali: è morto il dittatore e piangete? Qui ci siamo abituati a piazze in festa, alle urla gioiose e liberatorie, ai brindisi, alle analisi ottimiste sul bello che verrà – e molti dittatori non sono nemmeno morti. In Corea del nord, l’unica monarchia comunista al mondo, i sudditi piangono.

20 Dicembre 2011 alle 06:59

Lacrime, urla, prostrazione. La reazione all’annuncio della morte di Kim Jong-il suona incredibile per le orecchie occidentali: è morto il dittatore e piangete? Qui ci siamo abituati a piazze in festa, alle urla gioiose e liberatorie, ai brindisi, alle analisi ottimiste sul bello che verrà – e molti dittatori non sono nemmeno morti. In Corea del nord, l’unica monarchia comunista al mondo, i sudditi piangono. Certamente chi piange – come l’annunciatrice “familiare alla famiglia” che singhiozzando ha annunciato “la sopraffazione per stanchezza morale e fisica” (un infarto) a sessantanove anni del Caro Leader – è a favore di telecamera, forse avrà una razione di riso in più oggi per questa interpretazione perfetta. Ma il futuro non pare affatto roseo, e chi lascia il dittatore vecchio per quello nuovo non ha di che festeggiare, soprattutto se si tratta di un ragazzo immusonito che si veste come il nonno – Kim Jong-un è già soprannominato il “mini-me” di Kim il Sung, il Leader Supremo che tecnicamente è ancora presidente (“perpetuo”) della Corea del nord.

Kim Jong-un ha vinto la battaglia interna
con i fratelli, pur essendo il più giovane. Se valesse soltanto la logica giovanilistica, potrebbe essere tranquillamente definito un “rottamatore”: compie 29 anni l’8 gennaio prossimo, l’età media della gerarchia nordcoreana s’aggira attorno ai 70 anni. Ma si veste come il nonno, che a sua volta si ispirava a Mao, si pettina come lui e per questo molti analisti (che cosa pensano i sudditi non è dato saperlo) sostengono che Kim Jong-un voglia passare come la reincarnazione in terra del nonno. Per ora il ragazzo – che ha studiato a Berna e parla molte lingue, ama il basket e le ville lussuose, e probabilmente non si aspettava di dover correre a salvare le sorti del paese, visto che il delfino era suo fratello maggiore – ha il titolo di “taejang”, generale a quattro stelle, e da ieri è “il Grande Successore”: la propaganda si è mossa rapidamente, il culto del taejang è già entrato nella quotidianità dei nordcoreani, con placche da appendere nelle case e qualche statua qui e là, mentre Kim Jong-un ha iniziato a girare per le capitali amiche (lui viaggia in aereo, a differenza di papà) per prendere dimestichezza con la diplomazia e il potere. Ogni visita è stata naturalmente smentita, ma si dice che alle autorità di Pechino il ragazzo abbia fatto sì una buona impressione, ma non abbia curato le ansie del regime cinese: ce la farà a gestire una transizione tanto difficile, in mezzo a generali più vecchi di suo padre e con il resto del mondo in perenne allerta? I cinesi sono i primi partner commerciali e morali di Pyongyang e il timore più grande è che nell’instabilità arrivi un’ondata di profughi ingestibile – edizione asiatica e paradossale della fuga attraverso il Muro, da est a ovest, dal buio alla luce.

Il compito di Kim Jong-un non è semplice:
tenere a bada una dittatura vecchia e ben rodata a caccia perpetua di un riconoscimento atomico – i missili lanciati sono sempre più potenti e pericolosi, soprattutto il regime nordcoreano è il più grande spacciatore di materiale nucleare, know-how e armi sulla faccia del pianeta (ultimo esempio: Hillary Clinton, segretario di stato americano, in Birmania, ha detto alla giunta: dovete fare riforme, dovete tagliare i legami con Pyongyang e poi parliamo di sospendere le sanzioni). Secondo molti esperti la partita interna è già persa: Kim Jong-il s’è occupato della successione con estremo ritardo e si è trovato l’anno scorso impossibilitato a “nominare” il suo prescelto, che era il primogenito Kim Jong-nam, oggi in esilio a Macao: pare fosse troppo attratto dai vizi occidentali, era stato fermato nel 2011 mentre cercava di andare con un passaporto falso a Tokyo a visitare Disneyland (il secondogenito Kim Jong-chul sarebbe stato scartato perché troppo effeminato; la figlia era la preferita, come accade nelle migliori famiglie e nelle migliori dittature, come quella siriana, ma è stata scartata perché donna). Così il terzogenito, che pare si sia anche accanito contro i fratelli con ferocia dai tratti famigliari, è il “taejang” ma di fatto sarebbe già commissariato.
I suoi due tutori sono lo zio, Jang Song-taek, che da tempo manda avanti partito e regime, e sua moglie Kim Kyong-hui, la sorella più giovane di Kim Jong-il, una delle donne più potenti del regime. Anche lei è generale, negli anni Settanta si è occupata di donne e lavoro (cioè di niente), poi è entrata nell’apparato del partito e ha fatto carriera lì dentro. E’ considerata una delle più strette collaboratrici di Kim Jong-il, ma c’è un buco lungo quattro anni nella sua vita di potere: pare che nel 2003 sia stata epurata assieme al marito durante una delle tante lotte di palazzo, e che soltanto nel 2007 la potentissima coppia sia riemersa (fino al 2009 lei non è mai apparsa in pubblico). Poi i rapporti familiari si sono normalizzati, e la signora ha anche aperto il primo franchise di hamburger a Pyongyang, si chiama Samtaesung (che significa “tre enormi stelle”, che sarebbero suo padre, sua madre e suo fratello). Ma ora Kim Kyong-hui aiuterà la successione del nipote o si riprenderà il maltolto di quegli anni di umiliante epurazione in cui il fratello non è nemmeno riuscito a difenderla?

