Il regno di pietre urlanti

Redazione

Non c'è modo, per gli abitanti di Erevan, di sfuggire allo sguardo del monumento a Stalin, eretto su un monte che sovrasta la città. Alla faccia del Super Io. Quel gigante incede nel suo cappotto militare, ti inchioda con lo sguardo da sotto la visiera. All'inizio dei suoi “appunti di viaggio” sull'Armenia Vasilij Grossman dedica qualche pagina memorabile a quel “gigantesco maresciallo di bronzo” che nel 1961, morto e sepolto il tiranno, è diventato un serio problema per le autorità locali. Bisognerà smontarlo, e in tutti i modi farlo sparire, quel mostruoso soldatino.

di Emanuele Trevi

    Non c'è modo, per gli abitanti di Erevan, di sfuggire allo sguardo del monumento a Stalin, eretto su un monte che sovrasta la città. Alla faccia del Super Io. Quel gigante incede nel suo cappotto militare, ti inchioda con lo sguardo da sotto la visiera. All'inizio dei suoi “appunti di viaggio” sull'Armenia Vasilij Grossman dedica qualche pagina memorabile a quel “gigantesco maresciallo di bronzo” che nel 1961, morto e sepolto il tiranno, è diventato un serio problema per le autorità locali. Bisognerà smontarlo, e in tutti i modi farlo sparire, quel mostruoso soldatino. Non si tratta solo dei crimini del 1937, annota Grossman, ma anche di un'ostilità antropologica, radicata nel carattere armeno, incapace di tollerare la brutalità, la rozzezza di Stalin. Ragion di più per disfarsi di quell'effigie di “un signore del mondo” che assommava in sé i due più tremendi poteri, quelli del soldato e del burocrate. Ma un contadino arguto, durante un'assemblea, ha proposto di seppellire il monumento, costato centomila rubli solo dieci anni prima, anziché distruggerlo. “Può tornare comodo se cambia il governo”.

    Di bocca in bocca, la battuta era circolata in tutta la città, come meritava. Il 7 novembre del 1961, Grossman è in compagnia di due conoscenti armeni. Fanno una gita al monumento di Stalin, dove c'è un piccolo ristorante. Al tramonto c'è una vista bellissima sulle nevi rosate dell'Ararat. Non fanno, i due padroni di casa, che parlare di Stalin e l'espressione che ricorre, mama dzoglu, è georgiana e significa figlio di puttana. Ma quella è una sera di festa, l'anniversario della Rivoluzione di Ottobre, e quando cala la notte iniziano le salve dei fuochi di artificio. La figura gigantesca di Stalin emerge dalle tenebre tra i lampi dei petardi, come se stesse, osserva Grossman con geniale sarcasmo, “comandando per l'ultima volta la sua artiglieria”. L'occhio del grande scrittore non ha mancato di registrare questo fenomeno, al tempo stesso metafisico e grottesco: un'icona sopravvissuta al suo stesso significato, che riaffiora nella notte eseguendo l'elegia e la parodia della sua potenza. Al senso morale di Grossman ripugna l'attuale accanimento contro Stalin, così come ripugnava il suo culto collettivo. A Grossman, essenzialmente faceva orrore la mentalità conformista, qualunque fosse la direzione dei suoi favori, o delle sue condanne a cose fatte. I più accaniti denigratori del “maresciallo di bronzo” erano probabilmente coloro che l'avevano idolatrato per primi, con più fanatismo. Quanto a lui, Stalin aveva imparato a conoscerlo molto prima. Per esempio quando, nel 1951, si era personalmente opposto alla pubblicazione del “Libro nero”, l'inchiesta sul genocidio degli ebrei in Russia durante l'invasione nazista, firmata assieme a Ilya Ehrenburg. Grossman era uno di quegli uomini che si concede ai suoi tempi in maniera così radicale da saperne tutto. Aveva marciato su Berlino con l'Armata Rossa, era stato tra i primi, lui ebreo di origine ucraina, a entrare nel lager di Treblinka, scoprendo l'orrore nei minimi dettagli. I suoi articoli diventarono prove d'accusa al processo di Norimberga. Gli anni delle disillusioni furono amari per lui come per tutti. Nel 1955, mentre girava la boa dei cinquant'anni, aveva iniziato a scrivere il capolavoro, “Vita e destino”, l'opera-mondo imperniata sull'assedio di Stalingrado, che gli avrebbe valso la fama del Tolstoj dell'era sovietica. La formula non è insensata. Ma un Tolstoj sovietico non è solo un bel tema di critica letteraria, è anche un grave delitto ideologico. Una mattina di febbraio del 1961, pochi mesi prima della gita alla statua di Stalin di Erevan, una pattuglia del Kgb aveva fatto irruzione in casa di Grossman, a Mosca, portandosi via tutto, dattiloscritti, copie, addirittura il nastro della macchina da scrivere. Di “Vita e destino” non doveva rimanere la minima traccia. Grazie a due copie affidate a persone fidate, e trasformate in microfilm per passare oltre la Cortina di ferro, il romanzo uscirà solo nel 1980. Grossman era morto già da tempo, nel 1964, a causa di un tumore. Non aveva nemmeno compiuto i sessant'anni. Ad ogni modo, l'uomo che racconta l'Armenia intitolando i suoi appunti “Il bene sia con voi!” (traduzione dell'augurio armeno che suona barev dzes) è un uomo in disgrazia, azzittito. Anche per questo, tutta l'attuale sollecitudine a denigrare Stalin lo insospettisce. E' davvero cambiato qualcosa? Nel suo recente libro di saggi letterari intitolato “Il cuore intelligente”, Alain Finkielkraut ha spiegato benissimo l'eresia di Grossman, che consiste nel suo rimanere ancorato al singolo essere vivente, al singolo e irripetibile destino. Come Cechov, che (anche più di Tolstoj) è il suo vero maestro, Grossman si rifiuta di far “confluire nella totalità” l'individuo, con le nefaste conseguenze ideologiche che si possono immaginare. In questo triste viale del tramonto, l'Armenia è un'isola serena, un'occasione di felicità che non bisogna lasciarsi sfuggire proprio perché, Grossman lo sa benissimo, il tempo preme e il convento non passerà molto altro.

