“Il mio nome è Mostro”. Il romanzo distopico che aveva prefigurato l'apocalisse da virus

Marianna Rizzini

Il libro di Katie Hale colpisce perché indaga, senza addolcire e nascondere nulla, che cosa succede all’essere umano quando la sua realtà viene scossa, capovolta, cancellata

Roma. Nel 2019, quando la quasi trentenne scrittrice e poetessa britannica Katie Hale pubblica in Gran Bretagna il romanzo Il mio nome è Mostro, appena uscito in Italia per Liberilibri, le parole pandemia, isolamento, quarantena appartenevano soprattutto al serbatoio letterario della letteratura e del cinema, genere “distopia”. Letto oggi, il libro di Hale colpisce non soltanto perché parla di un mondo devastato e disabitato dopo il passaggio di quella che viene chiamata soltanto “Malattia”, ma anche perché indaga, senza addolcire e nascondere nulla, che cosa succede all’essere umano quando la sua realtà viene scossa, capovolta, cancellata; e quando i gesti e le abitudini diventano inutili e devono essere sostituiti da altro: istinto, intuito, capacità di adattamento, stupore, speranza, a volte durezza e insensibilità. E oggi, mentre si guarda con un sospiro di sollievo alla fase1 dietro alle spalle, ci si ritrova a riflettere sui temi ricorrenti (paura, reazione, razionalità, follia, ripiegamento, vitalità) di un romanzo che mette in scena il peggior caso possibile: la morte per epidemia dell’intera umanità o quasi, a parte la sopravvissuta protagonista, ragazza al tempo stesso terrorizzata e impavida che, dopo una fuga in barca nel mare nordico, cammina per mesi per brughiere e paesi spettrali, cercando cibo e salvezza, prima evitando poi affrontando le città distrutte dai bombardamenti della guerra che ha preceduto l’epidemia, per ritrovare la strada di casa, pensando di essere totalmente sola, fino a quando non scopre per caso, incredula, l’altro da sé: una ragazzina spaventata e senza memoria a cui darà lo stesso soprannome che le dava suo padre, morto come tutti: Mostro, sinonimo in questo caso di resistenza e creatività. In uno scenario rovesciato rispetto all’apocalisse de La strada di Cormac McCarthy – lì un padre e un figlio che devono sopravvivere tra pericoli e predoni, qui una madre e una figlia “di fatto” sospese in un nulla angoscioso – la ragazza rimasta in vita nonostante tutto impara ad arrangiarsi “come nella preistoria”, anche se le sue dita, stringendosi in tasca per il freddo, cercano ancora istintivamente il cellulare, diventato inutile dopo il crollo generale dei server.

 

Che cosa significa l’isolamento, la solitudine, la vita ridotta a quattro mura? Ce lo siamo domandati, in circostanze certo non così gravi, quando il lockdown è piombato sulle sicurezze automatiche della vita prima del coronavirus: gli amici, i parenti, la birra al bar, il cinema, un convegno, un esame, la gente ammassata sull’autobus. E se lo domanda in altri modi la protagonista, nel momento peggiore della sua traversata di una Scozia e di un’Inghilterra archetipo di terra primordiale, quando misura le distanze in giorni e i pensieri in ricordi, perché soltanto riportando alla mente ogni singolo volto conosciuto riesce a sentire di essere ancora se stessa. Gli elementi della natura – il mare, il ghiaccio, il fuoco, i pochi animali rimasti – fanno da contorno al dialogo interiore di chi, come lei, è stato costretto a diventare disumano per poter resistere fuori dai cosiddetti “Centri di sicurezza”, luoghi di raccolta dei pochi fortunati che sono riusciti a fuggire in tempo, lasciando senza possibilità di sopravvivenza tutti gli altri.

 

Nel panorama agghiacciante di una città abbandonata, dove il saccheggio ha distrutto quello che le bombe e la malattia hanno lasciato intatto, la ragazza, convinta di essersi salvata anche per la sua capacità di stare sola, lontana dai cari e dal contagio, impara di nuovo ad avvicinarsi a un altro essere umano che deve, a sua volta, ricominciare letteralmente a dare un nome alle cose, dopo il trauma che le ha cancellato ricordi e parole. Nei corridoi deserti di una clinica illuminata al neon in mezzo al buio generale, con tutti i segni dell’orrore attorno, e sulla collina deserta dove, attorno a una fattoria disabitata, la seconda possibilità prende forma, le sopravvissute cercano di non perdersi e non perdere l’umanità ritrovata, passo dopo passo, riascoltando per la prima volta voci e rumori, e ricominciando a vivere oltre la dimensione dell’infinito presente post-pandemico. E, con il senno di poi, fa uno strano effetto vedere rappresentato, in un libro scritto prima dell’irrompere del Covid-19, il momento in cui “la gente ha smesso di spendere soldi”, perché niente è più aperto, e il momento in cui, a forza di stare rinchiusi, quasi quasi si dimentica l’esistenza del vento, e il fatto di non poter esistere senza gli altri.

  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.