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Gramsci s’era forse sbagliato su madama Carolina Invernizio

La critica l’ha snobbata, l’intellighenzia letteraria derisa ma è stata la “madrina del thriller italiano”. Tutto le si può negare tranne che un’indefessa devozione nei confronti delle storie

2 Agosto 2020 alle 06:00

Gramsci s’era forse sbagliato su madama Carolina Invernizio

“Alla Invernizio tutto si può negare tranne che un’indefessa devozione nei confronti delle storie” (elaborazione grafica di Enrico Cicchetti)

La critica l’ha sempre snobbata, l’intellighenzia letteraria l’ha per lo più derisa (Antonio Gramsci la definì “un’onesta gallina della nostra letteratura popolare”), il pubblico di lettrici l’ha eletta reginetta di un genere non banalmente ascrivibile entro la sfera del rosa ma diremmo piuttosto figlio di una saggia commistione tra il romanzo d’appendice e il giallo nostrano. Carolina Invernizio, in barba alle critiche cui non dette mai più del peso dovuto, oltre a essere scrittrice prolifica (parleremmo oggi di veri bestseller) fu anche – per usar le parole di Raffo – “madrina del thriller italiano”, ossia creatrice, in termini più specifici, della figura dell’investigatrice: la detective domestica.

  

Alla Invernizio tutto si può negare tranne che un’indefessa devozione nei confronti delle storie, le stesse che immaginava a iosa e che scriveva in simultanea (ha sfornato anche otto romanzi l’anno), rispettando certi canoni non tanto strettamente letterari – sebbene poi siano diventati tali per l’universo della chick-lit – ma dettati soprattutto dall’istinto femminile, che all’epoca – parliamo della fine dell’Ottocento, primi del Novecento – desiderava in primis la storia d’amore, auspicando il lieto fine. Fin qui niente di nuovo, come ci spiega Patrizia Violi nel suo acuto volumetto “Breve storia della letteratura rosa” (Graphe.it Edizioni): dopo la “Pamela” di Richardson – considerato unanimemente il prototipo del romance – Carolina Invernizio non spariglia le carte ma diventa una delle principali rappresentanti del romanzo d’appendice italiano, con la sua schiera di eroine, happy ending e storie d’amore degne dei migliori feuilleton. Di più: la Invernizio è stata capace di “forgiare un suo femminismo”, lasciando che le donne sognassero una società in cui, nonostante la posizione discriminata, potessero ristabilire l’ordine sul caos, a patto di essere lasciate agire in libertà.

   

Dunque, ecco il primo tassello che si aggiunge a un mosaico diversamente limitato: a quello d’amore viene affiancato il sogno di giustizia, ed è proprio investendo nella forza delle donne che la nostra scrittrice di Voghera s’immette in un circuito inedito per il romance: il mystery. Solidarietà femminile, certo, ma anche enigmi da risolvere, trappole d’amore e mirabili vendette, il tutto saldato da storie incredibili e personaggi talvolta improbabili – ebbene sì, dobbiamo ammettere che non sempre gli escamotage ideati dalla Invernizio risultano credibili, ma qui l’elemento chiave non è di certo la psicologia, quanto piuttosto la vicenda. Seguire la storia che ci viene narrata, nulla di più nulla di meno. Ed è esattamente quel che accade in “Nina la poliziotta dilettante”, uno degli oltre cento romanzi della Invernizio che vede ora nuova luce grazie alla strepitosa e coloratissima edizione di Rina Edizioni (con prefazione di Alessia Gazzola e postfazione di Silvio Raffo). Come nel famosissimo “Il bacio di una morta”, anche in questo caso tornano degli elementi che potremmo attribuire alla gothic novel inglese, uno su tutti la grande passione dell’autrice per i morti. Già, perché in “Nina la poliziotta dilettante”, oltre all’assassinato conte Carlo Sveglia (entriamo subito a gamba tesa giacché l’omicidio si compie entro le prime trenta pagine), ci sono ben due altri morti “redivivi”, o meglio, presunti tali. Uno di questi è proprio Nina, la promessa sposa di Carlo che, come suggerisce il titolo, da umile operaia s’improvvisa detective per scoprire chi è il vero esecutore dell’omicidio. Si finge morta per poi creare una nuova identità vestendo i panni di Nanì e di Java (un po’ come accade a Mattia Pascal, insomma), ed ecco che al tono da feuilleton si aggiunge quello ben più cupo del giallo/poliziesco/thriller italiano: l’elemento scabroso, diremmo quasi oscuro che si infila nelle storie della Invernizio nulla toglie al sollievo finale che ogni lettrice caldeggia, tutt’altro. Diviene in un batter d’occhio motivo di riscatto e quasi di maturità, come se l’autrice desse voce al desiderio recondito delle sue “gentili lettrici” che non sognano soltanto l’amore, ma anche e forse soprattutto un’idea di liberazione dalla comune convinzione che la donna possa auspicare soltanto il matrimonio. Nina Palma è sola, eppure riuscirà a portare a termine la propria missione.

 

Con Carolina Invernizio, l’ingrediente pseudo orrorifico – in comunicazione diretta col gusto letterario femminile – non è che la dimostrazione che una nuova prospettiva è davvero possibile.

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