    Mai, però, nei suoi appunti armeni affiora una lamentela, il tentativo di un'apologia. Il fatto è che “Il bene sia con voi!” è davvero un testamento, una prosa che intende occuparsi di cose supreme, sottratte alle contingenze, alte come le cime dell'Ararat. Nello stesso tempo, la varietà dei toni impiegati non esclude nemmeno l'ironia, che al contrario dell'autocommiserazione è sempre indizio di saggezza. Come nel resoconto delle prime ore passate a Erevan, dove all'orgoglio del viaggiatore, che crea dal nulla ogni nuova città come il Dio della Bibbia, all'improvviso subentra la crisi di un attacco di diarrea che assoggetta il corpo e lo spirito senza concedere un minimo residuo di libertà, di dignità. Ma anche il motivo ufficiale del viaggio in Armenia ci fa capire che a scrivere è una persona in disgrazia, che si trova a fare dei lavori assurdi pur di andare avanti. E dunque, dopo tutto quello che ha vissuto e scritto, Grossman è arrivato da Mosca a Erevan per lavorare alla traduzione russa dell'opera di Martirosjan, un importante scrittore armeno: un'epopea sulla costruzione di una fonderia di rame. Non è da pensare che Grossman sappia l'armeno. Come non fatica ad ammettere, userà una traduzione interlineare, preparata per l'occasione. Se non fosse vera, la situazione sarebbe il canovaccio perfetto di un'opera (un romanzo, ma anche un film) di natura tragicomica. A Erevan gli intellettuali non hanno l'aria di conoscere le opere di Grossman. E' prudenza politica, ovviamente. A una festa di nozze di montanari, invece, brinderanno apertamente allo scrittore venuto da Mosca, che li onora con la sua presenza, e che nei suoi libri ha rivelato tante affinità di carattere e destino tra il popolo ebreo e il popolo armeno, entrambi vittime di genocidi.

