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Fisiologia dell'impiegato

Honoré de Balzac
Elliott, 96 pp., 12,50 euro

16 Maggio 2018 alle 13:00

Fisiologia dell'impiegato

Balzac scrive questo pamphlet nel 1841, l’anno stesso in cui consegna all’editore il corpus delle Opere complete. Lo si potrebbe definire un lavoro preparatorio a Gli impiegati, del 1837, se non fosse che è già di per sé un gioiellino. Nel suo piccolo, è uno scritto che certo sarebbe eccessivo definire profetico, ma anticipa comunque i labirintici fasti kafkiani e l’affresco corale della Commedia umana. Non c’è tuttavia in Balzac la dimensione dell’incubo, bensì una bonaria ironia, resa più acuminata dalle deliziose vignette del contemporaneo Louis Joseph Trimolet, di cui anche Baudelaire avrebbe tessuto le lodi.
Il mostro sacro della letteratura francese dopo la laurea alla Sorbona per un certo periodo esercita egli stesso il mestiere di impiegato, guadagnandone una detestabile depressione. Non c’è artista cui piaccia timbrare il cartellino. Ma se è costretto a farlo, potrebbero uscirne capolavori. E se non c’è qui la condanna surreale delle Metamorfosi, trionfa la dimensione polverosa e coercitiva dell’ufficio, dove nessuno che lavori si fa venire i calli sulle mani, ma rischia un gran senso di vuoto e di tristezza. Peggio: sottostà al rischio diuturno della rinuncia all’intelligenza e all’autonomia di giudizio, una mannaia metaforica calata sulla personalità individuale. Sul quale il nostro si fa una risata amara, chiamando in causa le “oneste e fiere famiglie” che mandano a scuola il figlio per farne “il Chateaubriand dei rapporti, il Musset delle circolari, il Lamartine delle memorie, il sublime Fanciullo del telegramma”, cosicché una legione di giovanotti si aggira elegante per i locali di Parigi circondata da belle ragazze da marito.
Un ritratto crudele, eppure mai sarcastico, sul lavoratore che per statuto non presta manodopera, bensì cervello, come se il pensiero fosse appaltabile all’altrui volontà. Il suo lavoro è sociologico: l’impiegato è una figura chiave dell’Ottocento. Colletti bianchi, passacarte, funzionari di stato e stipendiati privati sono l’ossatura della mostruosa burocrazia che si affaccia sul mondo moderno. L’impiegato sta a metà tra l’operaio e il borghese, è una sinapsi tra il capitale e la diffusione del suo potere nella società. Marx lo giudicava un collaboratore dell’imprenditore; il cancelliere austriaco Karl Renner lo aveva inserito nella “classe di servizio”.
Per di più lo scrittore scova un titolo esemplare: fisiologia è una parola sulla bocca di molti ai suoi tempi: è proprio il francese Milne-Edwards a introdurre il concetto di divisione fisiologica del lavoro, studiando gli organismi viventi come se fossero fabbriche. Quindi procede suddividendo l’operetta in capitoli per assiomi e tipi: tra capoufficio, capodivisione, fattorini e pensionati, ce n’è per tutti. Una metodica parodia in cui troviamo il letterato, il bell’uomo, il povero, lo sgobbone, il letterato, il babbeo, l’adulatore – tristemente attuale – “sempre assai scadente, sopravvive per i piaceri che fa e per il timore che incute”.

 

FISIOLOGIA DELL'IMPIEGATO
Honoré de Balzac
Elliott, 96 pp., 12,50 euro

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