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Una fogliata di libri

Come l'arte contemporanea riesce ancora a turbarci

Sandra Petrignani

Le performance al Maxxi di Arvo Pärth e Bob Wilson e di William Kentridge e Philip Miller hanno congiunto arte visiva e musica destando l’entusiasmo del pubblico. Forse il segreto è mettere insieme arti diverse? Si direbbe di sì. E parlando di musica, non perdete la mostra su Franco Battiato

Capita, visitando una mostra o ascoltando musica di arte contemporanea di provare un senso di smarrimento, perché quelle creazioni riescono ancora a turbarci, a comunicare qualcosa che non era stato detto, almeno in quel modo, insomma qualcosa di nuovo, mentre la letteratura stenta a farlo, o almeno ci riesce sempre più raramente. La letteratura è legata alla parola e, a non scomporla rendendola incomunicabile, ha sempre più difficoltà a creare un’opera che tocchi le corde profonde dell’essere in una combinazione sul serio inconsueta fra trama e linguaggio.

 

L’ho pensato assistendo a due eventi a Roma, al Maxxi. Due performance che – in un progetto destinato per fortuna a continuare con altri artisti, garantisce la presidente Maria Emanuela Bruni – hanno congiunto arte visiva e musica destando l’entusiasmo del pubblico, un ristretto ma folto pubblico di conoscitori, è ovvio. Ma a chi altro deve rivolgersi un serio museo di arte contemporanea? La prima performance firmata da Arvo Pärth e Bob Wilson, il regista e artista americano scomparso nel luglio dell’anno scorso, s’intitola “Mother”. E’ l’ultima opera di Wilson, un gioco di luci intorno all’incompiuta “Pietà Rondanini” di Michelangelo, mentre risuonano, per la presenza di una piccola orchestra, gli archi e le voci dello “Stabat Mater” del compositore estone. Il gruppo scultoreo – uno storico calco in gesso – diventa magicamente vivo e sembra cambiare posizione, addirittura trovare la mancata compiutezza grazie a un vero e proprio “spartito” di luci e ombre, illuminazioni e spegnimenti, raggi che piovono dall’alto o lateralmente, mentre la musica tocca e commuove fino allo struggimento e non ci si può che augurare qualche futura replica per rivivere momenti di tanto toccante bellezza.

 

Forse il segreto è mettere insieme arti diverse? Si direbbe di sì, assistendo alla seconda performance in corso nella galleria 5 del Maxxi fino al 6 aprile: un cine-concerto in un prologo e due parti. Lo firmano William Kentridge e Philip Miller, compositore sudafricano del 1964. In questo caso abbiamo un video con i disegni dell’artista e un alternarsi di musica e voci di suggestiva potenza mentre, appunto, sullo schermo, Kentridge decompone e ricompone i suoi schizzi creando un’impressione di movimento. Ricordate i “Triumphs and Laments”, i monumentali fregi effimeri che realizzò lungo il Tevere nel 2016? Quelli. Uniti ai disegni di un’altra sua opera, “The Head and the Load” del 2018, ispirata a storie africane della Prima guerra mondiale. Il tutto ricostruito come in un puzzle e strettamente legato alla musica e ai canti di Miller affidati a un gruppo di straordinari interpreti di diverse culture ed etnie che vale la pena ricordare: i soprani Thuli Magubane e Patrizia Rotonda, Romolo Tisano (tenore), Tshegofatso Moeng (basso), al pianoforte Vincenzo Pasquariello, Paolo Rocca al clarinetto, Luca Sanzò (viola), Matteo Gerolin (fisarmonica), Alieu Saho (kora), alle percussioni Giulio Ancarani e Matteo Lelii, diretti dall’elegante maestro concertatore Andrea Fornaciari.

 

E se siete al Maxxi, visto che stiamo parlando di musica, non perdetevi la mostra dedicata a Franco Battiato, “Un’altra vita”, curata da Giorgio Calcara con Grazia Cristina Battiato, figlia del fratello ed erede dell’artista. Un percorso immerso nella sua creatività musicale fra copertine di album, poster storici, fotografie e cimeli rari e oggetti personali che ne raccontano la complessità e la sensibilità profonda e innovativa. Fino al 26 di aprile.