    A Grossman viene naturale fare domande su un altro scrittore, un altro ebreo, un altro genio ribelle in disgrazia, che è passato di lì trent'anni prima. Osip Mandel'stam era arrivato in Armenia nel maggio del 1930, accompagnato dalla moglie. Era riuscito a spedirlo lì Nikolaj Bucharin, ancora in grado di proteggerlo. Raggiunti al telefono, però, i poeti della generazione precedente non ricordano di aver incontrato Mandel'stam, né conoscono il suo splendido ciclo di poesie dedicate all'Armenia (“Non ti vedrò mai più, / miope cielo armeno, / non guarderò più, gli occhi socchiusi, / all'Ararat, tenda di nomadi…”). Solo Martirosjan, l'autore del poema sulla fonderia di rame, ha “qualche vago ricordo di un uomo magro, dal naso pronunciato, poverissimo, al quale aveva offerto un paio di volte la cena e del vino, e che dopo aver bevuto aveva recitato dei versi”. Grossman ne è sicuro, si tratta di Mandel'stam. Prima che arrivino i libri di testo e le interpretazioni ufficiali a banalizzare tutto, la storia della letteratura consiste proprio in queste minime indagini, in queste identificazioni subitanee. Come Mandel'stam, Grossman fa dell'esperienza del paesaggio armeno un'iniziazione, l'accesso a un livello ulteriore della verità. La vicinanza alla grande montagna, osserva Mandel'stam, al “padre-Ararat” che veglia al confine tra Russia, Turchia e Iran, fa scaturire un vero e proprio sesto senso, una potente “forza d'attrazione”. La stessa vista, sempre avida di ciò che è “strano, effimero e fuggevole”, subisce dure lezioni e radicali metamorfosi (“I denti della vista si scheggiano e si spezzano quando guardano per la prima volta le chiese armene”). Il viaggio diventa così una seconda nascita, come l'ha definita Serena Vitale, che nel 1988 ha raccolto e tradotto (per Adelphi) l'intero dossier degli scritti armeni di Mandel'stam. Più che un'opera, è un pulviscolo di intuizioni e illuminazioni, in versi e in prosa, capaci di aderire in profondo al loro oggetto quanto più, in apparenza, se ne allontanano in un moto di perpetua digressione. In confronto a questa manciata di liriche incandescenti, e a queste prose e taccuini di appunti non meno densi e ispirati, interi scaffali della cosiddetta “letteratura di viaggio” contemporanea sbiadiscono nell'insignificanza. Nel “regno di pietre urlanti” che è l'Armenia lo spirito è ricondotto alle sue origini come un ago puntato sul nord magnetico. Queste origini sono collettive (nella Bibbia, l'Ararat offre il primo rifugio alla vita umana dopo il Diluvio), e nello stesso tempo rivelano un destino individuale, la poesia come unica forma possibile della vita. E' durante il viaggio verso sud, in quella primavera del 1930, che Mandel'stam aveva appreso del suicidio di Majakovskij – una “notizia oceanica”, capace di scuoterlo nel profondo come una montagna d'acqua sulla colonna vertebrale, che lo avesse privato del respiro e lasciato con un gusto di sale nella bocca. Grossman che chiede notizie di Mandel'stam ai reticenti poeti di Erevan; Mandel'stam travolto dalla notizia della morte di Majakovskij: sembrano infimi aneddoti, trucioli di cronaca letteraria, e invece è così che si forma una tradizione, una genealogia, una stirpe di spiriti-custodi della lingua russa. Ed è fatale che, all'interno di una tradizione, tutto ciò che accade, anche quando possiede i caratteri dell'imprevisto e della novità, a un esame più attento si riveli come la ripetizione di archetipo, di qualcosa che è già accaduto. Un secolo esatto prima del viaggio in Armenia di Mandel'stam all'ombra dell'Ararat troviamo Puskin, a seguito delle truppe russe impegnate nella campagna del 1829 contro la Turchia. Il “Viaggio ad Arzrúm”, pubblicato la prima volta nel 1836, è uno dei più straordinari reportage di guerra dell'età romantica. Come nel caso di Mandel'stam e Grossman, ci troviamo di fronte a un testamento, come se quel viaggio a sud, in quell'Asia cristiana dotata di lingue e tradizioni millenarie, fosse una specie di rito, di patto con la morte. E nella pagina più bella del “Viaggio”, Puskin racconta di un'altra “notizia oceanica”, che lo investe d'improvviso. Mentre si accinge a guadare un impetuoso torrente armeno, Puskin nota un carro trainato da buoi, che procede sulla sponda in direzione opposta. Il carro è accompagnato da parecchi georgiani, che provengono da Teheran e sono diretti a Tiflís. E' un corteo funebre, e quando Puskin chiede chi è mai, quel corpo trattato con evidenti onori, gli rispondono con un nome che sulle prime non capisce: Griboèd. Ma poi, l'illuminazione: ma certo, è Aleksàndr Sergeevic Griboedov, amico di Puskin fin dal 1817, raffinato scrittore e ambasciatore dello zar in Persia, autore di “Che disgrazia l'ingegno!”, la più bella commedia russa dell'Ottocento prima dell'“Ispettore generale” di Gogol'. Il povero Griboedov era stato massacrato a Teheran da una folla inferocita. Il suo corpo era stato oggetto di sevizie per tre giorni, e solo una vecchia cicatrice ne aveva permesso il riconoscimento. Era morto per una nobile causa: aveva cercato di convincere i persiani a restituire alle loro famiglie alcune donne armene rapite in guerra, e incorporate negli harem. Ma aveva urtato troppe suscettibilità e affrontato la morte a viso aperto, rifiutandosi di fuggire. E adesso è Puskin, colui che è più adatto a giudicarne il valore, che lo piange – non nella redazione di una rivista, o in un salotto di San Pietroburgo, ma nella solitudine primordiale di un paseggio caucasico, circondato da foreste e pareti di roccia che calano a picco su letti di fiumi talmente impetuosi che nessun pittore ne ha saputo mai catturare pienamente la rabbia e l'impeto selvaggio.

