Una fogliata di libri
Golden child
La recensione del libro di Claire Adam, 66thand2nd, 264 pp., 20 euro
La giungla è dietro casa e andare a cercare Paul, tredicenne, in una sera troppo calda è difficile, forse vano. È sparito, mentre il suo gemello Peter, mente geniale su cui la famiglia punta tutto, è con i genitori Clyde e Joy, che subito si allarmano, si preoccupano e cercano di capire dove possa essere il ragazzino, figlio diverso, uno che al momento del parto potrebbe aver subito un danno cerebrale, come pensa buona parte di una comunità poco incline a farsi i fatti propri, oppure essere semplicemente fatto a modo suo. Ma non conta. Perché la giungla avanza, il mare incalza, la gente non sta zitta e si vive a contatto con l’incontrollabile, a Trinidad, grande isola al largo del Venezuela, che con Tobago forma una minuscola repubblica caraibica dove emanciparsi, studiare e andare altrove sembra essere l’unica possibilità per avere un futuro, senza i vincoli della famiglia che ti si attaccano come liane e ti trattengono. Ci sono gli elementi della tragedia classica in Golden Child, il premiatissimo primo libro di Claire Adam che ha attirato l’attenzione di Sarah Jessica Parker nella sua veste di editrice. L’autrice, guidata da un occhio razionale da fisica e da una penna decisa a non lasciare nulla per strada, è per metà di Trinidad e restituisce la lentezza del suo mondo ancestrale in pagine frondose e intense, il cui il cielo stellato e il nero della vegetazione, gli animali pericolosi e i cani da guardia non sono mai troppo lontani in mezzo a una natura rapace pronta a rubare quello che gli altri hanno. Natura anche umana, certo, in un contesto in cui nulla è mediato, né le superstizioni né il rapporto con il denaro, e il passo narrativo costringe a scendere nella giungla con i personaggi, e a restare a lungo nel loro radioso inferno anche dopo aver richiuso questo strano, disperato, magnetico libro, che parla del dilemma di un padre e ci mette davanti a uno specchio impietoso. Tradotto con eleganza da Emilia Benghi, la parte più sorprendente di Golden Child è nel modo in cui la mentalità degli altri, la loro saggezza spiccia e indolente, sia impastata nella nostra idea stessa di bene, di felicità, e ci tiri in continuazione da una parte e dall’altra. E questo, con un contesto in cui il male è relegato nei gialli e in cui l’altrove è spesso risolto con due spezie e un po’ di esotismo di grana grossa, crea una fascinazione perdurante anche quando in silenzio si pensa che l’azione potrebbe essere più rapida. Salvo poi tornare, rapiti, all’abbraccio umido delle onde di Trinidad.
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