Storia dei disastri bancari

L’infelice riforma delle popolari, i ritardi su Mps e sulle venete, risparmiatori traditi e contribuenti beffati. Quanto costa l’insipienza di Renzi-Gentiloni-Padoan

Storia dei disastri bancari

Non c’è più religione. Banche che falliscono, “bail in” che non si applica, salvataggi di Stato, vigilanza europea che guarda dall’altra parte. Spread che scendono e borse che esultano. No, non c’è più religione. Intanto noi stiamo pagando il conto e il conto è salato. Il tutto in un mare di opacità e di connivenza.

 

Per il salvataggio delle banche venete finiremo per dover utilizzare 17 miliardi di risorse pubbliche, quando lo stesso risultato poteva essere raggiunto, intervenendo in maniera tempestiva e risoluta, con costi molto più limitati e senza mettere a repentaglio l’intero sistema bancario italiano.

 

Avremmo evitato la crisi di fiducia dei risparmiatori, il panico, la corsa agli sportelli, il fallimento di istituti bancari che, per quanto piccoli, assolvevano alla loro funzione di banca del territorio. Avremmo inoltre evitato a numerosi soggetti privati e pubblici di mettere mano al portafoglio nel tentativo di dare corpo al tortuoso progetto del fondo Atlante, che si è tradotto in una enorme dissipazione di denaro (anche da parte della Cassa Depositi e Prestiti) oltre che in un irrimediabile danno per i rapporti tra le fondazioni bancarie.

 

Il sistema economico e bancario era solido. Poi arrivò quel maledetto 2011 in cui precipitammo tutti nel grande imbroglio dello spread

Invece no, l’insipienza del governo Renzi, mescolata a molti conflitti di interessi, ha portato alla quasi distruzione di un sistema che, fino a pochi anni fa, era davvero solido. Bastava replicare quanto fatto dal governo Berlusconi nell’ottobre del 2008, subito dopo il fallimento di Lehman Brothers che segnò l’inizio della crisi finanziaria, e oggi non saremmo a questo punto.

 

In quella occasione, infatti, l’allora ministro Giulio Tremonti varò l’istituzione di un Fondo di 20 miliardi di euro finalizzati alla ricapitalizzazione delle banche italiane, qualora ve ne fosse stato bisogno. Fondo che non è mai stato utilizzato, in quanto bastò l’approvazione in Consiglio dei ministri per tranquillizzare gli italiani. Il provvedimento dell’esecutivo italiano fu tanto apprezzato, anche dagli operatori internazionali, che due giorni dopo, venerdì 10 ottobre 2008, il governo di Gordon Brown varò un atto simile per le banche inglesi, per un importo pari a 50 miliardi di sterline, successivamente elevato a 100 miliardi.

 

Fino a quel momento, ripetiamo, il sistema bancario italiano, come riconosciuto da tanti esperti nelle più svariate occasioni, era ancora solido. Ed è questo il motivo per cui, a differenza degli altri paesi europei, l’Italia ha utilizzato meno fondi pubblici per il salvataggio delle proprie banche: semplicemente non ce n’era bisogno. E’ stato così per tutto il 2009 e il 2010.

 

Non solo il sistema bancario, ma tutti gli indicatori macroeconomici del nostro Paese erano in quegli anni ancora positivi, avevano segno più. Poi arriva il 2011, quella maledetta estate e quel maledetto autunno in cui precipitiamo tutti, ancorché non ne fosse responsabile anche lo stesso governo in carica (governo Berlusconi), nel grande imbroglio dello spread.

 

In quei mesi la speculazione finanziaria prende di mira i debiti sovrani degli Stati dell’area euro considerati più fragili, inclusa l’Italia. Inizia un periodo di grande tensione sui mercati che si traduce, a partire dal 2012, in una profonda recessione economica.

 

Le risorse necessarie per salvare le banche in difficoltà sono diventate sempre più consistenti, il problema dei crediti deteriorati è lì che aspetta

Recessione aggravata dalle misure varate in quel frangente, a partire dal decreto cosiddetto “Salva Italia” del 6 dicembre 2011, dal governo Monti, che ha accettato passivamente l’egemonia tedesca nella soluzione della crisi del debito in Europa e la demenziale strategia del sangue, sudore e lacrime che ne è derivata. Lo stesso decreto che ha previsto il pagamento cash a Morgan Stanley di 3,1 miliardi per la chiusura anticipata di un contratto considerato non più conveniente. 

