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Chi ha ucciso mio padre

La recensione del libro di Edouard Louis, Bompiani, 64 pp., 12 euro

17 Aprile 2019 alle 10:12

Chi ha ucciso mio padre

Non c’era niente di violento perché la violenza tu non la chiamavi violenza, la chiamavi vita, non la chiamavi, stava lì, c’era”. Il migliore dei mondi possibili è un posto bellissimo soltanto per chi se lo può permettere, i fortunati, i ricchi, i belli e i potenti. Ma cosa ne è stato e cosa ne sarà di tutti gli altri: gli emarginati, i feriti e i perdenti, gli uomini e le donne condannati a essere esclusi? E’ un atto d’accusa, una richiesta di perdono e insieme la cronaca della sconfitta di tutti noi l’ultimo romanzo dell’enfant prodige ventiseienne Edouard Louis. Dopo il successo di Farla finita con Eddy Bellegueule, nel suo ultimo libro, Chi ha ucciso mio padre, dedicato al regista canadese Xavier Dolan, lo scrittore francese si rivolge apertamente a suo padre, un uomo tagliato fuori dalla storia. I figli non sanno niente della storia di chi li ha messi al mondo. Sono supponenti, pensano che l’unica funzione e l’unico merito dei genitori sia stato quello di averli fatti nascere. Il resto, gli uomini e le donne che sono stati prima di diventare madri e padri, è trascurabile, irrilevante. Lo scrittore francese ha cominciato a conoscere suo papà per caso, attraverso i racconti che ne facevano gli altri. E ha scoperto che dietro all’uomo rancoroso, razzista nei confronti degli stranieri e degli omosessuali, esiste una persona debole, fragile, con l’angoscia perenne di non essere all’altezza degli altri, incapace di esprimere i propri sentimenti. “Mi avevi già fatto capire che noi facevamo parte di quelli che non avrebbero avuto una mano da nessuno? Mi avevi già trasmesso il senso del nostro posto nel mondo?”. La cultura non salva e non emancipa da niente; anzi, è un motivo di segregazione e conflitto, emargina ancora di più coloro che ne sono esclusi. “I dominanti possono lamentarsi di un governo di sinistra, possono lamentarsi di un governo di destra, ma un governo non gli causa mai problemi di digestione, un governo non gli spacca la schiena, un governo non li spinge mai verso il mare. La politica non cambia la loro vita. Per i dominanti la politica è nella maggior parte dei casi una questione estetica: un modo di pensarsi, un modo di vedere il mondo, di costruire la propria persona. Per noi, era questione di vita o di morte”.

 

Edouard Louis ha la forza e la gioventù per scappare, combattere contro la propria condizione periferica, rinnegare le origini e costruirsi una vita lontano, a Parigi. Suo padre no, è vecchio, stanco e malato. Una mattina, l’uomo si spacca letteralmente la schiena durante un turno in fabbrica. Non riesce più a lavorare, diventa un peso inutile per la società, che non perde occasione di farglielo notare. I colpevoli di queste discriminazioni hanno un nome e un cognome: sono Jacques Chirac, Nicolas Sarkozy, Emmanuel Macron, le magnifiche sorti del progresso. Macron, in particolare, “associa chi non ha la possibilità di pagarsi giacca e cravatta alla vergogna, all’inutilità. Attualizza la frontiera, violenta, tra chi porta giacche e chi porta magliette, i dominanti e i dominati, chi ha i soldi e chi non li ha, chi ha tutto e chi non ha niente. Questo tipo di umiliazioni venute dai dominanti ti fanno chinare la schiena ancora di più”.

 

CHI HA UCCISO MIO PADRE
Edouard Louis
Bompiani, 64 pp., 12 euro

Giorgia Mecca

E’ nata a Torino il 6 novembre 1989. La prima volta che ha visto la capitale, nel 2010, ha deciso  che quello sarebbe stato un buon posto in cui fermarsi. Ha studiato lettere alla Sapienza, prima antiche e poi moderne. Adesso vive tra Roma e Torino, rimpiangendole entrambe. Legge molti libri, alcuni li recensisce per il Foglio. Quando non è in treno, gioca a tennis e si diverte moltissimo.

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