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Il superpartito dei cost.

Una mappa dei costituzionalisti? Vuoi scherzare! E’ la prima risposta dei diretti interessati. Impossibile stabilire paralleli e meridiani di un insieme tanto frastagliato.

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10 Marzo 2011 alle 06:59

Una mappa dei costituzionalisti? Vuoi scherzare! E’ la prima risposta dei diretti interessati. Impossibile stabilire paralleli e meridiani di un insieme tanto frastagliato. I punti di riferimento sono saltati. I capiscuola non ci sono più, essendosi le scuole  moltiplicate. Nel 1951 i costituzionalisti erano dodici. Oggi  sono circa 130. Le divisioni tra destra e sinistra per molti sono impraticabili: non corrispondono più alle correnti di pensiero, men che meno alle tendenze in atto. E allora cosa resta del dissidio di un tempo?

“Prevale la trasversalità”, dice Beniamino Caravita di Toritto, ordinario di Istituzioni di diritto pubblico alla Sapienza (Facoltà di Scienze politiche) e direttore di www.federalismi.it, rivista on line che raccoglie ogni tendenza. Per esempio,  lui che è un innovatore e ha difeso i referendum davanti alla  Corte costituzionale e ha ispirato il federalismo del lombardo  Roberto Formigoni, dialoga con un campione della sinistra quirinalizia come Massimo Luciani. Insieme i due animano la redazione di Diritto e Società,  vecchia rivista dei costituzionalisti di destra, fondata dai maestri romani Vezio Crisafulli, Aldo Sandulli e Giovanni Cassandro, per contrastare “Politica del diritto” del civilista  Stefano Rodotà. E sulla rivista online di Caravita,  Stefano Ceccanti,  allievo di Augusto Barbera e parlamentare del Pd, dialoga con il riformista di centrodestra Nicolò Zanon, membro del Csm, nonché allievo  del principe dei costituzionalisti giacobini, di osservanza azionista, alias Gustavo Zagrebelsky, antiriformatore e antiberlusconiano feroce. “Fra i costituzionalisti esiste ormai un linguaggio molto più comune di quanto non si pensi”, insiste Caravita. “Un linguaggio ispirato a una concezione criticamente rispettosa o rispettosamente critica della Costituzione”.

Sarà. Ma se  i conservatori di sinistra discutono con gli innovatori di destra e gli innovatori di destra scoprono affinità coi conservatori di sinistra, molti si trincerano dietro la neutralità accademica, per schivare il conflitto in nome della comune appartenza corporativa.

Eppure il conflitto esiste eccome. La faglia è quella che separa la maggioranza dei costituzionalisti, per lo più di sinistra, che non intendono toccare la Costituzione del 1948, dai riformatori favorevoli alla riforma di alcune sue parti. Del primo gruppo fanno parte il liberale e antiberlusconiano Alessandro Pace, gli ex presidenti emeriti della Corte costituzionale Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky, Federico Sorrentino, ma anche Massimo Luciani riformatore senza intransigenze, e Alessandro Pizzorusso veterocostituzionalista, per così dire. Nel secondo gruppo, figurano un eccentrico come Augusto Barbera, un ex democristiano come il palermitano Giovanni Pitruzzella, il milanese Nicolò Zanon, e il folto gruppo di studiosi di vaglia che orbitano intorno a Magna Carta, la fondazione di Gaetano Quagliariello. Le ineleganze sono equamente distribuite sia a destra sia a sinistra, fra i filoberlusconiani e fra gli antiberlusconiani, se è vero che Zagrebelsky, padre di Giustizia e libertà, oggi fautore della mitezza del diritto ed esegeta del “Crucifige della democrazia”, all’epoca di  Tangentopoli non esitò a collaborare a MicroMega raccogliendo, lui professore ordinario, un’intervista di cortesia al capo dello stato Oscar Luigi Scalfaro, e venendone ricompensato pochi mesi dopo con la nomina alla Consulta.