 

Ma aver subìto passivamente l’imbroglio dello spread, con conseguente “colpo di Stato” contro un governo legittimo, democraticamente eletto, ha messo in crisi non soltanto il sistema delle imprese italiane, ma conseguentemente anche il sistema bancario, che nell’arco di pochi mesi si è ritrovato i bilanci pieni di crediti deteriorati (“Npl”: “Non Performing Loans”), per una cifra superiore ai 300 miliardi di euro, derivanti dai numerosi fallimenti delle aziende.

 

In Italia, infatti, l’80 per cento dell’attività bancaria consiste nel finanziamento delle imprese, per cui si è creato un legame strettissimo tra economia reale e settore bancario, ben più forte di qualsiasi altro paese europeo.

 

Per far fronte a questa condizione di grave difficoltà per le banche, derivante, come abbiamo detto, dalla crescita esponenziale, in un periodo di tempo limitato, dei crediti deteriorati verso imprese in difficoltà economica o fallite, gli istituti di credito hanno chiesto ai propri azionisti di procedere a ingenti aumenti di capitale.

 

Non tutte ce l’hanno fatta, ed è lì che doveva intervenire l’esecutivo Renzi, organizzando i salvataggi necessari con il ricorso al Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd). Cosa che non è avvenuta. In questo quadro drammatico, dunque, certamente non ha aiutato l’infelice riformismo in tema bancario degli ultimi governi.

 

Dalla frettolosa e chiacchierata, fino a paventare l’accusa di insider trading, riforma delle banche popolari, peraltro ancora in stand-by in attesa di una pronuncia definitiva da parte della Corte Costituzionale, al fallimento pilotato delle quattro banche (Banca Etruria, CariChieti, CariFerrara e Banca Marche) su cui si è agito in maniera scellerata, negando al Fitd la possibilità di intervenire, dando un segnale di vero e proprio masochismo bancario ai mercati.

 

Le ipotesi formulate dal Mef in merito alla capacità di recuperare i fondi impegnati sulle banche venete appaiono pertanto molto opinabili

Salvo poi, sulla spinta dell’indignazione diffusa e della rabbia che a tratti si è fatta persino tragica dei tanti risparmiatori traditi, fare l’ennesimo annuncio di inversione di marcia, alla quale è seguita una soluzione pasticciata e confusa, che ha portato da un lato alla introduzione di una sorta di patrimoniale persino nel ristoro dei risparmiatori truffati; dall’altro, all’ennesimo ricorso salvifico ai miracoli di una onnipresente Autorità anticorruzione. Segni, entrambi, ancora una volta delle idee poche e confuse con le quali è stata affrontata una crisi che non era stata capita, gestita e prevenuta, al punto da farla lievitare fino a non poterla più controllare.

 

Il tutto mentre resterà a pesare come un macigno sulla poco commendevole storia di queste vicende l’atteggiamento irresponsabile del governo Renzi che ha sacrificato scientemente le opportunità di intervento tempestivo nella crisi di Mps alla volontà di non lanciare messaggi avvertiti come poco tranquillizzanti per l’opinione pubblica in vista dell’appuntamento referendario del 4 dicembre 2016. Come se il tempo speso a lanciare imbarazzanti proclami di tranquillità, mentre l’evidenza mostrava l’urgenza di intervenire, potesse invertire il segno di un precipizio inesorabilmente sempre più vicino, come in effetti è stato.

 

Per non parlare di Monte dei Paschi di Siena e dei suoi ripetuti salvataggi che si sono resi necessari nel tempo, ricapitalizzazioni miliardarie tutte bruciate nel giro di pochi mesi. Fino all’ultima che costerà 5,4 miliardi allo Stato e 4,3 miliardi ad azionisti e obbligazionisti subordinati. Condizione estrema che viene da lontano, da una gestione curvata sugli interessi politici di comune, Fondazione e partito (il Pd, ovviamente) e stroncata dalla folle acquisizione di Antonveneta.

 

Non tornano nemmeno i conti dell’operazione banche venete. La relazione tecnica del decreto afferma infatti che lo stato dovrebbe guadagnare un miliardo dall’intera operazione (prima di impegnare 300 milioni in “garanzia ad esito della due diligence” dei crediti passati a Intesa Sanpaolo), ma vi sono tutti i motivi per dubitarne atteso che l’unica cifra certa al momento è quella relativa al totale degli “impegni” del governo, cioè degli esborsi di cassa, che è pari a 10,6 miliardi. Quanto al “realizzo dell’attivo della liquidazione”, la somma che lo stato deve ricavare in gran parte dalla gestione dei crediti in default, l’“ipotesi” è fissata in incassi per 11,6 miliardi.