    Negli ultimi anni della sua vita, tra il 1961 e il 1963, Vasilij Grossman riannodò i fili di questa storia armena così importante nella letteratura russa. A chi si addice meglio che a lui, il ruolo di successore ideale di Puskin e Mandel'stam? Leggete una pagina di Grossman, e subito vi sentirete nella corrente della più pura grandezza russa: lo stile indistinguibile dal carattere, da una certa inconfondibile, non ostentata rettezza del sentire. Per parte sua, Grossman ci mette una virtù non molto frequentata dai suoi predecessori in Armenia: l'arte dell'ascolto, il senso dell'altro come individuo irripetibile, miniera inesauribile di senso. Così, “Il bene sia con voi!” è anche una strepitosa galleria di ritratti, è agli armeni che Grossman consacra gli ultimi guizzi del suo consumato talento di ritrattista. Un congedo migliore di questo non poteva davvero concepirsi. Anche se emarginato, ridotto al silenzio, vilipeso da vigliacchi, Grossman è rimasto fino all'ultimo dove voleva stare: nel seno dell'umanità, nei ranghi della grande armata dei viventi, da semplice fante. Se sa ascoltare il prossimo, possiede anche una virtù complementare, meno appariscente ma non meno importante al momento di scrivere: l'arte della sintesi, la capacità di ridurre intere esistenze a pochi scorci significativi, a una manciata di battute di dialogo capaci di inchiodarsi nella memoria.

    Basterà ricordare solo uno di questi meravigliosi armeni di Grossman, il vecchio Sakris'jan, con il fiato sempre corto a causa dell'asma cardiaca. In gioventù era stato un bolscevico, e aveva addirittura conosciuto Lenin. Ma poi, accusato di essere una spia turca, era stato arrestato, picchiato a sangue e spedito in un lager siberiano per diciannove anni. Quest'uomo, lungo tutto il corso di una vita così difficile, aveva mantenuto intatta una capacità: quella di ridere, di “trovare qualcosa di buffo” nelle cose. E racconta a Grossman questa piccola scenetta, degna della saggezza dei chassidim o dei monaci zen. Appena tornato dalla Siberia, Sakris'jan si adatta a vendere acqua minerale sulla via Abovjan, nel centro di Erevan. Un giorno aveva iniziato a raccontare la sua vita a un cliente: come avesse lavorato in segreto per la Rivoluzione, come avesse cacciato lo zar nel 1917, contribuendo a edificare il potere dei soviet, come poi fosse finito per vent'anni in un lager. “E adesso vendo acqua”, conclude Sakris'jan. E il vecchio di rimando, dopo averci pensato un po' su: “Perché hai cacciato lo zar? Non ti lasciava vendere acqua?”. Stoltezza o suprema arguzia armena? Fatto sta che Grossman, una perla del genere, non se la sarebbe lasciata scappare per nulla al mondo.

    di Emanuele Trevi