Una fogliata di libri

La maestra dagli occhi d'oro

Roberto Paglialonga

La recensione del libro di Stratis Myrivilis edito da Crocetti, 368 pp., 20 euro

Il coraggio in una guerra non è morire. E’ sopravvivere. Al male di cui ci si è infangati; alla dissipazione dell’essere; alla cupezza che – dopo l’adrenalina e lo schifo – ottenebra occhi e cuore; alla memoria che trivella la mente e pure si è chiamati a custodire. Leonìs, il protagonista del romanzo di Stratis Myrivilis è un reduce del conflitto tra Grecia e Turchia del 1921-1922, con la coda della cosiddetta “Grande Catastrofe” che colpì l’esercito di Atene e le comunità greche costrette a un esodo forzato dalle coste anatoliche. Guarito da una invalidità rimediata sul campo, torna nella natìa Lesbo con il peso del disgusto e del rimorso per ciò che ha visto, udito, sopportato. A casa tutto appare più potente di qualunque spinta alla rinascita. Il nazionalismo peloso di una società che pontifica in panciolle, senza conoscere l’orrore della battaglia; la mestizia per le truppe in ritirata, a dispetto dei sogni di gloria; il senso di dolore per i massacri vissuti in presa diretta e lo strazio per la perdita, dopo un ferimento a causa di un proiettile, del compagno e amico, Vranàs. Un realismo spietato e commovente caratterizza le pagine in cui viene descritta l’agonia in ospedale del commilitone, con i deliri incoscienti e visionari, le piaghe purulente, gli strascichi drammatici del conflitto, sbattuti in faccia a chi parla con leggerezza dei benefici delle armi.

 

La maestra dagli occhi d’oro, composto nel 1933 dopo quello che viene considerato il capolavoro di Myrivilis, La vita nella tomba (1930), è descritto come un romanzo antimilitarista. E sì, gli accenti contro la guerra sono forti, come contro ogni ideologia mortifera: durissimi gli attacchi al comunismo e all’afflato rivoluzionario che periodicamente investe i più giovani (e non solo loro). Ma qui c’è molto di più. Perché sullo sfondo di un paesaggio immerso nei colori e nei profumi dell’Egeo, dentro un mondo piccolo che consuma quotidianità, pettegolezzi e meschinità, è l’intreccio dinamico tra thanatos ed eros a muovere i fili. Dalla morte rinascerà l’amore. E proprio Vranàs sarà fattore involontario, o forse no, del legame tra il pittore Leonìs – a cui prima del trapasso ha affidato gli effetti personali, tra cui un orologio che segnerà per sempre l’ora del colpo fatale – e la moglie, Saffo (nomen omen), la maestra del titolo. Un rapporto erotico, ma pudico, fatto di sguardi, sospiri, tocchi, che faticherà a esplodere – e quando lo farà sarà in maniera sorprendente – per i sensi di colpa, struggimento e costrizione che pervadono, seppur differentemente, i due personaggi.

 

Una storia innervata di lirismo, sul perdono di sé e la ricerca della verità dei sentimenti, che trabocca del desiderio di vita, “l’unico dono che lascia la guerra in coloro che sono scampati illesi”. In una parola, sulle ferite della natura umana, prima che l’amore arrivi a sanare ogni cosa.

 

Stratis Myrivilis
La maestra dagli occhi d’oro
Crocetti, 368 pp., 20 euro

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