Chi ha il coraggio di dirsi europeista?

Dall’Olanda con i suoi liberali radicali a Macron in Francia passando per Austria e Grecia, dirsi europeisti non è più così grave. Il superamento destra-sinistra

Chi ha il coraggio di dirsi europeista?

Bruxelles. Oltre alla rumorosa insurrezione dei populisti, il ciclo elettorale di quest’anno in Europa potrebbe produrre una primavera di partiti e candidati apertamente europeisti e globalisti, capaci di catalizzare il consenso di classi medie stanche di un establishment sulla difensiva e alla ricerca di un’offerta politica aperta e moderna. Nelle elezioni di ieri in Olanda, mediaticamente monopolizzate dall’allarme per un possibile successo di Geert Wilders, due partiti europeisti considerati outsider marginali, i liberali dei D66 e i verdi di GroenLinks, hanno registrato una progressione elettorale significativa sbandierando la bandiera a dodici stelle. Nelle presidenziali di aprile e maggio in Francia, Emmanuel Macron potrebbe essere eletto all’Eliseo con una campagna pro global nel paese che ha fatto del camembert il simbolo della sacra sovranità. Per le legislative di settembre in Germania, i socialdemocratici della Spd sembrano risorti dopo aver scelto l’ex presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, come candidato alla cancelleria. Perfino nell’Europa dell’est, dove il nazionalismo ha radici nella lotta contro l’Unione Sovietica e oggi si esprime contro il centralismo di Bruxelles, emergono nuovi partiti pronti a gridare “Forza Ue”. I tentativi elettorali dei neoeuropeisti finora hanno avuto risultati alterni. In Austria, il verde Alexander Van der Bellen ha vinto le presidenziali dello scorso dicembre contro il candidato dell’estrema destra, Norbert Hofer, dopo una lunghissima campagna elettorale – due ballottaggi – tutta incentrata sull’Europa. In Spagna, la rivolta di Podemos è stata affiancata dalla nascita degli europeisti Ciudadanos che ha offerto agli spagnoli un’inedita scelta liberale, senza però riuscire a sfondare.

 

In Grecia, l’esperimento di To Potami – il Ponte che avrebbe voluto fare da argine al populismo nazionalista di sinistra di Syriza – è durato un’elezione. In Olanda, i D66 sono più antichi: nati nel 1966 per chiedere una “democrazia radicale”, avevano già vissuto un momento di gloria nel 1994, ottenendo il 15,5 per cento grazie a proposte come il matrimonio tra omosessuali e la legalizzazione dell’eutanasia. Dopo essere precipitati al 2 per cento nel 2006, i D66 si sono ricostruiti grazie a un programma incentrato su sostegno all’Ue e apertura agli immigrati. Anche se fragili e a volte effimeri, i partiti neoeuropeisti ottengono buoni risultati, nel momento in cui le formazioni politiche tradizionali tendono a inseguire i Wilders e le Le Pen su frontiere, immigrazione e anti globalizzazione. I nuovi slogan usati da socialisti e popolari per rassicurare gli europei tentati dal populismo si sprecano: il commercio deve essere “free” (libero) ma anche “fair” (equo); le frontiere non devono essere chiuse ma “controllate”; gli immigrati non devono essere respinti ma “rimpatriati”. “Il problema non è Wilders, ma i suoi imitatori”, ha detto il leader dei D66, Alexander Pechtold, dopo la virata antimigranti del premier olandese Mark Rutte. I neoeuropeisti invece non esitano a sbandierare i meriti della globalizzazione e dell’immigrazione. Contestato dagli agricoltori, Macron ha risposto che “il 40 per cento” del latte francese viene esportato e, se chiudiamo agli prodotti degli altri, “pensate che continueranno a comprare il nostro camembert?”.

 

Al Lingotto Emma Bonino ha scaldato i cuori della platea renziana (ma provocato un mal di pancia all’establishment Pd) elencando i benefici che apportano gli immigrati all’economia. Come i populisti, i neoeuropeisti contribuiscono alla frammentazione politica, svuotando il bacino di consenso elettorale che era stato alla base dell’alternanza. In Austria, il duello Van der Bellen-Hoffer ha spazzato via i due partiti tradizionali. In Francia, per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, sia il Partito socialista sia quello gollista potrebbero trovarsi senza candidato al ballottaggio delle presidenziali. Dopo la stagione elettorale 2016-2018, la mappa politica dell’Europa potrebbe essere completamente rivoluzionata, con un nuovo “clivage” destinato a sostituire la vecchia divisione destra-sinistra. Da un lato dello spettro politico ci sarà l’apertura, l’Europa, la globalizzazione e l’internazionalismo. Dall’altro ci saranno la chiusura, il nazionalismo, il protezionismo e l’isolazionismo. Forse è ciò che vogliono davvero gli elettori: uscire dalle ideologie del secolo scorso ma poter continuare a scegliere tra due vere alternative. 

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Commenti all'articolo

  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    16 Marzo 2017 - 21:09

    Se permettete, i popoli europei - a dispetto dei loro attuali malrappresentanti eurocrati - coltivano nel profondo un condiviso ideale di autentica comunità europea il cui cromosomo si ingenerò e fu vissuto nel Sacro Romano Impero. È una nostalgia incarnata nella genìa del c.d. occidente, incentrata nel cristianesimo. Ohibò per i laikisti terminali, ma è così. Per questo è solo per questo siamo, in maggioranza, europeista. Per la Civiltà che i nostri padri hanno costruito e ci hanno consegnato. E attenzione, perché quella Civiltà su cui i laikisti sputano, costituisce sempre più agognata méta e speranza di molti popoli con cui ora stiamo venendo a contatto! L'islam okkupano le pagine della cronaca horror non solo per noi ma anche per i musulmani! La Civiltà è volere Bene, non voler male. Svegliamoci!

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