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Parla Landini (Fiom)

Non sarà l’unità nazionale a salvare i lavoratori

Non sarà l’appello delle parti sociali per la crescita a riportare l’armonia tra Maurizio Landini e Susanna Camusso. Il leader della Fiom non esita infatti a bocciare il testo che la segretaria generale della Cgil ha invece firmato, assieme a tutte le associazioni di impresa e agli altri sindacati: “In quel testo – dice Landini al Foglio – ci vedo, innanzitutto, la richiesta piuttosto esplicita di un governo tecnico di unità nazionale. A parte questo, non c’è granché”.

1 Agosto 2011 alle 11:26

Non sarà l’appello delle parti sociali per la crescita a riportare l’armonia tra Maurizio Landini e Susanna Camusso. Il leader della Fiom non esita infatti a bocciare il testo che la segretaria generale della Cgil ha invece firmato, assieme a tutte le associazioni di impresa e agli altri sindacati: “In quel testo – dice Landini al Foglio – ci vedo, innanzitutto, la richiesta piuttosto esplicita di un governo tecnico di unità nazionale. A parte questo, non c’è granché”. Parlare genericamente di “patto per la crescita’’ “non significa nulla”. “E’ una visione limitata – continua il segretario generale dei metalmeccanici della Cgil – Non mi convince che basti mettersi d’accordo su un patto per uscire dalla crisi. E’ un messaggio che vuole essere rassicurante, ma non è la risposta giusta al vento nuovo che spira nel paese, anzi, rischia di mortificarlo, di spostarlo altrove’’.

Ecco, il vento nuovo: quello che la Fiom di Landini è stata lesta ad annusare, mettendosi nella direzione giusta per intercettarlo, o forse indirizzarlo. Cosa che la politica tradizionale non sa fare: “La politica è vecchia, non è in grado di cogliere queste spinte di novità che arrivano dal basso. C’è una domanda di partecipazione a cui le strutture partitiche tradizionali non sanno dare risposta’’. A differenza della Fiom, che riesce ad aggregare attorno a sé giovani, precari, studenti, pensionati, movimenti di ogni genere. Abbastanza per far sospettare alcuni osservatori di volersi sostituire alla politica, o magari di farla direttamente, recuperando il progetto del Partito del lavoro. Landini però nega: “Nella mia testa non c’è mai stata l’idea di fare un movimento politico, o di sponsorizzare un partito. Né saremmo in grado di farlo: se la Fiom cercasse di dare indicazioni di voto, i nostri iscritti ci manderebbero a stendere’’. Piuttosto i metalmeccanici, con il loro movimentismo, stanno colmando un vuoto che la politica ha lasciato: “Per anni, anche i partiti di sinistra hanno raccontato che non esisteva più il lavoro ma ‘i lavori’. Non era così, ed è stato uno dei motivi per cui la politica ha perso credibilità. Ed è anche uno dei motivi per cui invece l’abbiamo conquistata noi, restituendo al lavoro il suo peso e la sua centralità’’.