Certo, ci sono anche gli studiosi duri e puri che navigano nei mari della teoria astratta, tenendosi a  distanza dalla politica, come fa per esempio Mario Dogliani di Torino, militante di estrema sinistra, anche lui come Zagrebelsky seguace di Norberto Bobbio e del liberalsocialismo azionista, il quale ha smesso di occuparsi di questioni istituzionali, per evitare  il confronto con la contingenza. E poi ci sono quelli pronti a sporcarsi le mani, esperti di forme di governo, studiosi della presidenza della Repubblica, dei rapporti tra governo e Parlamento. Costoro, naturalmente, sono i più esposti  alle lusinghe del potere, anche a rischio di perdere in neutralità quanto acquistano in autorevolezza politica. Di fatto, però, la corporazione dei costituzionalisti sembra coltivare una forma di distacco almeno formale. Ci tiene moltissimo a mostrare lontananza dal potere, per contenere il conflitto nei limiti della libera discussione  e confinarlo alla controversia accademica. Ma in realtà, il 99 per cento dei costituzionalisti  sognano di finire alla Consulta, e per questo molti sono disposti a quasi tutto.
Dei quindici membri della Corte costituzionale, in carica per nove anni, cinque sono nominati dal presidente della Repubblica, cinque dal Parlamento, e cinque dalle Alte magistrature.

Attualmente, il presidente è Ugo De Siervo, nominato dal Parlamento in quota Pd, e di scuola fiorentina. E’ stato allievo, con Roberto Zaccaria, ex presidente della Rai ora parlamentare, e Enzo Cheli, ex presidente emerito, di Paolo Barile, ministro nel governo Ciampi e a sua volta allievo del mitico Pietro Calamandrei. Anche per De Siervo è valsa la prassi indecente di assumere la presidenza della Consulta alla vigilia dello scadere dei nove anni, anche a costo di espletarla per un solo mese come accadde al compianto Vincenzo Cajaniello. E’ questo un tema sul quale i costituzionalisti tacciono, confortati  dall’opacità legata all’autonomia, anche di bilancio, di cui gode la Consulta. Gli altri tre giudici nominati dal parlamento, ma in quota centrodestra,  sono l’ex avvocato generale dello stato Luigi Mazzella, già ministro della Funzione pubblica nel governo Berlusconi; il penalista bresciano Giuseppe Frigo,  maestro di Niccolò Ghedini, e Paolo Napolitano, funzionario del Senato nominato dal governo al Consiglio di stato, già capogabinetto di Gianfranco Fini alla vicepresidenza del Consiglio. I cinque giudici di nomina presidenziale sono il tributarista Franco Gallo, l’amministrativista Sabino Cassese, l’internazionalista cattolica Maria Rita Saulle,  l’ex giudice alla Corte di giustizia europea Giuseppe Tesauro, tutti nominati da Carlo Azeglio Ciampi, e il magnifico Paolo Grossi, grande storico del diritto e promotore dei Quaderni fiorentini per la storia della cultura giuridica, che sarà l’unico nominato da Giorgio Napolitano. Infine, i cinque  nominati dalle magistrature sono Paolo Maddalena per la Corte dei conti,  Alfonso Quaranta per il Consiglio di stato, Alfio Finocchiaro, Alessandro Criscuolo e Giorgio Lattanzi per la Cassazione.

“E’ vero che molti incarichi pubblici passano per un rapporto diretto con la politica, e questo spiega il tasso di politicità dei professori di diritto Costituzionale, ma essere catalogati politicamente a molti non fa piacere”, ammette Tommaso Edoardo Frosini, ordinario di Diritto pubblico comparato alla Suor Orsola Benincasa di Napoli. Allievo di Mario Galizia e  di Temistocle Martines,  il caposcuola della scuola siciliana e di fede comunista, Frosini è un liberale di convinzione, oltreché per ascendenza. Suo padre infatti era Vittorio, pioniere in Italia del Diritto delle tecnologie dell’informazione (il diritto alla privacy per intenderci, resterebbe in larga parte inconcepibile senza il suo contributo).

