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Il moto delle cose

Giancarlo Pontiggia, Mondadori, 160 pp., 18 euro

28 Novembre 2018 alle 18:45

Il moto delle cose

E’ poeta classico Pontiggia, che al rimbaudiano dérèglement de tous les sens preferisce una magmatica discesa “tra le cose del mondo” fino a toccarne il bruciante, segreto limite. Con Il moto delle cose pubblicato nello Specchio Mondadori, il poeta milanese compie come mai aveva fatto in precedenza una perlustrazione totale nel mondo dell’esistente, in ciò che, quasi celato sotto uno schopenhaueriano velo di Maya, si nasconde dietro “agli stupefacenti velami del mondo”. Nel pensiero poetante di Pontiggia c’è tutta l’eredità tragica greca, la visione dantesca (“Si squaderna / il principio scosceso / delle cose”) e il respiro cosmico di Lucrezio per cui nella “furia / gemmata degli elementi” si muove una “pioggia densa, scura / di atomi” e “impazzano / gli atomi della mente”. In questo sprofondare in un universo primordiale, nel buio delle galassie o della creazione universale, il poeta è alla ricerca di un verbo originario come il Luzi di Per il battesimo dei nostri frammenti che chiedeva alla parola di essere “luce, non disabitata trasparenza”. Anche qui, come possiamo leggere in Apparizione, il soggetto si trova immerso in una babele di suoni e lingue (“stridi, becchi, blaterii / buchi di lingua, suoni”) e intraprende un corpo a corpo con un “lei” (mondo o lingua) che così lo apostrofa: “di’ tu, piuttosto, di’ / qualcosa che valga / per me, per noi, che ti guardiamo […] di’, se sai, qualcosa / che valga la pena”. Nello scorrere implacabile del tempo che imprime sugli esseri la sua “unghia” c’è ancora spazio per lo stupore di una nascita, quella descritta in Nasce, il bimbo, alla vita, e vede. Qui gli occhi nuovamente aperti alla luce del mondo “s’immergono di nuovo, s’imbevono, non hanno / altro da chiedere che questo / lasciare che le cose siano, e siano…”. Il poeta è costantemente alla ricerca di un “prima”, di un’origine a cui fare ritorno dalla discesa nell’ade contemporanea: “Viene il mattino, un altro, si desta: com’è / che ritorna la luce, l’esile prima”. Chi è “ferito / a morte dalla vita, dalla storia” può ancora, miracolosamente, svegliarsi in un “mattino di luce che tripudia”. Quello di Pontiggia è un “presente remoto” (titolo di una sezione della raccolta): nella visione di una stella persa nel cosmo o dell’inquietante “buio / non buio” delle origini spazio e tempo si ribaltano e si compenetrano in immagini tese, vorticose, contrastanti. Ed è nell’immagine conclusiva del “tuffatore”, ispirata al celebre affresco della tomba di Paestum, che il libro si risolve o ritrova la propria iniziale scintilla. Nella figura vertiginosa del tuffatore sorpreso appena un attimo prima del tuffo verso l’aldilà, mentre gli occhi già precipitano nel fuoco della creazione incessante: “Buttarsi non / buttarsi. Un ramo oscilla / sul ciglio dell’occhio che precipita / in un’ardesia di fuoco, / immane. 

   

IL MOTO DELLE COSE
Giancarlo Pontiggia
Mondadori, 160 pp., 18 euro

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