L’esito dello scontro interno ha ripercussioni sul resto del mondo, come hanno registrato i mercati ieri, in mattinata, per nulla festosi. Proprio mentre l’annunciatrice con i boschi alle spalle piangeva sulla morte del Caro Leader, gli Stati Uniti stavano decidendo quando far partire le 240 mila tonnellate di biscotti ad alto contenuto proteico e vitamine verso Pyongyang (20 mila ogni mese): il pacchetto di aiuti è il risultato di tre anni di diplomazia e triangolazioni con Pechino per contenere le mire atomiche di Pyongyang in cambio di sovvenzioni a una popolazione stremata, e pure se non contempla il riso, che sarebbe ben più utile dei biscotti, è un unicum degli ultimi tre anni. Il romanzo antiatomico tra Washington e la Corea del nord è pieno di aneddoti, ha molto (troppo) a che fare con l’ex presidente Bill Clinton e se potesse avere un titolo sarebbe: “La farsa”. Pyongyang ha più volte promesso che avrebbe chiuso gli impianti nucleari (il più famoso è quello di Yongbyon, un reattore alimentato a plutonio), che li avrebbe riconvertiti e che avrebbe accettato gli ispettori internazionali e poi si è sempre rimangiata la parola, mentre le delegazioni lasciavano i negoziati dicendo: “Non durerà”. Con quest’approccio “wait and see” è trascorso tutto il mandato di Kim Jong-il, al potere dal 1994. Nel frattempo, tutti i paesi a caccia di una bomba atomica hanno ottenuto aiuti e materiali da Pyongyang, primi fra tutti l’Iran. E le provocazioni nordcoreane sono aumentate: il 5 aprile del 2009, mentre Barack Obama parlava a Praga del suo sogno di un mondo denuclearizzato, Pyongyang lanciava un Taepodong 2 – missile in grado di colpire l’Alaska, le Hawaii e la costa occidentale dell’America – nello spazio aereo del Giappone (nel 2006 era stata approvata una risoluzione dell’Onu, la 1718, che vietava ogni test missilistico). Il regime nordcoreano si giustificò dicendo che stava inviando un satellite nello spazio, abbandonò le trattative in corso (i negoziati a sei) sul disarmo e nelle settimane successive annunciò l’inizio dell’arricchimento dell’uranio. Secondo alcuni, non si tratta di una vera minaccia, ma soltanto di un’abile mossa per alzare la posta: noi rinunciamo a una cosa che non stiamo nemmeno facendo e voi ci date soldi per sopravvivere. In parte l’obiettivo è stato raggiunto: il World Food Program ha chiesto quest’anno 218 milioni di dollari in favore della popolazione nordcoreana. Poi, il 23 novembre del 2010, Pyongyang ha attaccato l’isola di Yeonpyeong, che fa parte della Corea del sud, uccidendo due soldati. Secondo il regime del nord, era una rappresaglia contro un attacco avvenuto dal sud, durante un’esercitazione, ma l’atto risultò talmente grave che persino Pechino, partner speciale, fu costretto a condannarlo (in Corea del sud ci sono 28.500 soldati americani per proteggere da eventuali attacchi dal nord, e spesso si è parlato di un piano per far entrare queste truppe per portare aiuti alla popolazione del nord, ipotesi naturalmente intralciata anche dalla Cina).

Oggi l’America ha perso il suo inviato speciale in Corea del Nord, Stephen Bosworth, che ha lasciato nell’ottobre scorso dopo l’ennesimo fallimento dei bilaterali, ma le pressioni per riprendere il dialogo a sei sono forti, anche al dipartimento di stato. I più preoccupati sono i giapponesi, visto che sono lì, a un passo da dove partono i missili, e già uno “tattico” è stato sganciato ieri. Il premier, Yoshihiko Noda, ha reso pubblico ieri un piano di tre punti per gestire la morte di Kim Jong-il (tradotto in inglese è lungo, si fa per dire, 38 parole). Primo: “Rafforzare la raccolta di informazioni riguardo a quel che sta accadendo nella Repubblica popolare democratica di Corea (nord, ndr)”. Secondo: “Condividere le informazioni in modo stretto con Stati Uniti, Repubblica di Corea (sud, ndr), Repubblica popolare cinese e altre nazioni coinvolte”. Terzo: “Prepararsi in modo dettagliato a imprevisti”.

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