Specialista di forme di governo e sovranità popolare, del premierato nei governi parlamentari, di leggi elettorali e Corte costituzionale, Frosini junior è il coordinatore della rivista Percorsi costituzionali e del convegno organizzato da Magna Carta sulla riforma della giustizia, che s’apre oggi pomeriggo nella Sala Zuccari a Palazzo Giustiniani. Ma è soprattuto l’incarnazione dell’intransitività delle opinioni di parte, legge fondamentale del costituzionalismo italiano. In altre parole, si può essere costituzionalisti liberali e aver avuto maestri comunisti, come è successo a lui, allievo del comunista Martines, che fu anche maestro  di Gaetano Silvestri, oggi giudice costituzionale, nominato dal Parlamento nel 2005 e in quota Pd, e di Michele Ainis, altro costituzionalista di tendenza quirinalizia, attivo come editorialista al Sole 24 Ore. E inversamente si può essere costituzionalisti comunisti, o vicini alla sinistra, e aver studiato con maestri fascisti, com’è successo ad Augusto Barbera, considerato un  traditore dai conservatori di sinistra, per aver deragliato dalla linea di tutela e difesa del parlamentarismo, e perché troppo incline alla riforma della Costituzione del 1948.

Ordinario di costituzionale a Bologna, Barbera ha studiato con Vincenzo Zangara, che negli anni Trenta fu vicesegretario nazionale del Partito fascista. Grandissimo cuoco, catanese doc, Zangara parlava solo siciliano ed era grande amico del futuro Costituente Orazio Condorelli, filosofo del diritto. Zangara ebbe dunque fra i suoi allievi il futuro deputato comunista Augusto Barbera e il futuro ministro socialista Salvo Andò. Ma se uno oggi gli chiede conto della stranezza, Barbera riconosce l’eccentricità del maestro. “Era un personaggio particolare che agì sempre in piena libertà. Nel 1945 venne epurato. Riprese a insegnare dieci anni dopo alla Sapienza. Era un conservatore senza etichette e di grande apertura mentale. Quando io lo conobbi, non era più fascista, non aveva aderito al Movimento sociale. E del resto era stato un allievo di Vittorio Emanuele Orlando, che non era, e non fu mai, fascista”.

Così, da Barbera a Zangara, risaliamo “per li rami”  al siciliano di scuola tedesca Vittorio Emanuele Orlando, che  attraverso la teoria della personalità dello stato, inventò a fine Ottocento la scuola italiana del Diritto pubblico, anestetizzando i conflitti tra monarchia e Parlamento e abbandonando la prospettiva oligarchico-liberale. Contemporaneamente Gaetano Mosca fondava la politologia sull’idea di classe dirigente e di riforma meritocratica. “Il diritto pubblico deriva dal diritto politico”, spiega l’ex preside di Scienze Politiche Fulco Lanchester,  allievo del grande giurista cattolico  Costantino Mortati e studioso di Carl Schmitt. “E’ uno dei capitelli della filosofia politica democratica,  alcuni dicono anche totalitaria, tant’è che il Contratto sociale di Jean Jacques Rousseau ha per sottotitolo ‘principes du droit politique’”. Per molto tempo, continua il professore, “il diritto costituzionale è stato considerato un diritto caldo, basato su principi, valori e un forte controllo politico. Per questo, i costituzionalisti sono fortemente coinvolti in politica: il politico è distribuzione autoritativa di valori, dove c’è il politico c’è il conflitto e soluzione del conflitto: è un contrasto che solo superficialmente può essere neutralizzato proclamandosi ‘giuristi’”.

Anche Lanchester  rifugge da mappe e mappature. Ma da storico del diritto ricorda come la divisione tra kelseniani e schmittiani, tra formalisti e sostanzialisti, e cioè tra fautori della norma fondamentale di Hans Kelsen, la Grundnorm, come fondamento del diritto, e i sostenitori della sovranità e del primato della politico sul diritto, riemerse nel dopoguerra con la discussione metodologica della scuola di Orlando e si sviluppò in base allo stato di massa, che poteva essere democratico, autoritario o totalitario”. Da queste tre tendenze nacquero le tre scuole della Sapienza: quella di Costantino Mortati, di Santi Romano, presidente del Consiglio di Stato durante il fascismo e  maestro di Vezio Crisafulli, il quale fu a sua volta fascista durante il fascismo, comunista nel dopoguerra, e liberale dopo i fatti di Ungheria, quando lasciò il partito e si mise a scrivere per   il Tempo di Renato Angiolillo. Crisafulli fu  maestro fra gli altri di Livio Paladin, Antonio Baldassarre e Antonio Datena. Poi c’era la scuola del liberale Carlo Esposito, filosofo del diritto di formazione che ebbe come allievo il liberale Alessandro Pace, già avvocato della Rai, oggi firma d’assalto di Repubblica in quanto attivissimo militante dell’antiberlusconismo acrimonioso, insieme col giacobino Zagrebelsky. L’altro allievo dell’Esposito, a conferma della legge sull’intransitività delle opinioni di parte,  l’estremista di sinistra Ugo Rescigno, che era uno di quei vetero marxisti attardati che parlavano di Costituzione borghese, e dedicò il suo manuale Zanichelli a un giovane militante romano vittima negli anni Settanta degli scontri con la polizia.
“Nel 1917, Romano, allievo di Orlando, capisce che col suffragio universale la teoria della personalità dello stato è superata e inventa la teoria del pluralismo degli ordinamenti giuridici”, continua Fulco Lanchester. “Ma a fare da ponte tra questa impostazione e il fascismo è Alfredo Rocco, che combina il socialdarwinismo implicito nella teoria delle élite di Mosca con la personalità dello stato divenuta totalizzante.

