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Il perduto incanto

Il libro di Salvatore Piermarini, Rubbettino, 470 pp., 24 euro

20 Novembre 2019 alle 09:31

Il perduto incanto

Nell’èra della produzione compulsiva di massa di immagini digitali, l’azione che chiamiamo convenzionalmente “fotografare” si pratica mettendo necessariamente tra sé e lo schermo dello smartphone una certa distanza, che ci dà l’inquadratura desiderata. Non è così quando si opera con l’apparecchio fotografico “classico”, che vuole l’occhio vicinissimo al mirino, con il fotografo chiamato a una simbiosi quasi carnale con la macchina. E’ lo stesso selfie vecchio stile allo specchio, che cela dietro all’apparecchio il volto di chi scatta, a mostrare quella simbiosi. Si potrebbe allora dire che è tutta lì, nella distanza minuscola e immensa che corre tra due azioni apparentate ma diversissime, lo spazio in cui è andato disperso “il perduto incanto” di cui ci parla il fotografo Salvatore Piermarini. Questo suo saggio-racconto profondo e ricco, non solo di immagini, diventa via via un viaggio attraverso duecento anni di esercizio dello sguardo alla ricerca della presa sul reale, smentita oggi dall’apparenza democratica e banalizzante dei clic digitali universalmente praticati. “Il perduto incanto” non è un amarcord piattamente nostalgico di camere oscure, e non vuole nemmeno essere una storia della fotografia. E’ semmai il suo romanzo, uno dei tanti possibili, a partire dall’esperienza di chi, come Piermarini, fotografa da più di mezzo secolo, sempre in bianco e nero e sempre su pellicola, a parte rarissime eccezioni, e in tutte le possibili declinazioni: dal reportage al ritratto, allo still life estemporaneo che la realtà – sempre la realtà – offre agli occhi di chi decide di voler vedere. Questa singolare “autobiografia dello sguardo” tributa il suo omaggio ad alcune lezioni fondamentali –  prima di tutte quella di Ugo Mulas – mentre raccoglie e rielabora suggestioni e indicazioni di percorso che arrivano da artisti come Cesare Tacchi e da studiosi come Vito Teti, per citare due amici fraterni dell’autore. Dai paesaggi metropolitani e industriali alla scena dell’arte contemporanea – di cui Piermarini detiene un eccezionale archivio di immagini e ritratti – fino alle feste religiose del meridione italiano, soprattutto dell’amata Calabria, o ai viaggi tra le macerie dell’Aquila e del più recente terremoto del Centro Italia, l’essenza del lavoro di Piermarini si rivela, al fondo, di tipo filosofico. Lo scrittore Julio Cortázar, citato nel libro, ha scritto che “fra i molti modi di combattere il nulla, uno dei migliori è quello di scattare fotografie, attività che dovrebbe essere insegnata precocemente ai fanciulli, perché richiede disciplina, educazione estetica, buon occhio e dita sicure”.

 

“Principio dei mali è la disattenzione”, diceva l’abate Pastor, uno dei grandi Padri del deserto. Per chi decide di “voler vedere”, come Salvatore Piermarini, l’attenzione è una filosofia e un modo di vivere, prima ancora che un ferro del mestiere.

 


 

Il perduto incanto

di Salvatore Piermarini

Rubbettino, 470 pp., 24 euro

Nicoletta Tiliacos

E' nata a Roma, nel 1954. E' stata per dodici anni, dal 1984 al 1996, redattrice del mensile La Nuova Ecologia. Con un gruppo di femministe e ambientaliste ha fondato, agli inizi degli anni Ottanta, il Gruppo di attenzione sulle tecniche di procreazione artificiale, che organizzò a Bologna, nel 1986, il primo convegno italiano sulla generazione in provetta. Da allora si è occupata, sempre come giornalista, di questioni bioetiche.

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