Individualismo e religione nella Scuola austriaca

Federico Morganti

Raimondo Cubeddu
Edizioni ETS, 202 pp., 18 euro

Secondo un principio che abbiamo sentito tante volte, nella tradizione liberale tutte le espressioni ideologiche e visioni del mondo hanno eguale diritto di cittadinanza, purché compatibili con la civile convivenza necessaria al sussistere di una società democratica (un principio non sempre di facile applicazione, come dimostrano le recenti polemiche sul Salone del libro di Torino). Le opinioni religiose, da questo punto di vista, non sembrano godere di un alcun privilegio particolare. Né le cose sono diverse per quella particolare declinazione del liberalismo quale fu la Scuola austriaca di economia. La religione, nel pensiero austriaco, è uno tra i molteplici orizzonti che gli individui possono assumere nel vagliare le possibilità che offre il mercato.

Eppure la fede religiosa non è un’opinione fra tante. Non può essere equiparata al nostro gusto di gelato preferito. Essa orienta le nostre decisioni ben al di là di ciò che scegliamo di fare col portafogli. Non poteva insomma essere liquidata sbrigativamente da pensatori con l’ambizione di spiegare i fenomeni sociali, ed ecco perché nelle opere degli austriaci ritorna a più riprese, con esiti di non facile ricostruzione. Raimondo Cubeddu muove da queste considerazioni per addentrarsi nelle sottigliezze delle opere di quegli autori (Menger, Mises, Hayek, ecc.) facendo riemergere pagine non sempre tenute nella dovuta considerazione dagli specialisti.

Vero è che la prospettiva austriaca spiega l’evoluzione della cooperazione sociale in modo del tutto “mondano”. La mano invisibile non ha nulla di mistico o “provvidenziale”: è semplicemente il risultato di migliaia di decisioni individuali, di un processo decentrato di tentativi ed errori che riduce le inefficienze e, sotto la guida dei prezzi, alloca le risorse in base a preferenze che mutano nel tempo. Gli austriaci non negano che credenze e finalità religiose possano motivare l’azione individuale, ma da ciò non pensano di poter derivare un’esaustiva spiegazione del mondo e della società.

Cubeddu si chiede se non sia lecito accostare gli austriaci a quell’indirizzo di pensiero indicato a vario titolo come “epicureo”. E ciò per via del ruolo di primo piano che la soddisfazione del bisogno, e quindi in senso lato la ricerca della felicità, riveste nella spiegazione austriaca dell’azione. E’ il bisogno a muovere le persone allo scambio, è l’esigenza di beni e servizi (la domanda) che si trasforma col tempo in un sistema di mercato articolato secondo un principio di divisione del lavoro. Benché solo Mises riconobbe il proprio “epicureismo” senza reticenze, c’è un’effettiva vicinanza tra la concezione epicurea e l’orizzonte teorico degli austriaci, dove la felicità è un fine strettamente individuale. Un fine da non demandare all’azione “benevola” di un legislatore, poiché questa genera conseguenze inintenzionali ben più rovinose di qualsivoglia male informata scelta del singolo.

 

INDIVIDUALISMO E RELIGIONE NELLA SCUOLA AUSTRIACA
Raimondo Cubeddu
Edizioni ETS, 202 pp., 18 euro

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