Banconote con l'immagine dell'olandese Geert Wilders (foto LaPresse)

It's not the economy, stupid

Claudio Cerasa

C’entra l’economia con l’ascesa dei populisti? Storia di una grande fake news

Arrivati a questo punto della storia, arrivati cioè al giorno in cui sapremo se la scintilla del populismo trumpiano avrà trovato terreno fertile nella nostra Europa e in particolare nell’Olanda di Geert Wilders, c’è una domanda importante alla quale bisogna provare a rispondere e che riguarda la natura di quelle forze anti sistema che stanno dettando l’agenda in una buona parte del nostro continente. La domanda è tanto semplice quanto complessa: da cosa dipende la crescita dei populisti?

 

Ogni movimento anti sistema, naturalmente, ha una storia a sé e coltiva rapporti non replicabili con un pezzo dell’elettorato del proprio paese in base a criteri non sovrapponibili; spesso l’unico punto di contatto tra le forze populiste è l’essere percepite (a) come unica alternativa a un sistema politico che non funziona più e (b) unica risposta a uno stato nazionale che fatica a garantire in alcune circostanze la sicurezza dei cittadini, specie sui temi dell’immigrazione. Interrogarsi sul perché i populisti raccolgono molti voti (David Carretta, oggi nel Foglio, sostiene che non saranno così tanti) facendo leva sull’insicurezza degli elettori e sulla scarsa autorevolezza delle classi dirigenti può essere utile solo se i partiti di governo eviteranno di rispondere a domande legittime (più sicurezza, più credibilità nelle classi dirigenti) con le stesse argomentazioni dei populisti.

 

Ma arrivati a questo punto della storia bisogna avere il coraggio di soffermarsi non solo sulle leve vere usate dai populisti per accrescere il proprio consenso ma anche sulle leve false. E tra queste, ovvero tra le leve false, ce n’è una importante che riguarda non solo l’Olanda ma tutta l’Europa: l’economia. Vi hanno raccontato, molti talk-show ce lo ricordano ogni sera, che l’indignazione contro la classe politica dipende prima di tutto da una serie di orrende diseguaglianze alimentate da un turbocapitalismo sfrenato che starebbe schiacciando il nostro mondo scatenando la reazione di milioni di persone, che per questo scaricherebbero la propria frustrazione contro una classe politica incapace e inetta. Le argomentazioni sono chiare e sono note ma si scontrano con una realtà che invece ci dice l’esatto opposto. Nell’Europa della minaccia populista l’economia (oops) è infatti tornata a correre a un ritmo forsennato e come ha notato ieri sul Wall Street Journal il chief global strategist di Morgan Stanley, Ruchir Sharma, tutto si può dire del nostro continente tranne che sia nel pieno di una crisi: per la prima volta dall’inizio della crisi, l’economia europea cresce più di quella americana; la disoccupazione è in calo ed è arrivata sotto il 10 per cento; la spesa legata al welfare è scesa dal 50 per cento del pil toccato nel 2009 al 46 per cento di oggi; il deficit medio dei 20 paesi dell’Ue è pari all’1,6 per cento contro il 3,3 americano; le immatricolazioni delle auto continuano a registrare numeri a due cifre (+14 per cento a febbraio, vendita di auto cresciuta del 41 per cento in Grecia); nell’Olanda dove il partito di Wilders potrebbe vincere le elezioni l’economia va alla grande (nel 2016 il prodotto interno lordo è cresciuto del 2,1 per cento e la disoccupazione è scesa al 5,3 per cento); e, come nota sempre il Wsj, persino paesi tradizionalmente restii ad autoriformarsi hanno fatto passi in avanti (pensate alla riforma del lavoro in Spagna e in Italia, pensate alla riforma delle banche in Grecia).

 

Lo stato di salute più che dignitoso dell’Unione europea dovrebbe dunque aiutarci a capire che l’ascesa dei populisti dipende da fattori non direttamente collegabili all’agenda economica del continente. Le forze anti sistema raccolgono voti sia in paesi che crescono molto (America, Gran Bretagna, Olanda) sia in paesi che crescono poco (Francia, Italia) e per questo risulta ancora meno comprensibile la scelta di alcuni leader in teoria di governo che per contrastare i populisti scelgono di sposare la loro agenda economica, incentrata su una grande fake news: l’Europa è un disastro, le riforme liberali non funzionano e il futuro è il sussidio unico universale per tutti. A oggi non sappiamo quale sarà il destino dei partiti anti sistema. Sappiamo però che l’anti europeismo non aiuterà i partiti di governo né ad avere la meglio sui partiti anti sistema né a migliorare le economie dei propri paesi. It’s not the economy, stupid.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.