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Tu guarda, ritornano le rockstar

Artisti vivi. Nelle piazze d’Italia. Proposte, una certa grandeur, un’inattesa mobilità – sul plafond dell’esperienza. In un’estate insospettabile, il consumato ruolo del cantautore, della rockstar e di quello che ci sta di mezzo, riacquista rappresentatività, dopo essere stato sgarbatamente liquidato come “fenomeno del Novecento”.

13 Luglio 2011 alle 17:20

Artisti vivi. Nelle piazze d’Italia. Proposte, una certa grandeur, un’inattesa mobilità – sul plafond dell’esperienza. In un’estate insospettabile, il consumato ruolo del cantautore, della rockstar e di quello che ci sta di mezzo, riacquista rappresentatività, dopo essere stato sgarbatamente liquidato come “fenomeno del Novecento”. Sarà il vuoto intellettuale, sarà quello che banalmente si definisce il “potere della musica”, che nonostante tutto è qualcosa che resta addosso e lo portiamo dietro, anche per una vita – non importa che la critica sia d’accordo o meno. Quindi: Francesco, Blasco e Jova. E meno male.

Non c’è leader politico che, mentre furoreggia la canicola e le città si svuotano, mentre un’ombra silenziosa di crisi s’allunga sul paese e una specie di spossatezza generale leva mordente perfino agli ultimi scandali mediatici, non c’è leader politico che oserebbe salire su un palco al centro di uno stadio monumentale per esporre la propria visione del mondo. Verrebbero in pochi e solo per sbertucciarlo. La partigianeria del messaggio non tira, di questi tempi. Eppure l’idea del raduno nelle notti di luglio delle nostre metropoli non è tramontata, anzi viene religiosamente praticata, a patto che a officiare siano stelle musicali del nostro cielo nazionale. Con uno sberleffo all’omogeneizzazione dei mercati, infatti, ci si mobilita per una serata di questo genere soprattutto se a chiamare all’appello è uno dei classici maestri delle ultime generazioni italiane. Si va e si officia il rito tutti assieme, con loro sul palco, ciascuno col suo stile. Il terreno comune c’è e consiste nell’atmosfera generale che si percepisce in questi appuntamenti al buio: inquietudine, prima di tutto, ipersensibilità, emotività sopra la norma, desiderio di specchiarsi negli altri, voglia di riconoscimento. Per questo tirano più gli artisti italiani, delle rockstar planetarie: con loro il discorso è senza fronzoli, diretto, immediato, appurato. Ci si muove tra musiche e parole che appartengono alla nostra vita, che sono lì da sempre, ma che si smania per sentirle un’altra volta, tutti insieme. C’è qualcosa di passionalmente intenso in questi rituali di mezza estate, di questa estate del 2011, e c’è anche qualcosa che altrove non c’è più. Paradossalmente, nella pop music recentemente sminuita, un po’ accantonata, giudicata spompata e per i nuovi giovani meno significativa che in passato, là finisce che ci si ritrova. E nel farlo ci s’imbatte in inattesi motivi di ragionamento.

