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UNA FOGLIATA DI LIBRI

A zonzo per la Città eterna

Sandra Petrignani

Roma è una città che ne racchiude molte altre, e i libri su di lei si sono moltiplicati. Dai “Racconti del Tevere” curati da Brusadelli fino alla romanità vista da Molendini, passando per il rapporto privo di nostalgia (ma feroce) di Marangoni.

Elsa Morante usava aggirarsi per la capitale seguendo religiosamente la celebre “Guida di Roma” di Georgina Masson, un’inglese che si era stabilita in Italia, tradotta da Mondadori nel 1974. Raccoglie 25 itinerari dettagliatissimi e in GB, dovutamente aggiornata, è ancora la guida più apprezzata. Da noi invece i libri sulla capitale si sono moltiplicati. Roma, del resto, è una città che ne racchiude molte altre, e ognuno ha il suo modo di affrontarla, scoprirla, amarla o, a questo punto caotico e ingovernabile della sua storia, anche odiarla. Me ne ritrovo sulla scrivania al momento tre recenti, ottimi perché ognuno con un taglio imprevisto. I “Racconti del Tevere” (Palombi) è il quarto appuntamento della serie “Quaderni del Tevere” curati per l’associazione Museo del Tevere da Stefano Brusadelli, autore anche di uno dei più bei racconti della raccolta, “Bilocale vista fiume”. Non è una guida, ma leggendo ci si può inventare itinerari imprevisti come si fosse accompagnati dagli undici scrittori che firmano le storie, Giuseppe Di Piazza come Brunella Schisa.

“La romanità ti avvolge e conquista, ti dà l’illusione che la città sia tua, e Roma è la città delle illusioni” leggo sul retro di “Sotto il sole di Roma” (minimum fax) del critico musicale Marco Molendini. E penso che il tema della “romanità” più che la vera e propria Roma (questo il semplice titolo di un altro libro sulla città scritto da Eleonora Marangoni e uscito prima in Francia e ora in Italia per Ediciclo), sia ciò che lega questi due volumetti che curiosamente si somigliano già per i colori delle allegre copertine. In realtà sono diversissimi, ma accomunati dallo spirito vagabondo in una metropoli che a ogni angolo accende ricordi personali, cosicché l’intreccio di vita e itinerari apre squarci inediti su epoche e esperienze anche lontane, invitando a passeggiate non solo turistiche, ma languide, intime, spiritose. In realtà il libro di Molendini è un inno nostalgico a una romanità che non esiste più, o molto poco, incentrato sulle vicende di giornalista dell’autore nelle pagine Spettacoli del “quotidiano di Roma” per antonomasia, Il Messaggero. E’ una galoppata fra personaggi interni ed esterni al giornale, oscuri e famosi, romanissimi e stranieri, e la ricostruzione di come si lavorava una volta in redazione e come si scorrazzava per la città inseguendo notizie. Vengono rievocati momenti irripetibili (la Roma dell’assessore alla cultura Renato Nicolini, per dire, tutta eventi indimenticabili). Ma tutto se ne va è la conclusione, con le parole di una canzone che da noi cantava Gino Paoli…

A distanza di più generazioni Marangoni (è nata nell’83, Molendini trent’anni prima) ha con Roma un rapporto privo di nostalgia eppure feroce. Sono tante le caratteristiche che non le piacciono, la sporcizia, l’eterno ritardo degli autobus, i cassonetti strabordanti, i lavori della metropolitana che non finiscono mai, eppure è una città che adora e riesce a comunicarne la bellezza rintanata in angoli segreti con la sua luminosa scrittura. Anche per lei Roma è una vicenda personale, dalle passeggiate con un suo primo ragazzo agli incontri col grande musicista Giacinto Scelsi, dalla scoperta di parchi poco famosi e biblioteche fuori mano, il turista cui non bastano i Fori e il Colosseo – ma ci sono anche loro – troverà un’infinità di spunti per poter dire di aver davvero visto la Città Eterna.