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Non c’è fiaba che non sia figlia dell’angoscia

Passaggi bui e ambientazioni gotiche. "Tutte le fiabe vengono dalla profondità del sangue"

8 Luglio 2018 alle 06:27

Non c’è fiaba che non sia figlia dell’angoscia

Avrei dovuto iniziare questo articolo con un classico “C’era una volta”, perché è di fiabe che parleremo, eppure l’attacco non sarebbe stato opportuno. Il “C’era una volta” può valere per le fiabe che vengono raccontate ai bambini, sicuramente quelle di Walt Disney iniziano tutte così (almeno quelle del principio), ma quando scopriamo che le fiabe considerate “classiche” in realtà non sono che una versione edulcorata di quelle originali, insomma, non sono che “L’altra metà delle fiabe” (ABEditore, a cura di Antonella Castello), per citare un libro in questione, allora forse cambiano le carte in tavola e il punto di vista, inevitabilmente, si modifica. Ma andiamo con ordine.

 

Da poco l’editore Safarà ha ripubblicato “Chi è partito e chi è rimasto”, uno dei gioielli di Barbara Comyns, artista e scrittrice inglese scomparsa il 14 luglio di ventisei anni fa. Della Comyns, autrice forse sottovalutata e poco conosciuta in Italia, contiamo ben undici romanzi, e considerate che il suo esordio vide la luce quando lei aveva già quarant’anni. Il romanzo, sebbene non si presenti come una fiaba, ne ha tutta la forma e la consistenza narrativa: ci troviamo in un villaggio inglese della fine dell’Ottocento insieme alla strampalata famiglia Willoweed, che dispiegherà tutte le sue forze – anch’esse sui generis – per capire cosa stia succedendo nel suddetto paesino, preda di una maledizione che si manifesta attraverso una serie di calamità. Dopo la stupefacente esondazione del placido fiume, iniziano a susseguirsi degli eventi catastrofici che colpiscono gli abitanti la cui follia, scatenata da non si sa bene cosa, li porterà a compiere gesti estremi.

 

Al di là della storia in sé, colpiscono ben due elementi: la scrittura della Comyns che, apparentemente piana, spiazza il lettore con dei colpi di scena catalogabili nella sezione “magia”, quando invece, in corso di lettura, crediamo di trovarci di fronte ad un normale romanzo naturalistico. Due mondi, dunque, si creano all’interno della storia: quello che riguarda il regno della realtà (la vicenda, il villaggio, l’epoca storica) e quello fiabesco che, come uno specchio, diventa il corrispettivo dell’universo reale, ma con una straordinaria dose di mostruosità. E’ all’interno di questo secondo scenario che si muovono per lo più i nostri protagonisti: il padre Ebin Wilooweed, i pre-adolescenti Dennis e Hattie, Emma, figlia diciassettenne, le due cameriere Norah ed Eunice ed infine quella che potremmo definire la matrigna cattiva di questo racconto, la vecchia nonna. Non c’è dubbio, tanti sono gli indizi che rievocano le fiabe dei fratelli Grimm, fiabe che, tuttavia, sono tutto tranne che consigliabili ad un pubblico di minori: perché se le scene della morte del macellaio o di Mrs Hatt descritte dalla Comyns sono molto cruente, il lato violento della “Cenerentola” dei Grimm non sfigura, anzi (ricorderete la scena finale, quando durante le nozze di Cenerentola le colombe cavano gli occhi ad entrambe le sorellastre).

 

Ancora una volta, però, partiamo dal principio. I fratelli Grimm arrivano solo alla fine del Settecento, prima di loro ci furono le fiabe del napoletano Giambattista Basile (1566-1632) contenute ne “Lo cunto de li cunti”, che poi vennero riprese e soprattutto edulcorate da Charles Perrault (1628-1703). Ne “L’altra metà delle fiabe” ci vengono proposte proprio tre fiabe (“La bella addormentata nel bosco”, “Cenerentola”, “Il gatto con gli stivali”) prima nella versione di Perrault (prima metà delle fiabe) e poi in quella di Basile (seconda metà, quella gotica). Le fiabe di Basile, scritte in gergo volgare e scurrile, non nascono come fiabe per bambini, ma come racconti per intrattenere gli aristocratici durante i banchetti: i temi trattati, infatti, sono lo stupro, l’adulterio e l’omicidio (“Visto che la fanciulla non si svegliava” scrive Basile per la bella addormentata nel bosco, “il re accecato e infiammato dalle sue bellezze la portò fino al letto e lì colse i frutti; poi la lasciò coricata e se ne tornò nel suo regno”). Certo, anche nelle fiabe di Perrault spiccano alcuni passaggi bui rispetto alle fiabe che ci ha raccontato Disney (lo sapevate che la bella addormentata rischia di essere divorata da una suocera orchessa?), ma ancora di più sono presenti in quelle dei Grimm, dove le formule, i rituali magici e il piglio gotico la fanno da padroni. Insomma, come direbbe Kafka, “non esistono fiabe non cruente. Tutte le fiabe vengono dalla profondità del sangue e dell’angoscia”.

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