A Torino, per esempio, in una piazza San Carlo
piena come un uovo, con 50 o 60 mila cittadini scesi in centro per festeggiare l’inaugurazione di Traffic, il free festival che è diventato una felice tradizione del capoluogo piemontese, sul palco s’è affacciato Francesco De Gregori, fresco di passeggera seconda liaison con Lucio Dalla e di un 60esimo compleanno d’età celebrato dalla nazione coi fasti riservati a un poeta laureato. Grazie alla formula del festival, in questa edizione del 150enario – che a Torino è diventata una questione più sentita che altrove – si è scelto di allestire un cartellone interamente italiano, con una bella trovata all’interno: ogni sera un venerabile esponente della vecchia scuola viene abbinato a qualche giovane leone, andando oltre la semplice convivenza sul palco, cercando possibili strade di contatto e collaborazione tra figli di Italie diverse. De Gregori, adesso che è tornato in proprio, con la sua band e il suo sbalorditivo repertorio, in un’ambientazione così solenne e festosa ci sguazza come un pesce nel mare. Già, ma che dire, invece, dell’idea di metterlo alla prova con un paio di musicisti più giovani, proprio sul quel terreno friabile che sono i suoi capolavori che, come nel caso di alcuni altri grandi (non tutti), soffrono di reinterpretazioni che non siano sue, come se a lui fosse misteriosamente consentito di farle e rifarle, rovesciarle e travisarle come gli pare secondo la lezione dylaniana, ma agli altri no, difficilmente sia consentito qualcosa più di una rilettura diligente e impalata, di solito sprofondata nella timidezza? Insomma nella sera torinese, davanti a un pubblico grondante amore, Francesco divide il palco con Cristina Donà – voluta da lui, che l’apprezza artisticamente e con la quale percepisce una sintonia, probabilmente basata sull’approccio di esigenza qualitativa che entrambi rivolgono a loro stessi, e che li conduce così a condividere delle terse e commoventi versioni di “Bellamore” e della “Donna Cannone”. Ma il bello arriva dopo: gli organizzatori di Traffic propongono infatti a Francesco di misurarsi anche con un altro artista, che di anni ne ha meno della metà di lui, che più volte ha dichiarato d’essersi ispirato a De Gregori nella formazione del suo lessico musicale, ma che pure adesso naviga lontano per vocazioni e scelte esecutive. Lui è Vasco Brondi, che abbiamo conosciuto prima sotto lo pseudonimo Le Luci della Centrale Elettrica e ora alla guida dell’omonimo gruppo. I due, Francesco e Vasco, non si conoscono e si incontrano per provare solo il giorno prima del concerto. Ma l’idea che partoriscono è spericolata e per molti versi sbalorditiva: Vasco vuole rifare “Viva l’Italia” una delle creazioni-icona di De Gregori, sovente divenuta, col passare degli anni, l’infido quanto meraviglioso luogo musicale del travisamento, attorno all’eterno interrogativo su cosa possa essere, oggi e qui, l’idea del patriottismo. Affidarla al talento del ragazzo Brondi, in una situazione ambientale così straordinaria ,era un atto di generosità che offriva il fianco alle reazioni d’una platea che avrebbe potuto sentirsi spossessata, provocata. Non solo: De Gregori si riservava, nel duetto con Brondi, un ruolo subalterno, accompagnava modestamente con la chitarra, lasciando la scena a un chitarrista-rumorista della Centrale Elettrica e affidando la voce solo alla declamazione inusuale di Vasco. E quest’ultimo aveva chiara la sua idea su come rifare “Viva l’Italia”, ossia come un canto dolente, un elogio funebre degno di T.S. Eliot, il rantolo d’una voce renitente a ogni ottimismo. Il bello è che tutto questo, coraggiosamente, De Gregori l’ha piazzato alla fine del concerto, al momento del commiato definitivo dopo i bis. Niente trionfalismi e non ci affidiamo solo ai sentimenti, potrebbe essere il suggerimento. Sfidiamo le abitudini e accettiamo le sorprese, a patto che c’insegnino qualcosa di nuovo. La gente ha ascoltato la performance in religioso silenzio e con crescente partecipazione. Alla fine è rimasta scossa e immobile, mentre De Gregori dolcemente e audacemente dava la buonanotte. L’effetto è riuscito: rinnoviamoci, interroghiamoci, non celebriamoci e non ritiriamoci. Francesco avrebbe potuto godersi una notte di sentiti omaggi. Al contrario ha scelto una destabilizzazione che converte la liturgia in un’esplorazione. E il pubblico ha reagito, con ricettività. Vedete che in circolo ci sono le tracce spurie, ma intense, di un gorgogliare indistinto, che ha il suono di un tempo nuovo?

