Ansa
una fogliata di libri - overbooking
Libri che chiedono di cambiare casa
Gli eventi organizzati dalle librerie che consentono ai clienti di scambiarsi testi, che non vogliono più o che non hanno mai letto, fanno emergere pezzetti autobiografici del lettore che sono nascosti dietro alla restituzione del libro
Non è un caso che entrambe le mie librerie milanesi di riferimento – Scatola Lilla e Verso – abbiano organizzato un evento per consentire ai clienti di scambiarsi libri che non vogliono più o che hanno scoperto di non avere mai voluto. Significa che la clientela è costituita da lettori forti, la cui priorità è non solo risparmiare spazio, ma affrontare l’editoria armati di una continua volontà di selezione, alle cui maglie può talvolta sfuggire qualcosa. Sotto questo aspetto, non è un caso nemmeno che i due eventi siano stati architettati sotto forma di piccoli party, con annesso brindisi. Il momento in cui ci si disfa di un libro è infatti da celebrare, poiché significa saper accantonare un ricordo, una delusione, un fallimento o, almeno in parte, il feticismo delle merci. Sono certo che eventi del genere siano organizzati anche da altre librerie e in altre città, conseguendo un valore aggiunto inattingibile al mero bookcrossing. Da Porta Romana a Porta Garibaldi, Milano pullula di postazioni in cui portare un libro e prenderne un altro; la differenza è però che quei libri sono lasciati lì anonimamente, trovatelli senza storia e senza calore. Lo scambio in libreria, invece, fa guardare in faccia chi deposita il libro, inducendolo il più delle volte a raccontare la storia di quell’abbandono. Emergono così spezzoni di autobiografia legati a quello specifico oggetto: “Me l’ha regalato una persona che non mi capisce”, “Era del mio ex marito”, “L’ho comprato trent’anni fa perché era un bestseller, però non l’ho mai aperto”. Non rivelerò certo quale libro abbia portato io (dignitosissimo, peraltro), ma racconterò la sua storia metafisica. Era un romanzo che continuava a saltar fuori riordinando gli scaffali, senza che ricordassi donde fosse sbucato: forse me l’aveva spedito l’editore, forse l’avevo comprato in stato di incoscienza, forse apparteneva a chi viveva con me, forse era congenito a casa mia. Fatto sta che più volte avevo iniziato a leggerlo e altrettante volte ero stato distolto da altre cure e altre urgenze. Alla fine, ho capito che quel libro misteriosamente prigioniero dei miei scaffali mi stava soltanto chiedendo di cambiare casa. L’ho accontentato.