La storia straordinaria di un insolito chirurgo

Piero Vietti

La vicenda umana e professionale di Enzo Piccinini, medico all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna morto in un tragico incidente stradale nel 1999. Un libro 

Che cosa porta una grande casa editrice come Bur a pubblicare, affidandosi a una penna conosciuta del giornalismo italiano, la biografia di un medico cattolico morto 22 anni fa in un incidente stradale? Che cosa spinge migliaia di persone a comprare, leggere, regalare la “storia di un insolito chirurgo” per cui la Chiesa ha introdotto da poco la causa di beatificazione? Per “Ho fatto tutto per essere felice” di Marco Bardazzi (Bur, 232 pp., 16 euro) si può forse scomodare l’abusata formula di “caso editoriale”: la prima edizione era andata esaurita prima ancora che il libro uscisse, lo scorso 18 maggio. Stampata subito la seconda, a giugno c’è stato bisogno di farne una terza.

 

Adesso viaggia verso la quarta edizione, è primo nello classifica Amazon dei libri sulla professione medica e sesto in quella delle biografie e autobiografie insieme a Giorgia Meloni, Matthew McConaughey e Edith Bruck. La vicenda umana e professionale di Enzo Piccinini, medico all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna morto in un tragico incidente stradale nella notte tra il 25 e il 26 maggio 1999, non è il santino polveroso di un uomo pio da agitare come buon esempio, ma la documentazione travolgente del fatto che un cristiano è una persona che vive con intensità ogni circostanza della vita. Nato in una famiglia di origini contadine nella Bassa emiliana nel 1951, Piccinini sfiora a Reggio Emilia l’estremismo di sinistra che sfocerà nelle Brigate Rosse a inizio anni Settanta. E’ lì che incontra un gruppo di ragazzi cattolici che lo colpisce per il modo di stare insieme e per la serietà dell’impegno, anche pubblico – “Voglio solo conoscervi”, dice a chi lo guarda male per le sue frequentazioni marxiste, “Tenetemi con voi una volta”. Quel tenetemi con voi diventa una vita, una “febbre di vita”: l’allora futuro medico chirurgo si fa conquistare e inizia a conquistare con il suo temperamento focoso e straripante molti che ne intercettano l’esistenza. Ha un’ossessione, Piccinini, vivere ogni istante più intensamente di quello prima, e sa che “non c’è niente di più anticristiano di chi cerca di mettersi a posto la vita”, e nulla di più pericoloso dell’individualismo e della solitudine. Per questo non fa un passo senza gli amici, la compagnia, con cui giudica ogni aspetto della propria vita, dal lavoro al suo matrimonio, per questo si impegna in università, nella cultura, nello spazio pubblico (pagandone le conseguenze a livello di carriera), per questo chiede di essere continuamente corretto. Lo fa innanzitutto nel rapporto con don Luigi Giussani, il sacerdote fondatore di Comunione e liberazione che per Enzo diventa un padre.

 

Folgorato dalla lettura di “Corpi e anime”, romanzo di Maxence Van Der Meersch sulla professione medica, Piccinini sarà un chirurgo sui generis, certo che la cura di un malato passa dall’utilizzo delle tecniche scientifiche migliori – e per questo non smetterà di studiare, approfondire, aggiornarsi viaggiando all’estero – e dall’occuparsi dei pazienti in tutta la loro umanità, dal tenere un rapporto con le persone a loro care, al dialogo costante per affrontare la paura del dolore e le domande sul mistero della morte. Mai da solo, Piccinini ha trasmesso la sua febbre di vita a un popolo di amici e persone che gli volevano bene, a cominciare dai colleghi che hanno cambiato a loro volta il proprio modo di lavorare e trattare i pazienti. Una vita consumata alla ricerca della felicità, certo che questa fosse nel rapporto “carnale” con Dio.

 

Una vita che ha lasciato frutti ben visibili ancora oggi in molte opere. E un invito, semplice ma decisivo: “Mettere il cuore in quel che si fa. Perché il cuore esige un orizzonte che è più grande della voglia e dell’immaginazione dei più. E mettere il cuore in quel che si fa esalta l’io”. Che cosa spinge migliaia di persone a comprare, leggere, regalare la “storia di un insolito chirurgo”, se non l’invidiosa curiosità per una vita spesa per essere felice?

 

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  • Piero Vietti
  • Torinese, è al Foglio dal 2007. Prima di inventarsi e curare l’inserto settimanale sportivo ha scritto (e ancora scrive) un po’ di tutto e ha seguito lo sviluppo digitale del giornale. Parafrasando José Mourinho, pensa che chi sa solo di sport non sa niente di sport. Sposato, ha tre figli. Non ha scritto nemmeno un libro.