Wolf Solent

Gaia Montanaro

Recensione del libro di John Cowper Powys edito da Corbaccio (544 pp., 24 euro)

Wolf Solent è un personaggio unito. Un uomo unito, pur nelle sue contraddizioni. E’ questa la sensazione predominante che si avverte dopo una cavalcata per oltre cinquecento pagine nella vita di questo ex insegnante che, dopo essere stato licenziato da una piccola scuola di Londra, era tornato nel suo paese d’origine per lavorare come segretario del castellano locale, il signor Urquhart. Wolf era stato allontanato perché si era scagliato contro le invenzioni moderne. Aveva preso un treno – in una scena che ricorda molto quella di apertura di “Downton Abbey” ma in quel caso il treno era viatico di modernità, di forza propulsiva, di introduzione in un nuovo mondo – ed era arrivato nel Dorset. Per iniziare un’altra vita. Ma quello che trova è ben diverso da un idillio bucolico. Trova una bella moglie, Gerda, che non si rivela all’altezza di quello che si aspettava. Trova un’amante, Christie, con la quale vive un rapporto di sintonia intellettuale che lo porta ad idealizzarla, sfocandone i contorni reali. Trova soprattutto un’umanità degradante e degradata, fatta di vizi, di miserie e in qualche caso anche di cattiveria. Wolf entra in contatto con tutto questo, da un lato accogliendo la vita e incontrandola anche nelle sue espressioni più basse e respingenti, dall’altra avendo connaturata in sé la tendenza a rifuggire la modernità, il progresso. Ciò che è alieno e diverso. “Gli parve, con una fiducia quasi crescente, che questo paese meraviglioso dovesse certamente approfondire, intensificare e arricchire la sua segreta vita interiore, piuttosto che minacciarla e distruggerla”. Questa affermazione viene tradita e ribadita mille volte nel racconto perché Wolf vorrebbe che fosse così ma tante volte il peso della realtà lo schiaccia. E lo porta a sprofondare negli abissi, fuori e dentro sé. Lo fa essere attaccato alle cose materiali – la terra, le piccole abitudini quotidiane, le molte (inglesissime) tazze di tè – e al tempo stesso capace di un inaspettato sguardo lirico e poetico sul mondo.

Powys, grande scrittore inglese non così celebrato, racchiude in questo romanzo uscito per la prima volta nel 1929 i capisaldi della sua narrativa che ha la forza e la definitività di un classico. E’ un racconto fatto di movimenti narrativi maestosi di cui si percepisce la portata solo molte pagine dopo averli letti. Porta il lettore, senza che se ne accorga, a compiere un viaggio che è piccolo ed enorme insieme, in un romanzo che ha dentro tutto. Introspezione e azione, basso e alto, rozzezza e raffinatezza, sentimenti nobili e meandri deprecabili. Con una scrittura prismatica, Powys sa parlare di ogni cosa, dal sesso ad argomenti scabrosi soprattutto per gli anni in cui scriveva, tenendo tutto insieme, tutto in qualche modo legato. Ogni aspetto della vita dei suoi personaggi, ogni loro manifestazione seppur contraddittoria, viene percepita come unita al resto, non in contrapposizione. Questo anche grazie alla ricchezza linguistica, che rende il racconto preciso e profondo. Una ricchezza che si addice ai grandi scrittori.

 

Wolf Solent
John Cowper Powys
Corbaccio, 544 pp., 24 euro

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