Grafica Enrico Cicchetti da una foto di David Silverman/Getty Images

Un romanzo che ci riporta al dovere della scrittura

Marco Archetti

Il romanzo di Annick Emdin, "Io sono del mio amato", è un esordio secco, scagliato come una freccia lungo due linee narrative. Una serie di storie d'amore che raccontano conflitti universali che sembrano particolari e viceversa

Sul sito illibraio.it la scrittrice Annick Emdin (Pisa, classe 1991, Accademia Silvio D’Amico, drammaturgia e regia nel curriculum) racconta un aneddoto emblematico del suo modo di intendere la scrittura e chissà, forse, la letteratura in generale. “Tra i reperti storici della mia famiglia” – scrive – “c’è un antico video che ritrae la seguente scenetta: siamo in tinello, a pranzo, ho circa tre anni e sono sul seggiolone. La traccia sonora prevede un’accesa discussione tra i miei zii e le mie zie, un capriccio tremendo di mia cugina e mia madre che l’ammonisce. In tutto ciò, ignorato da tutti tranne che da me, squilla incessantemente il telefono. Brandendo il cucchiaino di pappa, con molta calma, continuo a sillabare: te-le-fo-no! te-le-fo-no! Scrivere è ancora oggi, per me, questo tentativo telefonico di mettere in contatto mondo interiore e realtà, rapporti intimi e universali, storia familiare e storia del mondo”.

   
Il romanzo di Emdin, intitolato “Io sono del mio amato” (Astoria, 213 pp., 17 euro), uscito nel 2020 in pieno macro-evento virale, è lì a dimostrare l’angolarità di questo aneddoto, e un’idea di letteratura che da questo contatto trae la sua forza simbolica. È un esordio secco, scagliato come una freccia lungo due linee narrative, una che si snoda dal passato e muove da uno shtetl ucraino, e l’altra che si consuma cinquant’anni dopo, a Gerusalemme, nel quartiere ultraortodosso di Mea Shearim. E’ una storia d’amore, o meglio, una serie di storie d’amore, perché – come ha detto l’autrice, servendosi di una frase cui si può dare una lettura esemplare – “anche i personaggi secondari devono scegliere chi essere”. Ed è anche un romanzo che racconta l’odio, il rifiuto.

 

Non è un romanzo perfetto, ma del resto nessuno, qui, sovrapporrà mai l’idea della performance a quella delle creazione letteraria, che performance non è, e che, al contrario, è forte di tutte le proprie irriformabili inesattezze, di tutta la vita che non coincide con la pagina e di tutta la pagina che non restituisce, nutrita di sacri tentativi e di profani esiti (insomma, la letteratura esiste perché è ibrida, imperfetta, funziona perché disfunziona, genera perché potrebbe non generare, e si scrivono cento pagine per arrivare a una sola, quella che contiene finalmente qualcosa, o quasi tutto; la letteratura è questo sublime spreco di una forma che non riesce mai, anche quando riesce). 

  
“Io sono del mio amato” racconta conflitti universali che sembrano particolari e viceversa, e che lampeggiano tra l’appartenere e il non appartenere, il decidere per sempre o per una volta sola, la voglia di scoprire e il bisogno di stare, di identificarsi, di avere un nome solo e non tanti. E ha una vivacità che fa invidia, rara nella letteratura italiana contemporanea, troppo spesso occupata a decorare teiere o a riposare su squisitezze stilistiche di cui, qui, non c’è traccia. E non perché non ci sia stile, ma perché non c’è stile che si sostituisca a tutto il resto: qui c’è un gran senso del dialogo, una capacità di tagliare le scene e, al di là di ciò che è più o meno riuscito – e che forse riguarda più la gestione, in termini di proporzioni drammatiche, tra una linea narrativa e l’altra –, è un romanzo che ha il merito di riportarci al dovere della scrittura: raccontare, tenendoci in pugno dalla prima all’ultima pagina, una storia che abbia a che vedere con chiunque legga o non legga. Che abbia a che vedere con tutto ciò che non siamo stati, per un millimetro di destino. 

 

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