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Fughe e rincorse. Ancora sul Novecento

La recensione del libro di Massimo Onofri, Inschibboleth, 248 pp., 20 euro

17 Aprile 2019 alle 10:01

Fughe e rincorse. Ancora sul Novecento

Il conto con il Novecento è sempre aperto, salato e faticoso. Specie quello con la sua letteratura, che ha avuto e ha molti nemici, tutti più o meno pessimi creditori convinti di doversela e potersela mettere alle spalle. Come se l’avessimo e l’avessero capita e avesse esaurito quello che ha da dirci. Sempre di più sembra che alla letteratura novecentesca spetti la sorte di certe trattorie, dove tutte le cose ingrigiscono sotto una patina che le fa apparire stantie e austere. Tramandarla catturata nel canone, affidandola a una critica letteraria che, fondendosi con la storia della letteratura, ne ha fatto una sequenza storiografica, un fatto, una tradizione, ne ha forse impoverito il tumulto.
Massimo Onofri, saggista, critico letterario e scrittore, è quel tumulto che ha reso, mettendo insieme alcuni degli scrittori più importanti e pure maggiormente fraintesi di quel secolo imbattibile, ne ha illuminato la novità, l’unicità e pure, soprattutto, la propaggine. Li ha ordinati, su una linea cronologica, ma del tutto svincolati dal canone, secondo due movimenti: la fuga e la rincorsa, includendo nella prima gli autori “con una prosa spuria, di statuto plurale, talvolta nutrita di immaginazione saggistica” e nella seconda “tutti quei casi in cui il genere del romanzo si degrada mentre, illudendosi di diventare popolare, si fa populista”. Tra le fughe ci sono l’avanguardismo del Gruppo 63, incapace di capire molte cose, una delle più importanti delle quali era il legame – strettissimo – tra poesia e consolazione (per questo disprezzò e derubricò Carlo Cassola, per parte sua consapevole, da un certo momento in poi, che la sua fede pura nella poesia lo avrebbe isolato sempre di più); Andrea Camilleri; la declinazione del “sublime basso” in Salvatore Niffoi, che ha commercializzato una Sardegna agro-pastorale, e in Isabella Santacroce che ne ha dato una variante “rosa e teleromanzesca” . Tra le rincorse, invece: Corrado Alvaro; Grazia Deledda, che è stata la prima a dimostrare come lo sguardo di genere, al netto di quanto ragionevole sia pensare che esistano non letteratura maschile e femminile ma solamente letteratura buona e cattiva, possa avere un ruolo determinante in quello che Onofri chiama “il giuoco interpretativo”; Giorgio Bassani; Elsa Morante che seppe rimanere sempre e solo “coincidente con se stessa”, anacronistica perché fuori dal tempo, “refrattaria a ogni contaminazione” e quindi per questo sempre nuova, spiazzante, slegata da tutto e tutti – “appare diversa a ogni suo appuntamento” disse di lei Cesare Garboli.
Onofri fa la critica letteraria in modo molto vivo, aperto, rimandando ciascun autore al suo proprio tempo e anche, immediatamente dopo, alla domanda su cosa abbia da portare nel futuro, che ne abbia intuito la strada oppure no. Fa la critica alla critica letteraria, non essendosi affatto rassegnato a celebrarne la pensione; ritrae il rimpicciolimento della letteratura a compiacimento e, così facendo, la sfida. 

 

FUGHE E RINCORSE. ANCORA SUL NOVECENTO
Massimo Onofri
Inschibboleth, 248 pp., 20 euro

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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