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Balzac è tutta la verità a nostra disposizione

E’ convinzione di ogni sprovveduto che per conoscere la vita si debba vivere. In realtà per conoscere la vita basta una vita a leggere lo scrittore francese

7 Ottobre 2018 alle 06:00

Balzac è tutta la verità a nostra disposizione

Honoré de Balzac

E’ convinzione di ogni sprovveduto che per conoscere la vita si debba vivere. In realtà per conoscere la vita basta una vita a leggere Balzac.

 

Balzac è tutta la verità a nostra disposizione. La verità sugli uomini e la verità sulle donne. La verità sui ricchi e la verità sui poveri. La verità sui notai e sugli ambasciatori. La verità sui nobili e sugli spiantati. La verità sui colonnelli e sulle meretrici. La verità sui soldi e sulla mancanza di soldi. La verità sui medici e sugli usurai. La verità su Parigi. La verità su padri, zii, cugini e cugine. La verità sulle parole che si dicono e su quelle che si tacciono. La verità – come se non bastasse tanta intelligenza sui tipi umani – anche sui luoghi. La verità sulle taverne e sugli alberghi. Sulle stazioni e sulle stamperie. La verità sugli androni e sulle scalinate. Sulle finestre. Sulle soffitte e sui salotti. La verità: distillata in cinquantun anni di vita e duemila pagine scritte ogni anno, tra commedie e racconti e quei novantasei-romanzi-novantasei di Commedia sterminata, l’Opera delle opere, l’intentata fisiologia generale del destino collettivo, la più caotica e rigorosa mappa cosmica dell’umanità. E più del trampolino (Balzac proveniva da una media borghesia niente di che) poté il salto: la parabola di un’opera che non presuppone mai se stessa, una scommessa immane e sempre nuova, figlia di una volontà di ferro e di un’ostinazione d’acciaio. Un’opera sovrana già nel concepimento, nutrita da un’osservazione incessante e da una conoscenza straordinaria perché pre-cognitiva, cioè, per dirla chiara, un miracolo che non si spiega: godeva o no, l’autore, delle stesse ventiquattro ore di noi tutti? Un’opera costata anni di sonno e milioni di tazze di caffè, infuocata eppure inseguita con quell’imperturbabilità tenace di chi non sembrava vivere, come fu, sotto l’assillo dei creditori, assillo acuito dalle rovinose imprese in cui questo genio si gettava puerilmente e che ai nostri occhi lo qualificano come l’uomo meno dotato di senso degli affari mai esistito al mondo – si legga in merito il suo febbrile epistolario.

 

In ogni caso non ci si scappa: chi non ha letto Balzac non ha letto il mondo. E non solo il suo, francese e ottocentesco, ma il mondo di sempre, il mondo quale è e non potrebbe non essere, che ci importa se il migliore o il peggiore dei possibili, dopotutto nemmeno a Balzac interessava granché. Questo splendido monarca della letteratura universale, infatti, voleva solo raccontare il nudo legnaccio della natura umana. Non potrebbe essere un russo, Balzac, perché non si torce mai, osserva e non spasima, è uno scienziato della realtà e non un filosofo latente, ha il culto della vita nel suo turbinoso snodarsi e non della morte nel suo fatale premonirsi, e poi in lui trionfa sempre quel “genio del sottinteso” molto, molto fransé. Ogni sua invenzione è in realtà, magnificamente, una non-invenzione. Fateci caso: in famiglia o nella cerchia delle vostre amicizie esistono sicuramente un papà Goriot, un Balthazar Claës, un Gobseck, un Ferragus, una Eugénie Grandet, un Lucien Chardon. O una Honorine.

 

A questo proposito, per un setacciatore di bancarelle di libri come il sottoscritto (non sono un bibliofilo, anzi, non reggo i bibliofili e i loro feticismi, sono un semplice lettore) una delle gioie di quest’estate è stata trovarsi tra le mani proprio “Honorine”, edizione Bur del 1951: copertina di carta appena più spessa di quella delle pagine, formato un po’ più piccolo di quello di un kindle. E proprio la lettura di “Honorine” – o meglio, della vicenda umana del conte Ottavio, abbandonato dalla moglie eppure a lei tormentosamente fedele – mi ha per l’ennesima volta immerso nell’impagabile sensazione che Balzac mi regala, di ascoltare uno zio faceto che tutto sa e tutto, ai miei occhi, illumina.

 

“E io?” – fa dire al conte Ottavio in un momento di confessione – “io che non ho nulla, neppure il ridicolo da affrontare, io che mi sostengo con un amore privo di alimento! Io che non ho una parola da dire a una dama del bel mondo! Io che provo ripugnanza per la prostituzione! Io, fedele per sortilegio. Senza la fede mi sarei ucciso: invece ho sfidato l’abisso del lavoro, mi ci sono buttato a capofitto e ne sono uscito vivo, ardente, insonne! Mi assalgono collassi paragonabili a quelli dei malati di consunzione, folli accessi d’ilarità, apprensioni da assassino che incontra un brigadiere: la mia vita è un continuo parossismo di terrori, gioie, disperazioni. Riconquistare mia moglie, ecco la mia unica sollecitudine”.

Prima o poi, tra le pagine di Balzac, incontrerete voi stessi.

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Commenti all'articolo

  • riflessivo

    02 Dicembre 2018 - 20:08

    In ogni personaggio dei romanzi di Balzac si può incontrare una persona che abbiamo conosciuto o che conosciamo!

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  • Beresina

    Beresina

    07 Ottobre 2018 - 18:06

    Purtroppo non ho letto molto di Balzac (è un eufemismo) però ho petto un romanzo che trattava della Vandea e ne sono rimasto profondamente deluso per la totale cecità da vero parigino sprezzante per la provincia per un episodio così tragico e straordinario. E questo mi fa molto dubitare delle lodi sperticate verso chi che resta certo un grande autore. Ma non posso dimenticare di aver letto da qualche parte tempo fa che quando Balzac venne a milano e in un incontro a cui era presente anche Manzoni, mentre il parigino si esibì con grande verve ciarliera, Manzoni non disse una parola...

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  • mtferrari

    07 Ottobre 2018 - 16:04

    ringrazio Balzac, ho letto Balzac e mi ha aperto il mondo. Ogni personaggio del mondo lo ritrovavo negli scritti di Balzac, quanto aiuta il conoscere lo sconosciuto... ero giovane, senza esperienza ma Balzac mi ha dato una mano.

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  • ayler

    07 Ottobre 2018 - 15:03

    È proprio così

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