Una fogliata di libri

Virgilio è urgente. Lettori moderni dei classici

Alberto Fraccacreta

La recensione del libro di Roberto Andreotti, Interlinea, 256 pp., 16 euro

L’estetica della ricezione di Hans Robert Jauss misura gli effetti di un testo letterario sull’asse dell’orizzonte d’attesa del lettore. Quanto più l’opera in questione mostra il suo scarto innovativo tanto più cresce in efficacia, spostando il baricentro verso una maggiore disponibilità interpretativa da parte del fruitore. Ecco perché la tradizione classica pura e cruda è oggi accostata ai cosiddetti Reception Studies, capaci di vivificare e irrorare il già mobile terreno dell’antico. 
Virgilio è urgente. Lettori moderni dei classici raccoglie gli articoli di Roberto Andreotti apparsi su Alias Domenica nell’arco di un quindicennio, dal 2009 al 2024. L’autore, che è anche editor del supplemento culturale, è da sempre impegnato nella classical reception: si pensi ai volumi Classici elettrici (2006) e Ritorni di fiamma (2009), entrambi pubblicati da BUR Rizzoli. Suddiviso in quattro parti (“Virgilio dal Grand Tour a Seamus Heaney”, “Ovidio nostro contemporaneo”, “Stili imperiali”, “Scholarship”), con un apparato di fonti e un’ampia postilla che approfondisce questioni esegetiche, Virgilio è urgente intende “promuovere la frizione, talvolta esplicita ma perlopiù latente, con il contemporaneo”. Nella postfazione Piero Boitani osserva che nel libro si ragiona “su come sono stati letti, come si possono o debbono leggere i classici”. Ed ecco allora Heaney e Hermann Broch occupati nell’irrigazione semantica dell’Eneide, la traduzione di Alessandro Fo, Nicholas Horsfall e le sue incursioni ad inferos, il Lazio virgiliano di Karl Bonstetten, i capelloni che in tv recitano il poema latino, le lacrime di Rutilio Namaziano, la foga ermeneutica di Roland Barthes; e poi ancora Ovidio “trasformato” da Ted Hughes e Derek Walcott, eppure in grado di dare istruzioni di lettura al pubblico moderno senza altri filtri. Andreotti spiega nella presentazione che gli articoli nascondono in origine una “scommessa editoriale”: “utilizzare l’apparato grafico-visuale offerto dalla forma-giornale […] per costringere i lettori a un approccio ‘impaziente’, cioè meno scolastico e preconcetto, nei confronti di una letteratura così lungamente canonizzata”. Ma spesso si tratta di close reading: non ci si limita a calcolare il peso specifico di una riscrittura o la poderosità di un nuovo commento (quello del cantabrigiense Edward J. Kenney, decano degli studi ovidiani); Andreotti lavora con lo sguardo severo del filologo, specie quando rileva adusate tecniche compositive, ad esempio “la ‘prolessi stilistica’, per cui il senso di una certa storia è prefigurato dall’impiego di un aggettivo strategico, che lampeggia molto per tempo”. Attenzione, quindi: ricezione non vuol dire automaticamente barthesiani (o derridiani) significati plurimi da frugare nei testi classici. Le “regole di ingaggio” – è qui l’envers du décor – non lo ammetterebbero. 

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