cerca

L’immoralista

D: Tornerei alle cene dove le trentenni non la degnano di uno sguardo...
R: Se a una cena è presente una ragazzina certamente si annoia, gli adulti non le parlano, si comportano come se non esistesse. Soltanto io la osservo, le faccio qualche domanda e alla fine lei mi lascia un biglietto col numero di telefono e una scritta: “Esco dal liceo alle cinque”.
D: Splendido. E i genitori che dicono?
R: Io da un bel po’ di tempo sono più anziano dei padri, che sono sempre innamorati delle figlie e sarebbero gelosi, se sapessero.
 

20 Giugno 2009 alle 15:00

Domanda: Nel suo ultimo libro, “Carnets noirs. 2007-2008”, la prima citazione riguarda Casanova. Si considera un suo erede?
Risposta di Gabriel Matzneff: Non credo alla famiglia ufficiale, per me è più importante la famiglia spirituale e i miei antenati sono Lucrezio, Orazio, Byron, Schopenhauer… Adoro le Memorie, mi sento molto vicino al loro autore, mi sarebbe piaciuto conoscerlo e senza dubbio c’è una filiazione ma dire che sono il nuovo Casanova sarebbe ridicolo, ciascuno di noi ha il proprio destino. Quello che mi piace del cristianesimo è l’idea dell’unicità della persona, dei talenti…
D: Infatti il suo talento è diverso, Casanova era un amante piuttosto ecumenico, come Don Giovanni. Il loro slogan immortale è “Purché porti la gonnella”, lei invece ha una specializzazione anagrafica.
R: Sì, mi piacciono le ragazze. Non ho mai avuto successo con le donne mature, con loro l’indifferenza è reciproca: se vengo invitato a cena da una famiglia le trentenni non mi guardano nemmeno, vogliono uomini seri con un mestiere serio e una macchina per andare nei posti chic durante il week-end. Io socialmente sono meno di niente, sono un poeta, non voglio avere responsabilità, non voglio sposarmi e non possiedo una macchina.
D: Non per contraddirla ma siamo al bar del Grand Hotel Minerva, proprio uno di quei posti chic che piacciono alle trentenni ambiziose. A Roma i poeti poveri di solito alloggiano altrove.
R: Ha ragione. Volevo una bella stanza e quando ho voglia di qualcosa me la concedo. A Venezia ho un’amica ricca sfondata che mi presta il suo meraviglioso appartamento ma l’ultima volta sono stato al Danieli. Se il mio banchiere l’avesse saputo non sarebbe stato contento ma alla mia età ho pochi anni da… Come si dice in italiano? Campare?
D: Di solito si dice “vivere” ma si può dire anche “campare”.
R: Mi piace di più “campare”. Ho pochi anni da campare e se ho voglia di trascorrere tre notti al Danieli mi offro tre notti al Danieli. Posso essere molto frugale, bere acqua e mangiare una patata ma quando ho voglia di una bottiglia di vino dev’essere un vino eccellente. I miei editori mi hanno sempre aiutato nelle situazioni difficili, anche se non avessi avuto il denaro per pagare l’albergo sono sicuro che Gallimard non mi avrebbe lasciato sotto i Piombi.
D: Purtroppo non mi risultano analoghi slanci degli editori italiani verso autori squattrinati. Tornerei alle cene dove le trentenni non la degnano di uno sguardo…
R: Se a una cena è presente una ragazzina certamente si annoia, gli adulti non le parlano, si comportano come se non esistesse. Soltanto io la osservo, le faccio qualche domanda e alla fine lei mi lascia un biglietto col numero di telefono e una scritta: “Esco dal liceo alle cinque”.
D: Splendido. E i genitori che dicono?
R: Io da un bel po’ di tempo sono più anziano dei padri, che sono sempre innamorati delle figlie e sarebbero gelosi, se sapessero.
D: Ma sono assenti.
R: Sono assenti. E poi ci sono le madri: qualcuna può essere anche complice. La madre di una ragazza che ho conosciuto quando aveva tredici anni, una bellezza travolgente, un angelo di Filippo Lippi o del Botticelli, avrebbe potuto telefonare alla polizia e mi avrebbero arrestato in un minuto. Avendo capito che era vero amore non lo ha fatto, le sono riconoscente ancora oggi. Gli amici la aizzavano contro di me e alla fine a denunciarmi è stato uno di loro, un tipo di sinistra, del ceto intellettuale parigino.
D: Com’è andata a finire?
R: Ho avuto una fortuna madornale. Mitterrand, il presidente della Repubblica, aveva appena scritto un articolo su di me e quando venni convocato lo mostrai ai poliziotti, si calmarono subito. Poi giurai sulla Vergine Santa che non avevo un’amante di tredici anni, senza mentire perché ormai la ragazza ne aveva quattordici.
D: Anche questo è molto francese, un presidente della Repubblica che fa il critico letterario e che per giunta elogia libri che esaltano l’amore per le minorenni. Però con Sarkozy non credo sarebbe successo.
R: Sua madre ha dichiarato che il figlio non ha mai letto un libro: “I suoi fratelli leggevano mentre Nicolas era sempre davanti alla tivù”. Ma lui lo ammette e mi sta molto simpatico, l’ho votato.
D: In “Carnets noirs” definisce Ségolène Royal “stupida e cattiva” e poi usa “quakeresse”, quacchera, che per lei ortodosso e per me cattolico è insulto anche peggiore.
R: I protestanti non sono quasi più cristiani e il puritanesimo ateo è peggiore di quello cattolico, che prevede la confessione e il perdono. Robespierre, il campione della virtù repubblicana, assieme ai nobili e ai preti mandava al patibolo prostitute e libertini.
D: I quaccheri sono presenti anche nella politica italiana, di solito si tratta di ex cattolici.

