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Purtroppo il caro Senancour s’è perso questa pandemia

A 250 dalla sua nascita uest’uomo flemmatico, contraddittorio, che detestava Chateaubriand, il suo modo pomposo di scrivere frasi ad effetto, resta ancora un enigma

17 Maggio 2020 alle 06:15

Purtroppo il caro Senancour s’è perso questa pandemia

Deve esserci un motivo se nell’Europa scossa dalle rivoluzioni di fine Settecento lettori d’ogni latitudine e ceto abbiano scelto di indossare frac turchino e gilet giallo come Werther, ignorando il grigio anonimato che circondava Obermann e il suo autore. Etienne Baptiste Ignace Pivert de Senancour, che festeggia i 250 anni dalla nascita, mette a punto la prima versione della sua finzione epistolare, Oberman (allora scritto con una sola enne), nel 1804. Giusto trent’anni dopo il romanzo di Goethe. Lo pubblica in incognito, seguendo un dettato che l’accompagnerà per tutta la sua esistenza: il tentativo di giungere a una sorta di invisibilità, simile a quella delle figure nascoste nella trama di un disegno, dentro a un manuale di psicologia della Gestalt. Misantropo, disgustato dai modi e dai costumi della società, Oberman vuole isolarsi, vagare, perdersi nella grandiosità dei paesaggi montani. Ghiacciai, fitta vegetazione delle foreste, consistenza minerale della roccia sembrano a questa figura di carta più confortanti di qualsiasi contatto umano. Chissà come si comporterebbe oggi in epoca di pandemia. Sarebbe ben felice di misurare con acribia la distanza dal prossimo, evidentemente. Tra i tanti cittadini che hanno manifestato sui balconi di casa, ansiosi di tornare alla normalità di una vita sociale, ci sarà sicuramente stato qualche Oberman in agguato, intento a pianificare qualche viaggio sfuggendo ai controlli, per sparire su qualche vetta delle Alpi, o su un’isola deserta.

 

Composta da uno scrittore che nella vita avrebbe preferito non scrivere, la prima edizione del libro uscì praticamente anonima. Sul frontespizio, dopo il titolo, leggiamo: Lettere pubblicate da M. Senancour. L’autore si rifugia nella posizione dell’editore. Insomma, chi le ha scritte queste lettere? Nessuno è interessato a saperlo. La prima edizione di Oberman passa totalmente inosservata. Dobbiamo attendere una seconda edizione leggermente modificata, accompagnata dalla prefazione di Sainte-Beuve, e una terza completamente rivista, edita nel 1840, introdotta da un testo di George Sand, affinché il libro inizi a incontrare l’interesse dei lettori. Oberman diventa Obermann, con due enne finali. Senancour non appare più come colui che edita un testo, ma come colui che il libro l’ha scritto: Obermann, par De Senancour. Ma quella sillaba? Nel lasso di tempo che separa le prime due pubblicazioni è stato forse insignito di un titolo nobiliare? Nulla lascia intendere che la famiglia ne abbia mai posseduto uno. Alcune note biografiche riportano che il padre fu “accolito della diocesi di Parigi” e consigliere del Re. Avrebbe voluto per il figlio una carriera ecclesiastica, mancata a causa delle letture giovanili. Buffon e Malebranche lo allontanano dalla religione. Resta comunque qualcosa di monacale nella sua esistenza, e di sermoneggiante nella sua scrittura. Epistola, diario, Obermann testa lungo le sue pagine la nuova realtà di un io fuoriuscito dalla Rivoluzione francese. Senancour ne fa il resoconto, la cronaca. Proprio questa forma definisce, all’epoca, un nuovo genere letterario costruito sull’estensione della durata di un io di cui il romanzo è la figura ingannevole. Dai dettati filosofici del XVIII secolo emerge una nuova retorica poetica: un possibile spazio di espansione immaginaria della soggettività. Altro che “autofiction” contemporanea. Sainte-Beuve, uno dei suoi primi estimatori, ebbe l’imprudenza di sovrapporre nel libro autore-editore e personaggio, notando nel titolo il tic di una pseudonimia, subito negata dallo stesso Senancour: “A volte vi sono grandi rapporti tra Ob. e l’editore di Ob. Altre volte, non v’è che qualche rapporto e assai spesso Ob. non ha alcun rapporto con l’editore, sia nei fatti che nei sentimenti”. Un po’ come se le figure di “autore” e “personaggio” risultassero instabili, quasi sottoposte a un trattamento sperimentale.

 

Indolente per costituzione, alpinista dilettante, influenzato dalle letture di Rousseau, nei suoi viaggi in Svizzera troverà il modo di rimproverare all’autore di La Nouvelle Héloise di aver descritto poco fedelmente i luoghi del romanzo, accusandolo di aver abbellito il paesaggio in maniera ornamentale. Inaccettabile per un uomo sposatosi senza convinzione, a cui il mondo sembrava una parata tenebrosa; un uomo capace di far vivere al suo personaggio un sogno in cui uno degli anelli di Saturno colpisse il nostro pianeta, sconvolgendo le cime innevate, bruciando il paesaggio. Anche la natura, scopre Obermann, non fa altro che reiterare un’idea di falsa permanenza. Tutto è provvisorio: colto in una lenta entropia. Che tetraggine. Se vivesse oggi, Obermann ascolterebbe i Cure.

 

Eppure ogni descrizione dei ghiacciai, la conformazione delle nuvole, ogni mutazione degli agenti atmosferici sembra rimandare a una speculazione interiore. Quest’uomo flemmatico, contraddittorio, che detestava Chateaubriand, il suo modo pomposo di scrivere frasi ad effetto, resta ancora un enigma.

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