Abita la terra e vivi con fede

Matteo Matzuzzi

Recensione del libro di Massimo Camisasca edito da Piemme (224 pp., 15,90 euro)

Costruire una città per l’uomo è possibile, a patto di aprirsi alla trascendenza. Siamo immersi in un’epoca complicata, viviamo un presente dilatato che ci preoccupa e affanna. Sono tempi di disorientamento, ma non siamo impegnati in una corsa verso la distruzione. E il disorientamento, spesso, può sfociare in un nuovo slancio umanistico. E’ questo il nocciolo delle riflessioni di mons. Massimo Camisasca, che toccano le sfide più impegnative con le quali oggi l’uomo e la comunità in cui vive, è chiamato a rapportarsi: la famiglia, la donna, i problemi legati all’educazione, la fragilità e la malattia, la povertà, il lavoro, i migranti, la politica, l’ecologia. E il bisogno di Dio, che è il primo capitolo e che serve da bussola per orientarsi nelle pagine successive.

Scrive nella prefazione Stefano Zamagni che quello fatto dal vescovo di Reggio Emilia-Guastalla è uno “scavo culturale” che dà soddisfazione al grande bisogno di “un pensiero pensante”, limitato e un po’ messo nell’angolo nell’ultimo trentennio da un “pensiero calcolante”. Toccare a uno a uno i singoli capitoli risulterebbe complicato, se non altro per ragioni di spazio. Quel che si può delineare è il filo conduttore dell’opera, riassumibile nella domanda: di che cosa abbiamo più bisogno in questo momento? Di speranza, risponde subito Camisasca. Ancor di più in quest’epoca “in cui l’esperienza dell’umano si è tragicamente pervertita” e l’uomo si dispera “per non aver trovato risposte credibili”. E’ il nichilismo. Ogni crisi però è un’opportunità, e in questo caso l’opportunità è data dalla possibilità “di riconsiderare la condizione umana per ciò che essa è”. Di petto affronta una delle questioni che più emergono nell’attuale epoca: “Ha senso proporre ad altri un criterio per distinguere il bene dal male, il vero dal falso? Perché – si domanda Camisasca – indicare ai più giovani un orizzonte desiderabile, un ideale grande come meta del loro cammino, quando stentiamo a riconoscerlo fra noi stessi?”. Già, qual è il senso di ciò che facciamo? E’ nel campo dell’educazione che molto si dovrebbe fare per uscire dal vicolo in cui ci troviamo. Sottolinea l’autore che “la crisi che stiamo attraversando fa tutt’uno con lo svuotarsi di senso delle categorie che abbiamo finora utilizzato per comprendere l’educazione”. Un esempio? La contrapposizione tra libertà e autorità, con il fraintendimento evidente di cosa sia la libertà. Ciò inevitabilmente comporta il fraintendimento di cosa sia l’autorità. E’ che – ed è questo il vero dramma che però non sembra essere tanto compreso e quindi affrontato – non sembrano più esserci valide ragioni per educare. Ci si perde in riflessioni sulla metodologia d’azione e ricerca più adeguate, ma poi ci si trova paralizzati quanto al compito educativo in sé, perché a mancare è “una visione d’insieme della realtà”. L’importante, per cercare di rispondere a questa sfida, è evitare di limitarsi a sostituire un generico noi all’io. Va bene farlo, ma “quale noi vogliamo costruire? Oltre ai diritti dell’individuo occorre riaprire la mente dell’uomo alla trascendenza”. Altrimenti, la costruzione della città dell’uomo finisce per essere un traguardo impossibile. 

 

Abita la terra e vivi con fede
Massimo Camisasca
Piemme, 224 pp., 15,90 euro

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.