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una fogliata di libri
Lobo Antunes, grande scrittore dell'indicibile
È stato l’araldo di una letteratura come fede in una voce che rilancia tutte le scommesse del raccontabile, che aspira al mondo e che conosceva l’eternità terribile delle cose. Un ricordo
Una settimana fa è morto António Lobo Antunes, un grandissimo scrittore portoghese refrattario a qualunque portoghesità pessoeggiante e oleografica, refrattario alla facilità di lettura in forza della quale oggi si elevano a miti verticali passanti orizzontali, refrattario a essere maneggiato, utilizzato, mistificato, preso e lanciato in corsa lungo la traiettoria dell’affollata parabolica del commentodromo perpetuo, refrattario a essere trasformato in un post su Ig con virgolettato edibile scortato da musichetta emozionale e commentato da cascate di cuoricini.
E’ morto António Lobo Antunes, un vero grande ispido fuoriclasse che l’editore Feltrinelli ha e avrà per sempre il merito di aver pubblicato e ripubblicato con ostinazione e convinzione, a dispetto, si immagina, di numeri non esaltanti (in Francia è considerato un grande classico contemporaneo, definizione che di solito è un altro modo per condannare uno scrittore alla non-lettura e invece, ohibò, lo leggono eccome). E’ morto António Lobo Antunes e, a parte un pezzo su Rep di Alberto Manguel, non si sono letti grandi contributi, se non articoli, più spesso articoletti, rifritture pigre da AI, tutta roba che s’acquatta innocuamente al perimetro del fatto letterario – la guerra in Angola, le frasi lunghe, le frasi spezzate, la portogallitudine, le navi, in culo al mondo, il colonialismo, insieme a Saramago la voce più autorevole del Portogallo, il Nobel mai arrivato.
E’ morto António Lobo Antunes, grande scrittore dell’indicibile, come recita la motivazione del premio Bottari Lattes che gli è stato conferito nel 2018, e si fa effettivamente fatica a pensare a uno scrittore che lo meritasse di più, sebbene sia materia scivolosa, la questione del merito e dei premi. António Lobo Antunes, che vinse il Camões, il Juan Rulfo e il Nonino, la risolse con questa frase: “I premi non migliorano i romanzi”. Tutti noi che scriviamo dovremmo ripetercela di continuo, questa frase, tenerla come bussola morale e antidoto alla smania di esistere, o quando le tentazioni della facilità, dell’ammiccamento o della pedagogia narcisistica attanagliano le nostre pagine e le strangolano.
António Lobo Antunes è stato uno scrittore leale perché ci ha detto che il passato non esiste ma esiste una forma di presente che contiene presente, passato e frammenti sparsi dell’uno e dell’altro che si sovrappongono, si ostacolano, si fondono, si reinventano gli uni gli altri. E a partire da questa convinzione ha costruito una scrittura, un linguaggio, uno spartito. António Lobo Antunes era tutto voce, una voce che sembrava scaturire dal buio, la prima parola di ogni suo romanzo è un “fiat lux” e il buio, però, continua a esistere intorno a quelle parole, che erano e sono tutte recitate dalla voce, una voce senza corpo, una voce cruciale, medianica, che trasforma il passato in destino universale.
António Lobo Antunes – aedo – era uno a cui bisognava abbandonarsi, che non si poteva domare, era di una intrattabilità totale, bizzoso e terribilmente continuo, avrebbe potuto anche non fermarsi mai, ogni suo romanzo era contenuto nel precedente, voci che si rincorrevano, che si facevano l’eco, oppure la stessa voce che cantava sé stessa. António Lobo Antunes è stato l’araldo di una letteratura come fede in una voce che rilancia tutte le scommesse del raccontabile, una letteratura che aspira al mondo, non allo stile, una letteratura che conosceva l’eternità terribile delle cose.
Una fogliata di libri