R: Sì, questo orribile Franceschini, dovrebbe vergognarsi di avere utilizzato politicamente la vicenda di Noemi, sono contento del suo scacco.
D: Ha perso più quattro milioni di voti ma siccome è un sincero democratico dice di aver vinto. Come mai è così interessato alle vicende italiane?
R: Sono stufo della Francia, alcuni dei miei otto romanzi li ho scritti in Italia e in Corsica, il mio carissimo Schopenhauer l’ho letto in italiano, che ho imparato al cinema nel Dopoguerra, grazie ai film di Totò che non erano doppiati ma solo sottotitolati.
D: Nell’ultimo libro cita spesso il Corriere della Sera, Repubblica, Striscia la notizia…
R: Non leggo più la nostra stampa perché mi dà fastidio il brutto francese che si scrive oggi, in Francia non posso nemmeno più sentire la radio, preferisco i media italiani anche se ne indovino la volgarità e mi rendo conto che specialmente in televisione la concordanza dei tempi non è rispettata, ma almeno non posso fare confronti con il passato.
D: E che cosa pensa delle italiane?
R: Rispetto alle francesi hanno una pelle più bella, denti bianchi, bocche sensuali.
D: Immaginavo il contrario però non ne so nulla, non viaggio.
R: Parigi è una città fredda, le persone hanno i brufoli, una cera pessima. Le cose migliorano nel Sud, a Marsiglia, a Montpellier.
D: Nel suo catalogo ho trovato una presenza ancora più meridionale, una ragazza araba, almeno a giudicare dal nome: Aouatife.
R: Era una ragazza franco-marocchina, di quelle molto sorvegliate dalla famiglia. Ogni tanto si viene a sapere di una ragazza turca o magrebina uccisa dai parenti perché colpevole di avere un fidanzato francese. Abitava in una banlieue e diceva sempre: “Se mio padre ci scopre, prima ammazza me e poi ammazza te”. Era un operaio marocchino analfabeta e per la protezione della Santa Vergine non lo è mai venuto a sapere. Lei aveva quindici anni quando l’ho conosciuta, è durata fino ai ventisei anche se io non ero un modello di fedeltà. Ha fatto studi brillanti e oggi lavora al ministero della Cultura.
D: Siete ancora in contatto?
R: Non vuole più vedermi, segno che c’è ancora un sentimento. Se una donna ti rivede senza difficoltà significa che non ti ama più. Mi colpisce la freddezza di certi incontri: una ragazza è stata pazza di te e adesso ti guarda come se fossi il cugino, ti dà un bacio sulla guancia, ah caro, come stai. Gli uomini sono diversi, hanno il gusto della nostalgia.
D: “Carnets noirs. 2007-2008” è un diario intimo che descrive amori recentissimi. Non ha avuto problemi con qualche ragazza che si è riconosciuta?
R: Pubblico diari da trentatré anni e soltanto tre ragazze mi hanno chiesto di cambiare il nome, di solito anzi sono piuttosto contente di essere citate. Tutti i pittori, dal Rinascimento a Picasso, hanno dipinto le loro amanti nude, mostrandole al mondo, e chi si mette con uno scrittore sa benissimo a che cosa va incontro.
D: Possibile che nella sua carriera di libertino l’incidente più grave sia quella remota convocazione in commissariato?
R: E’ successo di peggio, sono stato aggredito nel Quartiere Latino, dove abito. Un tizio molto più giovane e molto più grosso di me mi ha buttato per terra gridando “Pedofilo! Devi morire!”. Da allora evito di andare in televisione, che rende troppo riconoscibili, e partecipo solo a programmi radio.
D: Anche Houellebecq mi ha raccontato di non poter girare per strada a Parigi.
R: Ero all’estero quando cinque organizzazioni islamiche gli hanno fatto causa per aver definito cretina la loro religione, sono tornato in Francia apposta per assistere al processo. Lui ne fu contento perché all’epoca non ci conoscevamo personalmente e il ceto letterario è composto da vigliacchi. Quasi nessuno prese le sue difese, ne soffrì molto.

