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John Williams, Stoner e la verità della letteratura

Non solo un autore di romanzi western. La sua lunga e complessa strada per raggiungere il “romanzo perfetto”

13 Ottobre 2019 alle 06:00

John Williams, Stoner e la verità della letteratura

“Chi è?’ domandò [Joanne Greenberg]. ‘Scrive western’, disse qualcuno”. Per lungo tempo dopo la pubblicazione di “Butcher’s Crossing”, John Edward Williams venne identificato come autore di romanzi western. Questa definizione, tanto impietosa quanto ingiusta, gli venne affibbiata nientemeno che dal New York Times, che stroncò “Butcher’s Crossing” come “una barba illeggibile” (lo ricorda con minuzia di particolari Charles J. Shields nel suo ritratto di John Williams, “L’uomo che scrisse il romanzo perfetto”, Fazi). Williams, che dopo la pubblicazione del suo primo libro “Nothing But the Night” si era affidato all’agente Marie Rodell per il secondo, le scrisse chiaramente che “essere etichettato come romanziere ‘western’ potrebbe essere un disastro totale per me, come docente e come studioso”. E come dargli torto.

 

Guardando a ritroso e mettendo per un momento da parte il grande successo che ebbe “Stoner” dai primi anni Duemila in avanti – tanto da essere considerato oggi un classico della letteratura – dobbiamo fare i conti con una vita, quella di John Edward Williams, costellata da varie insoddisfazioni e qualche fallimento (nonostante il suo ultimo romanzo compiuto, “Augustus”, vinse il National Book Award nel 1973). Una vita che in molti potrebbero accomunare proprio a quella di Stoner, ma che, salvo per alcuni riferimenti a fatti reali (entrambi sono professori universitari, entrambi intessono una relazione con una studentessa, entrambi nutrono un amore senza limiti per la letteratura), non hanno molto a che vedere. Quantomeno l’ormai vedova Nancy ci rassicura sul fatto che John fosse un uomo “molto più mondano e meno passivo del suo personaggio”. Sta di fatto che Williams, per una cospicua parte della vita, non poté godere, letterariamente parlando, dell’ammirazione che giunse molti anni dopo la pubblicazione di “Stoner”. Quello che oggi viene unanimemente considerato il suo capolavoro conobbe la giusta attenzione da parte del grande pubblico soltanto dopo la riabilitazione nel 2006 da parte della New York Review of Books.

  

Williams non fu di certo un grande poeta, nonostante si fosse cimentato ripetutamente con numerose raccolte di poesie, e non lo diventò mai per via del suo conservatorismo e per la distanza emotiva da tutti i contenuti che si accingeva a trattare. Ma anche dal punto di vista narrativo, la strada per raggiungere il “romanzo perfetto” non fu affatto semplice, e fu anche piuttosto lunga. Come disse Alan Swallow, suo primo editore nonché amico e mentore, probabilmente Williams era uno di quegli scrittori a cui sarebbero occorsi due o tre romanzi – da cestinare – prima che le cose potessero iniziare a funzionare. E così fu.

 

Da “giovane divorziato che leggeva i contatori del gas, dormiva sul divano di casa del patrigno e scriveva sul tavolo della cucina” (Shields, “L’uomo che scrisse il romanzo perfetto”), Williams diventò poi assistant professor di Scrittura creativa all’Università di Denver; ma ciò a cui lui puntava era la scrittura, la narrativa. Lui sentiva di essere un romanziere. Cosa non aveva funzionato nei suoi primi due romanzi? Cosa mancava a “Nothing But the Night” e “Butcher’s Crossing”? Williams se ne accorse solo dopo anni, quando iniziò la stesura di “Stoner”. Alla sua scrittura non mancava nulla, anzi. C’era qualcosa di troppo. Se l’obiettivo dell’ancor giovane Williams, acerbo romanziere “western”, era quello di stupire i lettori con una prosa artificiosa, abbellita da sovrastrutture inutili ai fini della storia, tecnicismi che morivano sulla pagina e niente aggiungevano al senso del romanzo, con “Stoner” intuisce che ciò che deve essere raccontato è la vita. Solo la vita. “Succede questo, e poi questo, e poi questo”. In altre parole, “Stoner” diventa l’emblema della Letteratura, del suo significato più intimo, poiché rivela la potenza della semplicità, la forza della chiarezza nell’utilizzo di uno strumento così raffinato come la scrittura. “Imitare nella forma il mondo naturale”, raccontare l’esistenza così come accade: tanto il romanzo aderisce alla vita delle persone, al modo esatto in cui viene vissuta, tanto più risulterà autentico.

 

La storia irrilevante e stranamente profonda del professor Stoner è la prova che non esiste virtuosismo letterario che possa eguagliare la verità della letteratura, quando attinge dalla realtà. Perché la letteratura, quella cosa piccola e folgorante che chiamiamo letteratura, è stata creata dall’uomo, per l’uomo, e parlerà sempre dei problemi dell’uomo.

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