 

Una prospettiva, come ha evidenziato Federico Fubini sul Corriere della Sera, molto incerta e poco probabile. Essa presuppone infatti che i commissari liquidatori riescano a vendere al loro pieno valore “partecipazioni e equity” (non meglio precisate) per 1,7 miliardi. Ma soprattutto, ipotizza che con la liquidazione delle due banche venete si recuperino 9,9 miliardi, il 55,6 per cento del valore di un portafoglio di 17,8 miliardi di prestiti entrati in vari stadi di default. Su una quota di crediti da 2,8 miliardi, pari ad oltre il 15 per cento degli Npl.

 

Questo non sembra realistico. Le banche venete, la stessa Intesa e molte altre tendono a stimare su questo tipo di impieghi andati a male una quota di recuperi fra il 35 per cento e il 40 per cento   . Investitori esteri come Elliott e Fortress si sono rifiutati per esempio di comprare i crediti cattivi di Monte dei Paschi, perché il prezzo offerto era di 21 centesimi per ogni euro di prestiti in default: i due fondi stimano una redditività lorda del 2 per cento l’anno per un decennio, dunque un recupero totale di valore attorno al 40 per cento che avrebbe potuto dare un minimo margine di guadagno solo comprando per meno di 21 cent al pezzo.

 

Le ipotesi formulate dal Mef in merito alla capacità di recuperare i fondi impegnati sulle banche venete appaiono pertanto molto opinabili.

 

Sullo sfondo – per quanto ancora – il nodo della cooperazione di credito (Bcc) interessato anch’esso da una riforma voluta da Renzi con l’evidente intento di creare un potentato bancario di respiro locale e toscano per rimpiazzare il moribondo Monte dei Paschi. La riforma delle Bcc ha previsto due strade per le Bcc: per le Bcc di dimensioni maggiori, l’opzione “stand-alone” e per le Bcc più piccole, l’obbligo di far parte di un gruppo di Bcc. Dopodiché, Renzi pensava a un gruppo unico, Iccrea. Tuttavia la litigiosità delle Bcc ha fatto sì che di gruppi ne sorgessero addirittura tre: Iccrea, Cassa Centrale Banca e Raiffeisen Bank. Il nodo, non c’è altro modo di chiamarlo, verrà al pettine, perché soggetti nemmeno lontanamente attrezzati per questo tipo di adempimenti finiscono sotto la vigilanza Bce.

 

Per non parlare, infine, dell’annosa questione dei derivati, tanto sul debito sovrano, di cui abbiamo visto da ultima la censura della Corte dei Conti, tanto quelli in pancia a banche ed enti privati, di cui nessuno sa niente. In entrambi i casi, trattasi di mine vaganti.

 

In poche righe abbiamo ripercorso tutti i disastri, spesso negati, del sistema bancario italiano.

 

Le risorse necessarie per salvare le banche italiane in difficoltà sono diventate così sempre più consistenti, il problema dei crediti deteriorati è lì che aspetta ancora, dopo anni, di essere risolto, e ciclicamente ci troviamo a dover stanziare fondi pubblici per le emergenze, magari facendo nel frattempo qualche favore a questa o quella banca amica di turno.

 

Tanto ci costa l’insipienza di Renzi-Gentiloni-Padoan, con il ministro dell’Economia e delle finanze italiano ormai considerato sempre di più l’uomo che ha affossato il processo di unione bancaria europea, come riportato dai principali organi di stampa internazionale: Financial Times, Wall Street Journal, Bloomberg. E i tedeschi non glielo perdonano. Dopo il decreto di salvataggio delle due banche venete, infatti, sono già iniziate le operazioni di pressione contro l’Ue da parte della Germania per stringere ancora di più le regole sui fallimenti bancari.

 

Solo la stampa estera, e non quella italiana, ha messo in luce le contraddizioni più grandi del decreto di salvataggio delle due banche venete, a seconda delle convenienze considerate “non sistemiche”, onde evitare l’applicazione della direttiva europea sul “bail in”, per poi diventare “sistemiche” nel momento in cui si è reso necessario l’intervento dello Stato italiano.

 

Per questo la Commissione europea non è più disposta a concedere nulla al nostro paese, né sulla possibilità di usufruire di margini di deficit più elastici per fare le riforme nella prossima Legge di bilancio, né sul dramma dei migranti. La stampa internazionale, che è la sola letta a Bruxelles, ha già distrutto la reputazione di Pier Carlo Padoan e con essa quella dell’Italia. Congratulazioni.

 

Adesso che fare? Il governo non ha voluto in alcun modo coinvolgere le opposizioni in Parlamento, nonostante ci fosse un preciso impegno parlamentare in tal senso, nella definizione dell’ultimo decreto di “salvataggio” di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza né nella trattativa con Banca Intesa, che tra l’altro ha minacciato di tirarsi indietro qualora il Parlamento modificasse anche di una virgola il Decreto del governo. Che tristezza!

 

Stesso atteggiamento già tenuto, nonostante i proclami, dallo stesso esecutivo lo scorso dicembre allorché ci trovammo ad autorizzare il Fondo di venti miliardi di euro per il salvataggio di Monte dei Paschi di Siena.

 

Un decreto, quest’ultimo, che come suo solito il Governo ha varato in fretta e furia. E che da un lato rappresenta un coacervo di deroghe a tutto l’ordinamento giuridico italiano (norme del diritto civile, del codice civile, norme del diritto tributario, norme penali), dall’altro viola, in maniera chiara ed inequivocabile, il dettato della nostra Carta costituzionale, in particolare l’articolo 3 sulla parità di trattamento giuridico dei cittadini e l’articolo 47 sulla tutela del risparmio.

 

Ridicolo, poi, che Banca d’Italia sostenga che la procedura di selezione delle offerte per le banche venete sia stata trasparente. Quando non è stato dato ai gruppi interessati il tempo necessario per presentare offerte adeguate e motivate, perdendo l’opportunità di incassare non un euro per le parti buone degli istituti, ma molto di più.

 

Davvero singolare poi questa varietà di soluzioni adottate per le diverse situazioni di crisi bancarie, da quella adottata per le 4 banche a quella per Mps e ora a questa.

 

Ciò suscita una prima perplessità: come è possibile che pur esistendo regole sulla risoluzione delle crisi bancarie (la c.d. Brrd), per ciascuna di queste crisi si è stabilita una procedura diversa?

 

Venendo al merito, in questa occasione le risorse “cash” immediate messe in campo sono pari a 4,78 miliardi di euro che serviranno a ricapitalizzare la parte buona delle due banche senza toccare i detentori di obbligazioni subordinate. Chiaramente la speranza è il prestito non si trasformi in un trasferimento a fondo perduto.

 

E’ chiaro che se ci si fosse mossi per tempo quando anche gli altri paesi Ue autorizzavano interventi, in un clima e in un contesto diverso e più favorevole, tutto sarebbe stato più semplice.

 

Le banche italiane non hanno beneficiato di aiuti eccezionali come invece è stato possibile in vari paesi europei, per cui ora alcuni nodi vengono al pettine. Ma come possiamo credere che un cambio di gestione e maggiore oculatezza nella politica di concessione dei prestiti consentirà di riportare in utile i complessi aziendali assorbiti da Banca Intesa? I buoi sono scappati mentre il governo sonnecchiava, nonostante anche gli organismi di vigilanza sollecitassero interventi.

 

In altri Paesi europei, come ha ricordato il Presidente della Consob, il problema delle sofferenze è stato affrontato prima dell’avvio del processo di valutazione dei bilanci da parte della Bce. Ciò è avvenuto, in alcuni casi, attraverso il ricorso a forme di intervento pubblico basate su programmi di sostegno comunitario che hanno previsto l’impegno dei vari paesi e delle banche beneficiarie a porre in essere specifiche azioni di ristrutturazione (questo, in particolare, per Spagna e Irlanda). In altri casi, sono stati effettuati interventi interamente a carico del bilancio pubblico di singoli stati (in particolare, per la Germania).

 

La letteratura economica che ha analizzato gli effetti degli aiuti di stato alle banche in difficoltà sull’economia reale ha dimostrato che gli aiuti di stato sono stati in grado di migliorare le condizioni economiche e di ripristinare la fiducia nel settore finanziario.

 

Obiettivo prioritario dell’intervento normativo deve essere, infatti, secondo il nostro punto di vista, la salvaguardia dei risparmiatori coinvolti nella crisi dei due istituti bancari veneti: sono decine di migliaia le persone fisiche che, fuori dall’esercizio di attività speculativa, si sono ritrovati titolari di azioni o di obbligazioni emesse da Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza e che ora si trovano di fronte al concreto pericolo di perdere quanto investito, molto spesso in esito a procedure di dubbia trasparenza e correttezza da parte degli amministratori degli istituti.

 

Il decreto del governo si limita a rinviare ai rimedi già previsti per i quattro istituti bancari fatti fallire a novembre 2015 (le già citate Banca Marche, Banca Etruria, CariFerrara e CariChieti): procedura arbitrale o, in alternativa per chi ne abbia le condizioni patrimoniali, tra l’altro molto restrittive quindi quasi impossibili da realizzarsi, possibilità di erogazione diretta di un indennizzo forfettario.

 

La letteratura dimostra che gli aiuti di stato alle banche in difficoltà migliorano le condizioni economiche e la fiducia nel settore finanziario

Tuttavia, tenuto conto dell’accumularsi dei numerosi soggetti potenzialmente ammessi alle suddette erogazioni dopo la loro originaria previsione per effetto del reiterarsi di crisi bancarie non preventivamente sterilizzate e gestite dagli organi competenti (si pensi ai risparmiatori coinvolti dalla crisi, oltre che delle quattro “famose” banche popolari del 2015, anche di Monte dei Paschi di Siena, Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza), le risorse originariamente stanziate sono palesemente insufficienti a garantire la soddisfazione di tutti, con l’effetto che si rischia di alimentare pericolose differenziazioni di trattamento (risultando ingiustificatamente favoriti i risparmiatori che avranno fatto istanza prima in danno di quelli per i quali i presupposti sono stati resi possibili solo successivamente), e diffusi fenomeni di disagio economico e sociale in vaste aree del paese connotate da elevata produttività.

 

Disparità di trattamento segnalata anche da un economista mainstream come Luigi Zingales, certamente non incline a prendere a schiaffi il libero mercato, che pone una domanda cui le autorità preposte dovrebbero rispondere con celerità. I rimborsati saranno solo i clienti retail che hanno originariamente acquistato i titoli subordinati o tutti gli attuali possessori degli stessi?

 

Se cadessimo in questo secondo caso, dei rimborsi potrebbero beneficiarne persino fondi di investimento spregiudicatamente vocati al rischio, come gli hedge fund, che hanno acquistato titoli negli ultimi mesi con chiare finalità speculative. Se così fosse significherebbe trasferire denaro pubblico direttamente nelle mani degli speculatori finanziari o di chi a vario titolo ha legami, quindi maggiori conoscenze, con il governo. Perché, poi, vengono rimborsati anche gli obbligazionisti senior, che magari avevano comprato i loro titoli in tempi recenti e a prezzi stracciati sul mercato secondario?

 

Non è fuori luogo ricordare, al riguardo, che quando alla fine dello scorso dicembre il Governo ha varato il provvedimento per il salvataggio di Monte Paschi, è stata adottata una soluzione che ha consentito di rientrare pienamente dell’investimento anche a investitori istituzionali e intermediari finanziari in possesso dei titoli subordinati salvati. Il tutto, giova ricordarlo, con denaro dei contribuenti.

 

Per gli obbligazionisti subordinati coinvolti nella crisi dei due istituti veneti, invece, con un altro singolare colpo di maestria nell’escogitare ogni volta soluzioni pasticciate e intrinsecamente ingiuste, si è segnato un argine temporale per la possibilità di ristoro (speranza, che purtroppo temiamo vana, senza adeguati e immediati correttivi) che segna un’ulteriore differenziazione di trattamento odiosamente e ingiustificatamente più restrittiva rispetto a quello concesso ai risparmiatori coinvolti nelle altre crisi bancarie degli ultimi mesi. 

 

Nemmeno questa ultima crisi sembra aver insegnato molto al Governo che avrebbe dovuto già da anni fare di tutto per accompagnare il sistema bancario verso la riduzione dei costi e il miglioramento della competitività, ponendo fine ad interferenze politiche di cui il caso Mps è stato un esempio lampante. E garantire la piena parità di trattamento dei risparmiatori e investitori rispetto a tutti quelli toccati dagcli interventi di ristoro adottati dopo le crisi bancarie a partire dal novembre 2015. Parità di trattamento che, al contrario, al governo non sembra interessare.

 

Insomma, un pasticciaccio brutto in cui perdiamo tutti: le banche, i risparmiatori, la credibilità dell’Europa, il mercato. E soprattutto i contribuenti italiani. E a far festa i soliti noti. Sempre attendendo la Commissione parlamentare d’inchiesta. Ci sarà pure un giudice a Berlino.

 

 

Renato Brunetta è presidente dei deputati di Forza Italia

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