D:
E lei, a parte Mitterrand quella volta, chi la difende, chi la sostiene?
R: Io vivo dei miei diritti d’autore. Non ho mai ricevuto premi, pure Houellebecq ne ha ricevuti, io mai. Non so perché, anzi, lo so il perché, ma non lo diciamo.
D: Non diciamolo.
R: Dei premi me ne infischio ma spesso prevedono un bell’assegno. Quest’anno spero di ricevere qualcosa dal ministero della Cultura, che ogni tanto aiuta gli scrittori: ho fatto la domanda e fra poco dovrei avere la risposta. A volte mi rivolgo a ex amiche divenute ricche nel frattempo. Mi piace essere aiutato dalle donne.
D: Questo dettaglio non migliorerà la sua reputazione.
R: Ora che sono diventato un “giovane maturo”, come dice Totò in suo film, mi piace essere invitato al ristorante da ragazze non smemorate. E’ molto meglio che partecipare a cene di soli uomini.
D: Anch’io le evito, è una regola che ho imparato da un film di Truffaut.
R: Preferisco la compagnia femminile nonostante sia un misogino incallito. Del resto soltanto i misogini conoscono le donne.
D: Oltre al cibo e al vino delle brasserie parigine, spesso con le sue amiche condivide la liturgia ortodossa.
R: Noi ortodossi non abbiamo avuto il concilio e non abbiamo cambiato niente, siamo tradizionalisti. La bellezza delle nostre funzioni è imparagonabile, una bellezza estetica che è il segno di una bellezza spirituale.
D: Pensi che in Italia abbiamo un vaticanista, Alberto Melloni, secondo il quale è meglio che le messe siano brutte. E mi sto quasi convincendo che abbia ragione: l’italiano contemporaneo è un invidioso, odia la bellezza perché gli ricorda la sua pochezza e la perfezione di Dio.
R: La raccolta di testi più importante della letteratura ortodossa si intitola Filocalia, “Amore per la bellezza”. Il cristianesimo è la religione dell’incarnazione dunque la bellezza spirituale per esistere deve incarnarsi, deve coinvolgere i nostri sensi. Il cristianesimo non è il platonismo, spirito da una parte e corpo dall’altra.
D: A proposito di bellezza, la sua ragazza ideale come si presenta?
R: Citerò ancora il grande Totò: “I peccati della carne si fanno con la carne, non con le ossa”.
D: Queste cose le racconta al suo confessore?
R: Solo ogni tanto. Pubblicare diari è già una confessione pubblica, forma prevista nei primi secoli del cristianesimo.