L’altro Vasco, quello primario, invece, naviga in acque diverse:
quelle dei dubbi, degli sfregamenti con la depressione, quelli dell’istinto verace che ha la meglio sulla ragion di stato (beh, diciamo la ragion di cassetta). Lo sapete, perché è finito sulle prime pagine: ha detto che adesso basta. Alla sua età non se la sente più di andarsene in giro a fare concerti, per quanto i suoi, di concerti, più che altro sembrano delle sedute psicanalitiche di massa. Allora tutti subito a dire ma no, ma che dici, ma che fai, è sempre bello passare la sera con te. Lui ha spiegato: lasciate stare, non prendetemi in giro perché io non voglio prendervi in giro. Un tipo di pancia come Vasco non ha né voglia né capacità di gestire una rappresentazione poco credibile. Nelle sue canzoni ha detto certe cose, un sacco di persone l’hanno preso sul serio, ne hanno fatto un prontuario esistenziale per i drammi di tutti i giorni. E ora il tour del 2011, che aveva intrapreso per spingere un disco così così, andava peggio che così così: Vasco Rossi col fiato corto, senza la voglia di stare sul palco, prostrato dall’imbarazzo d’essere inadeguato (non alla vita, ma a guardare in faccia il suo pubblico pagante). S’è presentato in ritardo ai concerti, se n’è andato troppo presto, ha fatto degli show sotto il par. E non ha fatto finta di niente, non ha sorvolato, pensando ad arrivare in fondo. Ha subìto il crudele graffio di Morgan (“Artisticamente è morto a 27 anni”) e inaspettatamente ha annuito: “Abdico da rockstar: queste cose non si possono fare a 60 anni”. Ha chiamato i giornalisti e ha detto che poteva bastare così. Beh, se permettete è un’altra notizia: non la decisione di Vasco, padrone di valutare l’energia che gli resta in corpo. Quanto il sovvertimento delle regole del gioco, quelle commerciali, quelle della convenienza e perfino quelle etiche – parola grossa. Dal pop, considerato oggi regno dei dinosauri, parte un segnale chiaro: chi non ce la fa più, si faccia da parte. Con decenza e rapidità. Un altro motivo per valutare i significati “secondari” di questa estate musicale. E per restituire incisività sociale alla bistrattata, superata, archiviata musica leggera.

Il discorso, su Jovanotti, si complica.
Il suo tour, in pendant col disco “Ora”, presentato a inizio anno, ci racconta una fase diversa nel suo percorso. E’ come se, al termine di una bella e lunghissima parabola di gestazione, cominciata quando era un ragazzino e attorno aveva un paese diverso, si sia finalmente compiuta, dopo aver coperto un lasso di tempo che supera il quarto di secolo. E cosa ci troviamo di fronte, al termine di questa evoluzione? Viene da dire un personaggio brechtiano, un affabulatore che nel frattempo s’è scelto la maschera, il suo costume fatto di lustrini di scena, un po’ vaudeville e un po’ magic ball rotante da discoteca. Dinoccolato, flessuoso a modo suo, Lorenzo sulla scena oggi fa pensare a un ballerino di Bob Fosse, con la sua malinconia, il quoziente di solitudine, il suo bagaglio di rimpianti, il tutto solidamente, quasi cinicamente organizzato sotto forma di show, con una specie di caustica, fatalistica sottomissione alla legge dello spettacolo. Come dire io sono Jovanotti, faccio il dj, non vado mai a dormire prima delle sei, ho fatto e provato tutto, sono cresciuto, sono meno innocente di prima ma più sapiente, e inganno il tempo riempiendo gli stadi di quelli che sono cresciuti con me e non smettono di condividere quel certo sorriso sentimentale e laconico con cui interpreto il mondo. Nel frattempo l’ossessività professionale di Jovanotti ha raffinato la sua presenza scenica, in particolare in quegli aspetti che lui aveva affrontato da principiante assoluto (cantare, ad esempio). Nel farlo Jovanotti ha creato, forse perfino suo malgrado, un formato musicale inedito, contaminato, nel quale cofluiscono un’infinità di intenzioni, spunti e citazioni e dove convivono il poeta gentile e l’imbonitore demenziale, il maestro del ritmo e l’ultimo, positivo narcisista. Alla fine, ciò che Lorenzo sta mettendo in scena in queste settimane, in un tour trionfante e potente, acquista valore ragguardevole. Traversando la penisola, è come se il suo fosse un visionario caravanserraglio della sopravvivenza, un po’ reducistico, ma anche vitalistico. Il pensiero di Jovanotti, mai espresso in modo cosi chiaro e su un beat così scandito (“il più grande spettacolo dopo il big bang / siamo io e te”) è una soffice ideologia di resistenza al disastro condiviso. Il suo sguardo e le vignette contenute nelle sue canzoni parlano di una storia nella quale tutti i fallimenti sono collettivi e gli unici successi da ricordare sono quelli personali, individuali e soprattutto sentimentali. Il rifiuto della politica è totale (né più né meno come nelle opinioni dei due soci di cui s’è parlato sopra) e l’appello è alle emozioni, ciascuno le sue, le uniche in grado di tenerti davvero vivo. Preserva i tuoi amori, proteggili in quanto unico tesoro. Ama la tua gente, le tue donne, i tuoi uomini, i tuoi cuccioli, tua madre, padre e fratelli, abbraccia gli amici e non perderli di vista. E vai incontro allo sconosciuto, al mondo inesplorato, alle cose da vedere. Stai alla larga dal potere, che sporca, macchia, rovina. Stai alla larga dai palazzi, e fatti una tua terra, un tuo spazio, una tua casa. E’ l’arte dello scarto, riflettuto, palpabile. E’ la scelta alternativa, davanti allo scambio sul binario. E questo è lo sterminato popolo del “dopo”, quello che oggi ammette la partecipazione e la comunione ma solo su base empatica, nel riconoscersi senza dire, al netto da slogan politici. Lo slogan, tutto al più, è lui, Jovanotti irsuto e in bombetta, colorato, marionettistico e assurdo. Eccessivo, quasi clownesco, cinetico e narrativo, che sale sul palco in stato di sovreccitazione. E’ come se lui ora percepisse questo ruolo da sacerdote della consapevolezza, involontariamente capitatogli in sorte: ci abbiamo creduto, abbiamo sostenuto l’associazionismo, l’antagonismo, lo sforzo e la rinuncia, i programmi e gli obbiettivi. Ma tutto si è sgretolato davanti ai nostri occhi, nella più drammatica rivelazione del presente: non è vero che ci sono i buoni e i cattivi, i giusti e gli ingiusti. La natura umana è più complicata e sottile di così. E l’inganno è più terribile. Ma la nostra resistenza è immensa e le nostre risorse sterminate, se sappiamo cercarle, organizzarle usarle. Viene da credere che a un concerto di Jovanotti sia meglio andare accompagnati, dalla donna, dall’uomo, dalla compagnia che ci siamo scelti, da tanto tempo o solo da ieri. La notte sembrerà un lungo abbraccio, costellato di smancerie, ammiccamenti, giochetti capricciosi e dal lungo amplesso che coinciderà con la “vostra” canzone, quella in cui, per i misteri della musica, vi perderete, dimenticherete le miserie, e farete come suggerisce lo spilungone sul palco: vi abbandonerete, lasciando il corpo e lo spirito uscir fuori dalle circospezioni e, per i tre minuti d’ordinanza e nel florilegio delle luci multicolori, vi prenderete lo sfizio di fluttuare, morbidamente, eroticamente, tra le macerie della notte italiana.

Per carità. Non che siano tutti santi.
In tanti tirano a campare alla bell’e meglio. Si fanno un’altra stagione e poi si vedrà. Ma, del resto, qui siamo nei dintorni del rock’n’roll, non siamo mica ad Harvard. Forse stanno riaffiorando d’improvviso delle responsabilità, neppure richieste. Ma bene o male questi sono solo cantanti, gente in perenne spostamento, in attesa dell’idea giusta che magari li risbatta su in classifica. Artisti popolari. A caccia soprattutto, come diceva Ron, di un’altra città per cantare.

Stefano Pistolini

E’ nato a Roma e poi è andato a Milano, dove dai gesuiti ha imparato a giocare a basket, e in America, dov’è convinto d’aver capito la musica. Ha scritto tre libri (sulla gioventù difficile, sulla perduta innocenza e su Nick Drake) e ha lavorato tanto in radio (adesso a Radio24). Ha girato un film sullo skateboard e realizza inchieste tv, le ultime sui neocon, sui creazionisti e sull’eredità di Lincoln. E’ tenuto su da due figli, Benedetta e Giovanni, col quale nei weekend vede partite di pallacanestro dei campionati minori, dove tutto si ricompone.

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