Ha aiutato anche la crisi, ovviamente, che ha risvegliato in un certo qual modo la lotta di classe; ed ha aiutato anche lo scontro all’ultimo sangue con Sergio Marchionne, l’ad di Fiat: “E’ grazie a lui che abbiamo recuperato visibilità. L’ho incontrato solo due volte, e come è noto non ci vado d’accordo, ma gli riconosco coraggio e chiarezza. Dice quello che pensa, a volte dice cose vere, e non teme di rischiare per le sue idee. Che non condivido, naturalmente: ma apprezzo che non sia un tipo da accordi preventivi sottobanco. Gioca alla luce del sole’’. Landini minimizza il proprio successo mediatico, ma ammette di essere rimasto stupito per primo quando si è reso conto di quanta gente, anche diversa e lontana dalle tradizionali aree sindacali, fosse in grado di richiamare la vecchia Fiom: non solo nelle grandi kermesse di Bologna e Milano, ma anche nelle manifestazioni di piazza, a partire da quella del 16 ottobre 2010, sotto parole d’ordine non solo sindacali, ma anche più generali, come la battaglia per la legalità: “Che ha fatto storcere la bocca a molti, anche a sinistra – osserva Landini – ma non ci si può nascondere che un pezzo sempre più importante di economia è in mano alla criminalità, è un problema anche sindacale, non solo della magistratura’’. Ottimi, infatti, i rapporti con i magistrati, così come con i movimenti. Meno buoni quelli con i partiti: “Li abbiamo incontrati tutti, ma il solo che ha raccolto la nostra idea di democrazia, presentando una proposta per il voto dei lavoratori, è stato l’Idv di Antonio Di Pietro”. Per il resto, ‘’i partiti sanno solo chiederci di tornare all’unità sindacale. Ma non si rendono conto che se l’unità è finita da dieci anni un motivo ci sarà”.

La democrazia, per Landini, è un tema generale che viene anche prima dei diritti. “Se Marchionne lascia l’Italia non è un problema della Fiom ma di tutto il paese. Ma la politica non ha strumenti per governare l’economia, caso mai è il contrario ormai. C’è una concentrazione di potere economico privato senza precedenti’’. La politica e i suoi limiti, ma anche i limiti del sindacato: “Anche i sindacati sono vecchi, vanno cambiati – ammette – Occorrono riforme anche in casa nostra, iniziando dai contratti. Io sono per tre sole aree contrattuali: servizi e commercio, pubblico impiego e scuola, e industria, radunando qui tutto il manifatturiero’’. Solo così potrebbero aprirsi spazi per la contrattazione di secondo livello. Se ne parla da anni, ma non si è mai realizzata, e la stessa Cgil non la vede con favore: “Una revisione dei contratti cambierebbe il ruolo della confederalità, delle categorie. E anche il sindacato, come la politica, si regge su una burocrazia elefantiaca, che una riforma costringerebbe a rivedere radicalmente’’.

Quanto allo scontro con la Cgil,
Landini accusa la confederazione di aver scelto “una gestione che affronta la complessità in modo autoritario’’, ma nega che si possa arrivare a una rottura definitiva, anche se le divisioni ormai sono a tutto campo, compreso il voto sull’accordo di giugno, che Camusso vuole solo tra gli iscritti e Landini è fermo nel voler estendere a tutti i lavoratori. Nel caso, comunque, avverte: “Non ho nessuna intenzione di andarmene dalla Cgil. Anzi, penso di essere io la Cgil: sono molto più vicino alla linea di altri’’. E poi, spiega, la sua forza è quella di non porsi il problema di “cosa sarà di me’’, del futuro, della carriera: “Possiedo solo una valigia, una macchina e un cane – conclude Landini – La casa in cui vivo è di mia moglie. Se volesse potrebbe cambiare la serratura e cacciarmi’’. Lei, sì. Non la Camusso.

Nunzia Penelope

Per qualche tempo ha vissuto di teatro, poi ha deciso di fare la persona seria ed è diventata giornalista, specializzandosi in economia e altre cose non esattamente artistiche. Ha imparato il mestiere consumando i marciapiedi per l’Adnkronos, ha lavorato per settimanali, radio, Tv e per chiunque paghi bene e puntualmente. Ha pubblicato alcuni libri; nell’ultimo, ‘’Vecchi e Potenti’’, racconta la gerontocrazia italiana. Non ha la patente; pero’ ha un marito interista (Tullio), due figlie assai belle (Rosa e Marianna) e un cane tibetano (Luna). E’ profondamente romana, beve molti tè e cappuccini, legge solo romanzi (non italiani), sceglie i film in base ai consigli di Mariarosa Mancuso, sogna di vincere un Oscar per la migliore sceneggiatura. Ama moltissimo scrivere per Il Foglio, il giornale piu’ artistico che c’è.

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