D:
Nei suoi libri non ho trovato molte tracce di pentimento.
R: So di essere un peccatore ma ho speranza nel perdono. E poi la chiesa ortodossa non è mai stata ossessionata dal sesso, ha cominciato solo ultimamente, per colpa della globalizzazione. Il patriarca di Mosca ormai fa discorsi moralisti come quelli del Papa e questo mi dà fastidio. L’altro giorno ha parlato contro gli omosessuali, un tempo non lo avrebbe fatto.
D: Il clima è cambiato ovunque, nel cinema, nell’editoria…
R: Certo, oggi un libro come “I minori di sedici anni” non potrei più pubblicarlo.
D: E’ proprio indispensabile che ne abbiano meno di sedici?
R: Per me l’età divina è quindici anni. Ma è una preferenza, non un limite assoluto: fra i quindici e i vent’anni una ragazza rimane più o meno la stessa, non c’è la rottura spettacolare della pubertà maschile.
D: La grande differenza anagrafica non ostacola la comunicazione?
R: Al contrario, la disparità rende possibile lo scambio, che è sempre reciproco: è stata una ragazza, anni fa, a insegnarmi l’amore per la pittura cubista. Una donna di trent’anni ha visto tutto, sperimentato tutto, non c’è più niente che possa sorprenderla, è ormai disincantata. Una ragazza di quindici è uno stupore continuo: un libro, una passeggiata, un gelato al lampone, per lei tutto è una festa. E poi scrivono meglio.
D: Meglio?
R: Scrivono con stile bellissimo, commovente, incredibile. Sembrano future scrittrici ma con l’età si perdono, come se tutto dipendesse dal genio dell’adolescenza. L’ho osservato spesso, non una volta, ed è molto strano.
D: A pagina 502 di “Carnets noirs” riporta con evidente simpatia una dichiarazione del suo coetaneo Silvio Berlusconi, risalente al dicembre 2008: “Mi sento un diciottenne”.
R: Sì, quando sono fra le braccia delle mie amanti anch’io ho l’impressione di essere il Gabriel di un tempo.
D: Solo un’impressione?
R: Sì, ho deciso che il diario del 2008 sarà l’ultimo perché con gli acciacchi della vecchiaia la mia vita sarà meno movimentata, meno avventurosa. Sono ancora molto in gamba ma ho 72 anni, non sono di primo pelo, sono un po’ stagionatello.
D: Anche questa è un’espressione di Totò?
R: No, è di Lino Banfi, in “Un medico in famiglia”.

Gabriel Matzneff è un conte russo nato a Neuilly-sur-Seine il 12 agosto 1936 e residente a Parigi. I beni di famiglia sono stati divorati dalla rivoluzione di ottobre, così ha dovuto imparare la difficile arte di vivere al di sopra delle proprie possibilità. Cristiano ortodosso praticante, in religione è devoto alla Madonna e in letteratura alla Ragazza, alle cui multiformi epifanie ha dedicato numerosi romanzi, saggi e diari, in cui l’autore risulta un pezzo di Settecento miracolosamente conservatosi vitale fino a noi. Molte sono le affinità fra i suoi “Carnets” e i “Mémoires” di Giacomo Casanova e in certe pagine sembra risorgere lo Stendhal egotico. L’unico suo libro tradotto in italiano si intitola “I minori di anni sedici” (ES), ovviamente fuori catalogo. Volendo si può acquistare su internet ma sento il dovere di ribadire, se il titolo non bastasse a mettere sull’avviso, che non è una lettura innocua. Oggi sarebbe impubblicabile: non sono più i tempi di Sofocle e Tibullo, e nemmeno gli anni Settanta. L’ultimo suo libro (“Carnets noirs. 2007-2008”, Editions Léo Scheer) è meno estremo, un dettagliato resoconto di viaggi (specie italiani), pranzi, Sante Messe, incontri erotici, riservato a chi conosce il francese perché stavolta di traduzioni non se ne parla. Matzneff è un vecchio signore soltanto leggermente osceno e la sua opera è un inno all’amore e alla libertà di espressione: l’Europa dei farisei, per questo, lo maledice. Foto: Giovane accovacciata con il volto appoggiato al ginocchio destro, disegno di Egon Schiele (Alinari)

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi