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Il grande ubriacone

Boris Eltsin era uno di quei russi che amano respirare a fondo e danno sempre prova della propria energia. La stessa forza sfacciata lo spinse su un carro del battaglione Tamanskaya, un pomeriggio nuvoloso di vent’anni fa, per sfidare gli uomini del putsch: i duri del Partito comunista avevano preso la strada del golpe il 18 agosto del 1991, Mikhail Gorbaciov era costretto al riposo in Crimea e la folla costruiva barricate intorno al Parlamento di Mosca. Fra quei giovani, la bandiera russa aveva già preso il posto dei vessilli con la falce e il martello.

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20 Agosto 2011 alle 10:30

Boris Eltsin era uno di quei russi che amano respirare a fondo e danno sempre prova della propria energia. La stessa forza sfacciata lo spinse su un carro del battaglione Tamanskaya, un pomeriggio nuvoloso di vent’anni fa, per sfidare gli uomini del putsch: i duri del Partito comunista avevano preso la strada del golpe il 18 agosto del 1991, Mikhail Gorbaciov era costretto al riposo in Crimea e la folla costruiva barricate intorno al Parlamento di Mosca. Fra quei giovani, la bandiera russa aveva già preso il posto dei vessilli con la falce e il martello. “Abbiamo a che fare con un putsch reazionario e anti costituzionale – disse Eltsin dritto sul carro armato, rigido e impettito quanto la sua guardia scelta, il generale Korzakov – Vogliono che l’Unione sovietica torni alla Guerra fredda e all’isolamento. Ci appelliamo ai russi perché respingano questa minaccia in modo adeguato”.

Non era un grande discorso, ma segnò la fine di una stagione. Il colpo di stato durò quattro giorni. All’Unione sovietica fu concessa qualche settimana in più. Il Comitato delle emergenze, il gruppo di conservatori che voleva togliere il potere a Gorbaciov e agli altri riformisti, seguì un piano scrupoloso. L’inverno di quell’anno fu una sequenza d’incontri segreti, messaggi televisivi del Kgb e manifesti minacciosi pubblicati su Sovetskaya Rossiya, un quotidiano legato all’ala intransigente del Partito. Gli otto del Comitato – erano Yanaiev, Pavlov, Baklanov, Kriuchov, Yazov, Starodubtsev, Tiziakov e Pugo – riuscirono a isolare Gorbaciov nella dacia di Foros, sulle coste del Mar Nero. Per prendere Mosca ottennero l’appoggio dei Servizi segreti e delle squadre speciali: ordinarono duecentomila manette alla fabbrica di Pskov e riuscirono a svuotare per tempo le celle di Lefortovo, il carcere del Kgb. Ma gli otto non si occuparono di Eltsin, che era il presidente della Repubblica socialista russa e sarebbe dovuto rientrare a Mosca proprio in quelle ore dopo una visita in Kazakistan. L’ordine d’arresto fu cancellato poco prima che il suo volo atterrasse, un errore fatale per la storia del putsch. I cospiratori furono arrestati il 24 agosto. Uno di loro, Boris Pugo, morì suicida assieme alla moglie; agli altri fu concessa l’amnistia dopo cinque anni di prigione.

Sarebbe sbagliato pensare che Eltsin sconfisse i golpisti da solo, ma la sua forza, la capacità di resistere all’acqua gelata dei fiumi di montagna come al gorgo grottesco della burocrazia sovietica, si rivelò decisiva nei giorni del putsch e nei mesi che seguirono. Non era un fatto di grasso e muscoli: Eltsin aveva la maleducazione necessaria a superare le cerimonie del potere comunista e le norme che reggevano l’impero, lo aveva dimostrato già negli anni Ottanta, con una campagna anticorruzione che rischiò di costargli la carriera, e lo fece ancora nelle settimane che segnarono il passaggio dall’Unione sovietica alla Comunità degli stati indipendenti. Telefonava a Gorbaciov nel bel mezzo della notte per rimproverargli una decisione storta, occupava il suo ufficio per convincerlo a licenziare il ministro che golpista o un generale accusato di nascondere carte compromettenti.

I russi erano abituati a vedere quello stile nelle strade di periferia e nei romanzi di Gogol, non certo nei palazzi della nomenclatura. “Da popolano russo non fu mai frenato né dall’educazione, né dalle formalità protocollari e proprio per questo divenne un vero zar – ha scritto Demetrio Volcic in uno dei suo libri, ‘Il piccolo zar’ – Poteva addormentarsi ubriaco nel bel mezzo di un ricevimento o mettersi a dirigere una banda musicale di tromboni senza suscitare alcuna disapprovazione”.

Eltsin era capace di raccogliere sostenitori nei cortili di Mosca e nelle campagne dell’America profonda, come la volta in cui fece battere le mani a migliaia di contadini del Kansas. “Ho visto i vostri splendidi campi di grano – disse nella visita del ’92, la prima da presidente della Federazione russa – Producete sessanta stai per acro. I nostri campi rendono sette, otto stai per acro, ma prima della rivoluzione producevamo quanto voi. Questo è ciò che il sistema comunista ci ha fatto. Questo è il motivo per cui lo abbiamo rovesciato”. Ma la forza che era stata carisma divenne in poco tempo rovina, da nascita a rinascita a sfacelo in meno di un decennio. Con Eltsin la Russia passò dall’oppressione alla libertà più grande che avesse mai sperimentato, dalla tv di stato alla stampa liberale, dai piani quinquennali alla terapia d’urto del ministro Gaydar. “Mi colpì soprattutto per la sua sicurezza – scrisse il presidente nelle sue memorie, a proposito dell’economista – Sapeva parlare in modo chiaro e anche quello ebbe una grande importanza. Rimane però complicato spiegare fino in fondo i motivi della mia scelta: devo anche confessare di essere stato affascinato dalla magia di quel nome. Al romanziere Arkadi Gaydar sono legate intere generazioni di bambini sovietici, e tra loro ci sono anche le mie figlie. Igor Gaydar è nipote del famoso scrittore, e io credetti anche nel talento che aveva ereditato”. Pochi, in Russia, rimpiangono quella stagione, che coincise con i tagli alla spesa pubblica, il boom del crimine organizzato, la guerra in Cecenia e l’ascesa degli oligarchi fra le stanze del Cremlino. Eltsin lasciò il potere alla fine degli anni Novanta sfiancato da cinque bypass, due interventi alla schiena, uno scandalo con il Fondo monetario internazionale e troppi bicchieri di vodka.

Alla sua morte, nel 2007, non c’era l’aria del lutto nazionale ma nessuno si è sentito in dovere di chiedere scusa per gli errori di un ex presidente. Forse, questa mezza novità era dovuta al fatto che molti degli uomini scelti da Eltsin per governare le vecchie province sovietiche sono ancora al loro posto. In Kazakistan c’è Nursultan Nazarbayev, come nei giorni del putsch, in Bielorussia Aleksander Lukashenka, in Azerbaigian governa la dinastia degli Aliyev. E al Cremlino siede Vladimir Putin, l’ultimo pupillo di Boris Eltsin.

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Luigi De Biase

Giornalista, trentadue anni, si occupa di cose russe e cose turche. Da quando scrive per il Foglio ha dormito in alcuni degli alberghi peggiori d’oriente, come l’Absheron di Baku (Azerbaijan), il Samegrelo di Zugdidi (Georgia), il Saray di Antakya (Turchia) e il Sarawi di Karachi (Pakistan). Nel dicembre del 2012 è uscito il suo libro pachistano, "Il cuore nero di Islamabad", per Silvy Edizioni.

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