E’ questa la dottrina che penetra nel fascismo e si sviluppa grazie ai giovani innovatori come Mortati, Crisafulli, Esposito, con la teoria della costituzione che più tardi pervade i lavori della Costituente. Dopo che lo stato di massa avrà piegato la legittimità alla legalità, infatti, si finirà per identificare nello stato di diritto costituzionale il sovrano usbergo dell’ordinamento. I sostanzialisti vedranno nelle Corti costituzionali l’elemento fondamentale del costituzionalismo come limite al potere sovrano. Nasce così la giurisdizionalizzazione della politica: ciò che un tempo si risolveva in modo politico, verrà risolto da un organismo come la Corte costituzionale, che sta sul crinale della politica da un lato e della giustizia dall’altro. E così si arriva alle divisioni attuali.  La sovranità appartiene al popolo, dice infatti Berlusconi; “e si esercita nelle forme e nei limiti della Costiuzione”, aggiungono i costituzionalisti, tutti citando lo stesso articolo della Carta. Ma chi giudica forme e limiti? I tecnici. Il giudice Coke,  maggior giurista inglese del Seicento, di fronte a Giacomo I che voleva giudicare sia in diritto sia in teologia, perché diceva, ‘ho una ragione come la vostra e una come Re’, gli rispose: “Non c’è dubbio, Sire, che avete una mente molto aperta, ma la vostra è sapienza è naturale, mentre la sapienza artificiale, data da lungo studio e cogitazione, è la giurisprudenza. Pertantoanche voi siete sotto il Re e il diritto”.

Le due scuole di pensiero si ritrovano con le debite proporzioni fra i costituzionalisti italiani. E’ vero che molti sono trasversali, che tutti dialogano con tutti, cercano di non sporcarsi troppo le mani, ma la contrapposizione esiste, come dimostra il famoso appello dei cento contro la revisione e dei trenta a favore della revisione costituzionale, e la divisione permane  anche agli occhi di un moderato come Nicolò Zanon. “Da una parte ci sono quelli portati a enfatizzare il ruolo della giurisprudenza e della magistratura, ritenendo ormai che le scelte di ragione vengano fatte dai giudici, e la politica sia ormai recessiva, perché il legislatore democratico non è più in grado di fare grandi scelte che condizionano la società”. E i nomi oltre a Zagrebelsky, Onida, Pace, sono quelli di Roberto Romboli, ordinario a Pisa, Antonio Ruggeri, ordinario a Messina, per non parlare di Gianni Ferrara, costituzionalista vicino a Rifondazione comunista, e  animatore di un sito intransigente (www.costituzionalismo.it),  di Umberto Allegretti o di Gaetano Azzariti, anche lui rifondarolo e antiberlusconiano, allievo di Ferrara e del sommo Giuseppe Guarino, altro faro del diritto pubblico italiano, poi passato al diritto amministrativo, e maestro fra gli altri della così detta “banda dei sardi”, alias Nello Motzo, Sergio Fois e perfino il compianto Francesco Cossiga. “Dall’altra parte ci sono quelli attenti a riconoscere alla politica la sua autonomia, soprattutto a livello europeo, dove c’è una carenza di politica e molte scelte vengono delegate a organismi giudiziari e para giudiziari”.

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